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Come in cielo, così in terra: il sacro dentro e fuori dall’uomo.

DI VIVIANA CAPURSO

 

ABSTRACT

La ricerca del sacro e della sacralità caratterizza da sempre l’uomo. Dai graffiti rupestri alla scoperta del fuoco, dalle prime divinità alle religioni monoteiste, l’uomo è affascinato dal sacro e spesso ne è separato. È possibile unire sacro e profano, umano e divino? La sociologia e le scienze sociali negano questa ipotesi mentre le neuroscienze sono alla ricerca di Dio e del sacro nell’uomo e nel suo cervello. Partendo dall’etimologia, in un excursus che esamina storia e mitologia, atteggiamenti sociali e neuroni, l’autore cerca il sacro in tutte le sue manifestazioni, siano esse interne all’uomo o esterne. Perché anche in quest’epoca decadente è forse possibile ritrovare tracce di sacralità. Forse proprio nella creatura profana, l’uomo.

KEYWORDS: sacro, profano, divinità, Dio, cervello, spiritualità.

 

 “Ecco sei tortellini, dovete rispettarli tutti quanti” (Massimo Bottura in Chef’s Table)

“Dissacrante”: così fu definito quello che oggi è considerato uno dei migliori chef al mondo, quando nel suo ristorante, offrì sei tortellini accompagnati da una gelatina di brodo. Immediatamente i critici si schierarono contro di lui, ritenendo che contravvenisse al sacro, la cucina modenese che si esprimeva nella più classica delle ricette. Questa critica gli diede la spinta per re-inventare tutte le ricette tradizionali emiliane, una dopo l’altra. Dove i critici vedevano dissacrazione, Bottura vedeva rispetto, devozione e sacralità.

Questo episodio, in cui si vede un evidente contrasto tra la posizione dello chef e quella dei critici, spinge a chiedersi: dove è il sacro? È da ricercarsi nell’oggetto? O nell’approccio? Quali sono i confini tra sacro e profano e da cosa vengono sanciti?

Parlando di dissacrazione e dissacrante, come nel caso di Bottura, ho voluto fare un approfondimento etimologico. Cosa vuol dire esattamente sacro?

È curioso osservare come l’etimologia della parola sacro sia da ricondursi al latino sacer la cui radice si ritrova all’accadico (lingua dell’area semitica) come saqāru (“invocare la divinità”), sakāru (“sbarrare, interdire”, Retrieved from: www.etimoitaliano.it). C’è quindi una prima duplicità nella parola: da un lato ci si riferisce all’unione con il divino e, contemporaneamente, si fa riferimento e al concetto di separazione.

Si oppone al sacro il concetto di profano, dal latino profanus, ovvero privo della precedente qualità (Romaniello, 2002). È Varrone, noto erudito latino, che afferma che fana sono i luoghi di culto, l’oggetto offerto in sacrificio (cioè che sta per “essere fatto sacro”), al momento del rituale, è generalmente posto davanti al tempio, ed è quindi pro-fanum, nel senso fisico di “anteriore”. (Varrone, V, 53-54.)

Il latino è duplice nella definizione di sacro come lo è in quella di profano. Chi, infatti, offende una divinità, viene espulso dalla comunità e dichiarato “sacer” ovvero spogliato di ogni diritto e quindi esecrabile.

Festo, il grammatico latino, in “De verborum significatione”, afferma che un uomo “sacer”, allontanato dalla società, non può essere avvicinato, poiché si rischia una contaminazione. Sacro è quindi qualcuno che rimane in un’area separata, sacro è altro, sacro trascende i confini.

Questa definizione è stata in seguito applicata da Galimberti che sostiene che sacro è qualcosa di collocato in uno scenario “altro”, successivamente “divino”. L’ambivalenza insita nel sacro rende ambivalente anche il rapporto che l’uomo instaura con il sacro: lo teme come qualcosa di superiore ma ne è attratto. (Galimberti, 2006).

Sacro e profano possono mai trovare un’unione? Il saluto in sanscrito “Namasté” o “Namaskar” è foriero, attraverso i millenni, di una unione indissolubile: saluto la divinità che è in te. Un’affermazione che sottolinea che sacro non è separato da profano ma anzi, è insito nel profano. Anche le meditazioni di matrice induista riportano questo concento: attivano, infatti, la corteccia posteriore temporo-parietale, offrendo all’individuo una sorta di “absorption”, un assorbimento in un “tutto” divino, come se l’individuo fosse una parte del cosmo e potesse sentirsi tutt’uno col cosmo. O con il sacro. (Tomasino, Chiesa, e Fabbro, 2014).

Lo studioso Ramachandran attribuisce la spiritualità e il contatto con il sacro, ad un’altra area del cervello, quella del Broca. Nel suo esperimento ha fatto ascoltare a pazienti affetti da epilessia temporale una serie di parole diverse, tra cui alcune dal significato religioso e ne ha poi rilevato le variazioni nella conduttanza cutanea (Ramachandran e Blakeslee, 1999). Parole come “Dio”, producevano una reazione particolarmente intensa, cosa che non avveniva nei soggetti non affetti dal disturbo. Nell’opinione di Ramachandran, è l’attività elettrica patologica la responsabile di tale fenomeno poiché rafforza le connessioni fra le aree corticali temporali e le formazioni del sistema limbico.

Potrebbero quindi esserci, all’interno del nostro cervello e, nello specifico, nel lobo temporale, dei circuiti neurali coinvolti nelle esperienze mistiche e nel senso del sacro. Sia durante gli attacchi che nei periodi di pausa in queste zone del cervello dei soggetti affetti da epilessia, infatti, si registra un grande picco di attività.

L’ipotesi formulata da Ramachandran nel 1999 è suggestiva, ma studi successivi hanno osservato come in realtà una maggiore attivazione dell’amigdala possa incrementare l’intensità di risposta a determinati stimoli. È quindi possibile accogliere l’ipotesi che il sacro sia legato, nel nostro cervello, ad una forma di emotività.

Pochi anni dopo, in uno studio italiano apparso sulla rivista Neuron, Urgesi e colleghi si sono concentrati su un tratto, quello della auto-trascendenza, che si pensa possa essere preso come misura del sentimento del pensiero e dei comportamenti spirituali nell’uomo. L’auto-trascendenza riduce il senso del sé e aumenta la capacità di identificarsi come parte integrante dell’universo. Il risultato dello studio è che, nei soggetti che hanno subito lesioni alla regione parietale destra e sinistra, si è riscontrato uno specifico aumento nel punteggio di auto-trascendenza (Urgesi, Aglioti, Skrap e Fabbro, 2010). Il fatto che un tratto della personalità stabile come l’auto-trascendenza possa subire cambiamenti veloci in conseguenza di lesioni del cervello, indicherebbe che le dimensioni della personalità dipendono dall’attività neurale in determinate aree.

La posizione dei neuroscienziati è oggi in contrasto con la scuola sociologica classica. Alcuni dei principali rappresentanti della scuola sociologica francese degli inizi del ‘900, Marcel Mauss ed Émile Durkheim in particolare, ritengono il sacro una soluzione che la società ha trovato per spiegare il mondo e per regolare la vita comunitaria.

Negli anni ’60 il sociologo Acquaviva sosteneva la tesi della scomparsa del sacro dalla vita dell’uomo, che portava due importanti conseguenze: la “secolarizzazione del mondo”, ovvero la realtà profana che si auto-legittima senza fare ricorso al sacro; e la “secolarizzazione della religione”, con una religiosità che si apre al profano, adeguandosi ai tempi, cambiando di qualità e diminuendo in intensità (Acquaviva, 1961).

Gli attuali studi di neuroscienze sembrano contrastare questa tesi, riportando in vita, al contrario, non solo l’esistenza di una spiritualità ma parlando apertamente di una spiritualità insita nell’uomo.

Se la spiritualità fosse potenzialmente legata all’attività neuronale in alcune aree specifiche del cervello (Newberg e D’Aquili, 2002) si potrebbe affermare, di conseguenza, che è insita nell’uomo?

Come può l’uomo, il profano, entrare in contatto con il sacro? È l’atteggiamento di rispetto verso il sacro che porta la sacralità nell’uomo?

Se uno chef come Bottura, per riprendere lo spunto iniziale, si avvicina alla cucina tradizionale con rispetto, con sacralità, entra in contatto con il sacro e ne viene investito o è l’atteggiamento di rispetto verso il sacro che rende sacro l’oggetto stesso?

Oppure per contattare il sacro è necessario portare lo sguardo dentro di sé, ad esempio con le pratiche meditative, come suggeriscono alcuni studiosi? (Miller, Bansal, Wickramaratne, Hao, Tenke, Weissman, e Peterson, 2013). O, ancora, portando lo sguardo fuori da sé, pregando, rivolgendosi a una divinità esterna?

Nel romanzo “L’Asino d’oro” di Apuleio, il protagonista, Lucio, viene trasformato in asino per colpa di una eccessiva e maldestra curiosità. Riuscirà a tornare uomo, ricongiungendosi con la sua vera natura, grazie alla preghiera che rivolge alla dea Iside. Questa, mossa a compassione, deciderà di salvarlo.

Lucio perde la sua natura umana e tale scissione è sanata solo grazie all’intervento del sacro, dalla dea Iside che, in sogno, gli rivela come riprendere le sembianze umane, a patto che lui dedichi la sua vita completamente alla divinità. Nella metafora, il protagonista viene privato innanzitutto della sua identità di uomo, perde il suo aspetto esteriore e perde la parola simbolo dell’umanità. Lucio diviene asino perché una parte di lui è asino, e quando ritorna umano lo fa grazie alla divinità che fa emergere la parte sacra dentro di lui. Dunque, egli ha dentro di sé sacro e profano, essi sono in equilibrio finché lui stesso è in grado di governare le passioni, finché agisce con il cervello, dominando le pulsioni. Ma sperimentare le pulsioni e il loro dominio è il suo modo per evolvere.

Conosci te stesso? La domanda posta sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, è quella che il Sacro pone all’uomo.

Quando Lucio entra nel mondo sotto un’altra forma, la forma animale, allora conosce veramente il mondo e, tramite il mondo, se stesso. Apre gli occhi e vede la verità, vede i drammi, le piccolezze, il male degli uomini. E ne prova pietà, una pietas in senso latino che ricomprende religiosità, comprensione e compassione, poiché il dolore dell’altro diventa il suo. Lucio ha bisogno di sperimentare una parte di sé, che è negativa, per poterla accogliere, solo così riuscirà a integrare le passioni all’interno del cervello. Dopo aver compiuto questo passo anche Iside – manifestazione del sacro – lo potrà accogliere, re-integrare nel mondo, lo potrà, in una parola, consacrare.

Il mondo raccontato nella fiaba “L’Asino d’oro” è il mondo dell’iniziazione, della morte alla vita profana per rinascere a quella sacra, è il mondo simbolico in cui muore l’io egoico per dar vita a un essere umano che è nel possesso delle sue emozioni e che comprende che “l’altro” non è che un’immagine di sé.

Il sacro, secondo Apuelio, si manifesta e salva. Come nella tesi di Mircea Eliade, il sacro è caratterizzato dalla sua natura fenomenica, ovvero c’è quando si manifesta, ed esiste in quanto si mostra. Quando il sacro si manifesta, l’uomo percepisce la propria inferiorità e tende a sacralizzare tutto l’universo: il sacro diviene quindi una visione del mondo (Eliade, 1976).

Le tesi esposte sono accomunate dall’assenza di una spiegazione metafisica e affermano dunque che il sacro esiste solo se esiste l’uomo: i due sono interdipendenti. Non esiste sacro se non esiste l’uomo a osservarlo. Dare spiegazioni metafisiche, che contemplino il sacro indipendentemente dall’uomo, è compito eventualmente della religione.

E se fosse invece proprio la scienza a dare una spiegazione del sacro?

Negli anni ‘w Rizzolatti e i suoi ricercatori osservarono che alcuni gruppi di neuroni nei macachi si attivavano non solo quando gli animali erano intenti a compiere determinate azioni, ma anche quando guardavano qualcun altro compiere le stesse azioni.

Lo stesso sistema è presente anche negli uomini (Pellegrino, Fadiga, Fogassi, Gallese, e Rizzolatti, 1992). Sono i cosiddetti “neuroni specchio” che permettono di spiegare fisiologicamente la nostra capacità di entrare in relazione con gli altri: le azioni di un simile attivano, in noi, gli stessi neuroni di quando noi per primi compiamo l’azione. Questo passaggio è fondamentale: dobbiamo aver già compiuto un’azione per riconoscerla nell’altro, altrimenti l’azione sfugge alla nostra comprensione.

Quando ci relazioniamo con il sacro, dunque, il sacro è già dentro di noi o stiamo mimando un comportamento che abbiamo appreso? E se, come alcune religioni e filosofie ipotizzano, il sacro è insito nel mondo e il mondo ne è permeato, non è forse vero che ogni nostro gesto, anche quello di cucinare in maniera rispettosa, può diventare sacro?

E se è sacro il gesto, non vi è forse una fusione dell’uomo con il divino? E se vi è fusione, non si può affermare che uomo e divino, sacro e profano non sono separati ma sono tutt’uno?

Forse l’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, secondo la Genesi, tramite il cervello e i neuroni specchio riconosce un’unità con l’altro, ne comprende i gesti e le emozioni e ne crea una sintesi, una rappresentazione simbolica. Il dolore che Lucio ha provato lo ha avvicinato agli altri uomini poiché lo ha compreso. Questo gli ha permesso la rinascita. Attraverso i neuroni specchio, l’uomo comprende, evolve e rinasce. E, nella rinascita, si avvicina al sacro.

“Come in cielo, così in terra” recita il Padre Nostro cristiano.

Forse l’uomo deve solo scoprire il sacro dentro di sé, attraverso una qualsiasi forma espressiva, purché “sacra”.

Persino la cucina.

 


Bibliografia

  • Acquaviva, S. S. (1961). L’eclissi del sacro nella civiltà industriale. Dissacrazione e secolarizzazione nella società industriale e postindustriale, Milano: Comunità.
  • Apuleio, Lucio (2°secolo d.C.), Le metamorfosi.
  • Durkheim É. & Mauss M. (1903), De quelques formes primitives de classification: contribution à l’étude des représentations collectives, Année sociologique, VI, 1-72, in Durkheim (1969: 395-461).
  • Eliade, M. (1976). Trattato di storia delle religioni, Torino: Boringhieri.
  • Festo, Sesto Pompeo (2°secolo d.C.), De verborum significatione.
  • Galimberti, U.  (2006), Il Sacro o la dimensione del simbolico, Antiche e moderne vie d’illuminazione, 27.
  • Miller, L., Bansal, R., Wickramaratne, P., Hao, X., Tenke, C.E., Weissman, M. M. & Peterson. B. S., (2013). Neuroanatomical Correlates of Religiosity and Spirituality. JAMA Psychiatry, 71(2), 128-135.
  • Newberg & D’Aquili, (2002). Dio nel cervello. La prova biologica della fede, Milano: Mondadori.
  • Pellegrino, L., Fadiga, L., Fogassi, V., Gallese, G., Rizzolatti, G. (1992). Understanding motor events: a neurophysiological study, Experimental Brain Research, 91, 176–180.
  • Ramachandran; V. S., & Blakeslee, S. (1999). Phantoms in the Brain: Probing the Mysteries of the Human Mind, New York: William Morrow & Co.
  • Romaniello, G. (2002). Dalla tenebra alla luce semantica. Nei segreti della glottologia. Roma: Sovera Multimedia
  • Tomasino, B., Chiesa, A., & Fabbro, F. (2014). Disentangling neural mechanisms involved in Hinduism- and Buddhism-related meditations. Brain and Cognition, 90, 32-40.
  • Urgesi C, Aglioti SM, Skrap M, Fabbro F. 2010. The spiritual brain: selective cortical lesions modulate human self- transcendence. Neuron. 65, 309-19.
  • Varrone, Marco Terenzio (47 a.C.). De lingua latina, V, 53-54.

 


VIVIANA CAPURSO PhD, Laureata in Relazioni Pubbliche d’Impresa presso l’Università di Udine, ha conseguito il Dottorato in Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Roma “La Sapienza” con una tesi sugli effetti della meditazione mindfulness sul benessere psico-fisico della persona e sulla creatività. Ha svolto docenze presso l’Università di Trieste (Scienze Internazionali Diplomatiche), l’Università della Svizzera Italiana (Scienze della Comunicazione), la European School of Economics di Milano. Attualmente è assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Udine e tiene corsi di meditazione mindfulness in ambito educativo, sanitario e aziendale. È autrice e co-autrice di diversi articoli scientifici sul tema della meditazione mindfulness, tra cui: “Mindfulness-oriented meditation for primary school children: Effects on attention and psychological well-being.” (Frontiers in Developmental Psychology, 2016), Mindfulness meditation and explicit and implicit indicators of personality and self-concept changes, (Frontiers in Psychology, 2015), Fondamenti neuropsicologici della meditazione mindfulness, (Spiritualità, benessere e pratiche meditative, Franco Angeli, 2014), Mindful creativity: the influence of mindfulness meditation on creative thinking (Frontiers in Psychology, 2014).

viviana.capurso81@gmail.com

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