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Mindfulness: il percorso dell’uomo per ritrovare sé stesso

DI VIVIANA CAPURSO

ABSTRACT

In un’epoca in cui la macchina sembra sopravanzare l’essere umano, questo articolo cerca di dare una risposta scientifica ad alcuni interrogativi. È l’uomo che si sta trasformando in automa? Cosa manca alle macchine per diventare uomini? Ipotizzando che l’uomo di oggi sia egli stesso una macchina, sembra possibile liberarsi dalla schiavitù dell’automatismo con la meditazione mindfulness. Questa pratica meditativa, di matrice orientale, adattata dal biologo molecolare Jon Kabat-Zinn, aiuta le persone a sviluppare un’attenzione intenzionale e non giudicante per il qui e ora. Questa, secondo l’autore, sembra essere la strada per ritrovare la presenza mentale, la propria coscienza e il ricordo di sé, veri elementi di distinzione tra l’uomo e la macchina.

KEYWORDS meditazione mindfulness, consapevolezza, automatismi, de-automatizzarsi, coscienza, ricordo

 


“Bella esperienza vivere nel terrore, vero? In questo consiste essere uno schiavo.”
(Blade Runner, Ridley Scott, 1982).

 

Nel libro “Il cacciatore di androidi” Philip Dick (1968) immaginava l’esistenza di replicanti costretti a lavorare nelle colonie Extra-Mondo. Replicanti schiavi del lavoro che si ribellano agli esseri umani, che sfuggono, che scappano. Guardando la realtà quotidiana, il mondo che abbiamo creato sembra essere persino peggiore di quello immaginato da Dick. L’essere umano stesso si è trasformato in replicante, in macchina. Giorno dopo giorno fabbrichiamo piccoli automi, persone che fin dall’infanzia vivono in maniera completamente automatizzata. È questa l’evoluzione dell’uomo? O si tratta invece di un’involuzione? È la macchina che ci ha sopravanzati o, al contrario, siamo noi esseri umani ad essere diventati vere macchine?

Secondo Massimini e Tononi (2013), ciò che distingue l’uomo dalla macchina è la coscienza. Un calcolatore perfetto che fischietti Verdi “reciterebbe una parte” perché sarebbe “una macchina che esiste per noi, osservatori esterni, ma non per se stessa, dall’interno”(Tononi, 2016). Un calcolatore che agisca come un essere umano starebbe quindi recitando. Un concetto simile era già emerso negli anni ’80 quando Leibowitz (1982) aveva affermato che l’intelligenza artificiale mancava di “volere”.

Osservando l’umanità nel suo quotidiano si è portati inevitabilmente a chiedersi se nell’essere vivente è rimasta la coscienza. È rimasta la volontà o ci troviamo di fronte ad automi che si lasciano vivere? (Schmid, 2014). Con un’umanità alienata che ricorda sempre più “Tempi moderni” di Charlie Chaplin (1936), la ricerca dell’uomo di se stesso può passare attraverso la meditazione mindfulness. Per definire la parola “meditazione” in sanscrito viene utilizzata la parola bhāvanā che significa “ricordo di sé” (Crescentini e Capurso, 2015). Mindfulness invece traduce invece il termine sanscrito sati che significa consapevolezza. Con meditazione mindfulness intendiamo una tecnica che trae le sue origini nel pensiero filosofico buddhista ma anche un atteggiamento che implica l’accettazione non giudicante dell’esperienza presente, un atteggiamento compassionevole verso di sé e verso gli altri, la capacità di auto-osservazione, la capacità di stare nel momento presente.  (Kabat-Zinn, 1990; Brown e Ryan, 2003). La meditazione mindfulness come tecnica è stata standardizzata dal biologo molecolare del MIT, John Kabat-Zinn, che la applicò agli inizi degli anni ’80 su un gruppo di pazienti affetti da dolore cronico (Kabat-Zinn, 1982).

È possibile, come sostiene Kabat-Zinn, “riprendere i sensi” con la meditazione mindfulness? (Kabat-Zinn, 1990) È possibile riprendere la propria vita in mano in un percorso di otto settimane? (Williams e Penman, 2014).

Gli studi scientifici sono concordi su questo tema: la pratica quotidiana della meditazione mindfulness può essere un vero e proprio training mentale, che ha come obiettivo quello di insegnare a “fermarsi”. Con trenta minuti al giorno, con la costanza, è possibile uscire dagli automatismi. Possiamo imparare ad agire sugli eventi anziché lasciare che sia la vita a viverci. Possiamo agire e non reagire, evitando di mettere in atto reazioni comportamentali automatiche, schemi mentali ripetitivi, riflessi condizionati e pregiudizi (Crescentini e Capurso, 2015).

Ma come riesce la mindfulness ad agire da “dissuasore” rispetto ai nostri automatismi? Lavorando sul cervello e, in particolare, sul network dell’attenzione. Questo la differenzia in maniera specifica da molte altre meditazioni, tra cui ad esempio quelle induiste (Tomasino, Chiesa e Fabbro, 2014).

Nelle meditazioni concentrative di matrice buddhista, tra cui rientra la meditazione mindfulness, gli studi di neuroimmagini mostrano l’attivazione del lobo frontale, collegato con l’attenzione esecutiva. Di contro, nelle meditazioni ispirate all’induismo, l’area cerebrale attivata è quella laterale sinistra, corrispondente al giro post-centrale, al lobo superiore parietale, all’ippocampo e alla corteccia cingolata mediale destra (Tomasino et al., 2014).

Questa tipologia di meditazioni, dunque, anziché agire sull’area dell’attenzione esecutiva, fa sì che ci sia una sorta di rilassamento in cui la persona si sente parte di un “tutto” e perde la coscienza di sé e del corpo, come avviene, ad esempio, nella recitazione dei mantra (Khalsa et al., 2009; Wang et al., 2011).

Le tre componenti della mindfulness proposte nel protocollo classico sono: la consapevolezza del respiro (anapanasati), la consapevolezza delle varie parti del corpo (meditazione sul corpo o body scan) e l’osservazione della mente (vipassana).

Ogni seduta inizia con dieci minuti di anapanasati, ovvero attenzione concentrata (sati) sul respiro che entra (ana) ed esce (pana). Lasciando la consapevolezza del respiro sullo sfondo, si passa all’esplorazione consapevole del corpo (meditazione sul corpo) (Segal et al. 2006, pp. 147-149). Ci si concentra sulle differenti parti del corpo e sulle sensazioni che provengono da esse, senza esprimere un giudizio, limitandosi all’osservazione e all’accettazione. La terza parte della pratica consiste nella meditazione vipassana (Gunaratana 1995). In sanscrito l’espressione vipassana bhavana significa “coltivare una visione profonda della mente” (Fabbro, 2012). Si tratta di osservare i propri pensieri, le sensazioni, le emozioni, i ricordi e le fantasie che sorgono, si manifestano e poi scompaiono dalla nostra mente, in un flusso continuo e impermanente (anicca).

Cosa accade al nostro cervello quando passiamo attraverso queste tre fasi?

La persona inizia a focalizzare la propria attenzione su un determinato oggetto, per esempio il respiro (focalizzazione), fino a quando la sua attenzione comincia a vagare, catturata da un pensiero o un’emozione (distrazione; Crescentini e Capurso, 2015). Il meditatore si rende conto della distrazione (riconoscimento della distrazione), e consapevolmente lascia andare i pensieri fonte di distrazione (disancoraggio dell’attenzione). Infine cerca di riportare la sua attenzione sull’oggetto di meditazione (riorientamento dell’attenzione, Malinowski, 2013).

Procedendo in questo modo attraverso le fasi della meditazione, si attivano quindi differenti aree del cervello: cominciando dal sistema di allerta e dal sistema basale (default mode network).

Quando ci si rende conto della distrazione e si riorienta l’attenzione sul momento presente, si attiva poi il network della salienza. Questo stesso network attiva, a sua volta, il network esecutivo, la cui funzione è di permettere all’individuo di lasciar andare e disancorare l’attenzione da pensieri o emozioni distraenti e ridirigere l’attenzione verso l’oggetto designato tramite un ulteriore network, quello di orientamento (Crescentini e Capurso, 2015).

Tutto questo accade moltissime volte in meno di dieci minuti, con un esercizio apparentemente semplicissimo come quello dell’osservazione del respiro.

Con trenta minuti al giorno di meditazione di consapevolezza siamo in grado di “accendere” moltissime aree del nostro cervello, “spegnendo” gli automatismi.

Questo è l’importantissimo ruolo della meditazione quotidiana, ma su questo si innestano esercizi e “disabituatori” che passano attraverso la lettura dei libri o l’ascolto delle lezioni durante i corsi.

Chi pratica la meditazione mindfulness viene invitato a creare dei “disabituatori” quotidiani: piccole attività che rompono la routine e aiutano a de-automatizzarsi, favorendo la ripresa del controllo della propria vita.

Fare nuove attività, cambiare piccole abitudini, inserire elementi nuovi nella giornata, sono tutte modalità  che ci insegnano che la realtà è impermanente e in continuo mutamento, che rieducano la mente all’osservazione della ricchezza del momento presente e ci permettono l’accettazione e l’apertura al “qui e ora”. Abitudine e automatismo sono modalità per sfuggire alla realtà ma sono anche una delle prime cause della sofferenza emotiva (Fabbro e Crescentini, 2014).

Vi è, tuttavia, anche una visione più ampia della dicotomia uomo-macchina.

Ad esempio, la mindfulness può anche essere…

 

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BIBLIOGRAFIA

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VIVIANA CAPURSO PhD, Laureata in Relazioni Pubbliche d’Impresa presso l’Università di Udine, ha conseguito il Dottorato in Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Roma “La Sapienza” con una tesi sugli effetti della meditazione mindfulness sul benessere psico-fisico della persona e sulla creatività. Ha svolto docenze presso l’Università di Trieste (Scienze Internazionali Diplomatiche), l’Università della Svizzera Italiana (Scienze della Comunicazione), la European School of Economics di Milano. Attualmente è assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Udine e tiene corsi di meditazione mindfulness in ambito educativo, sanitario e aziendale. È autrice e co-autrice di diversi articoli scientifici sul tema della meditazione mindfulness, tra cui: “Mindfulness-oriented meditation for primary school children: Effects on attention and psychological well-being.” (Frontiers in Developmental Psychology, 2016), Mindfulness meditation and explicit and implicit indicators of personality and self-concept changes, (Frontiers in Psychology, 2015), Fondamenti neuropsicologici della meditazione mindfulness, (Spiritualità, benessere e pratiche meditative, Franco Angeli, 2014), Mindful creativity: the influence of mindfulness meditation on creative thinking (Frontiers in Psychology, 2014).

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