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Nel tempio delle serie TV. Alla ricerca del sacro in riti e cerimonie degli spettatori nell’era digitale.

DI MICHELE MARTINELLI

ABSTRACT La nostra civiltà ha relegato il sacro nella sua dimensione liturgica religiosa. O forse no. Perché piuttosto è vero il contrario: il sacro, nella sua forma narrativa connaturata, cioè quella del mito, ha assunto nuove e insospettabili forme, per raccontarsi e mantenere viva la sua imprescindibile funzione socio-culturale, con altri tempi e in altri luoghi. Prendendo spunto dalla recente messa in onda dell’ultima stagione della fortunatissima serie televisiva americana Game of Thrones, in questo articolo si propone uno spunto di riflessione su quanto e come le abitudini del pubblico davanti al piccolo schermo siano ascrivibili alla sfera del sacro. Per farlo si è scelto di analizzare il lessico del sacro come bacino di significanti e significati che descrivono i comportamenti messi in atto durante la fruizione delle grandi narrazioni seriali televisive.

KEYWORDS: Sacro, rito, mito contemporaneo, mitologia, serie tv, Game of Thrones, Joseph Campbell, Mircea Eliade.


 

Vi sono società in cui, una volta chiuso il libro, si crede ancora.

Ed altre in cui non si crede più.

Paul Veyne

 

14 aprile 2019, una data storica. Lo è stata per davvero e negli anni a venire verrà ricordata come il giorno in cui le aspettative, le paure, i sogni e gli affetti di milioni di persone nel mondo, tutte insieme, hanno iniziato a ribollire per poi diventare esse stesse parte di una vera e propria narrazione collettiva. Quella data è già stata consegnata ai posteri come il momento in cui ha avuto inizio il capitolo conclusivo di quella che forse possiamo considerare la più grande storia mai raccontata in epoca contemporanea. Il suo finale è stato il più invocato e atteso di sempre dal pubblico, come se una specie di mania collettiva ci avesse colpiti per il desiderio di sapere come si sarebbe dipanato questo grande intreccio. I cantastorie non potevano più aspettare a riprendere in mano la cetra, perché questa storia era rimasta incompiuta per troppo tempo e aveva generato disorientamento, illazioni e aspettative di massa. Come i pezzi di un grande puzzle, ogni tessera ha iniziato ad incastrarsi al proprio posto durante un rituale sociale, officiato in maniera pressoché identica in ogni parte del mondo. Il 14 aprile 2019 è andata in onda la prima puntata dell’ottava e ultima stagione di Game of Thrones.

Chi ancora non ha visto questa serie televisiva o chi, semplicemente, non ha ancora assistito all’atteso finale può continuare serenamente la lettura: nelle riflessioni che seguiranno non si entrerà nel merito della storia, né verrà data alcuna anticipazione. Doverosa precisazione, nonostante fin dal suo titolo non sia intenzione di questo saggio trattare il contenuto del più seguito tra gli show televisivi targati HBO. Ma in effetti, il solo fatto che si sia sentita la necessità di farla, questa precisazione, è un sintomo di quanto questo prodotto della industria culturale sia entrato prepotentemente nelle nostre vite (Jacoby, 2013). Di quanto, le nostre vite, le abbia cambiate per sempre, regalandoci nuovi paradigmi narrativi e valoriali, attraverso uno specchio in stile soap-fantasy in cui gli spettatori vedono riflessi loro stessi (De Felice, 2016 e Ariemma, 2017).

L’intento di chi scrive è proporre uno spunto di riflessione su quali nostri comportamenti siano oggi, magari inconsapevolmente, ascrivibili alla sfera del sacro e su come e quanto il nostro immaginario legato ad esso sia cambiato a seguito della rivoluzione digitale, pur tuttavia mantenendo vivi gesti quotidiani che ne rivelano l’indispensabile importanza sociale. È vero che la nostra civiltà ha relegato il sacro nella sua dimensione liturgica religiosa, cioè solo al rapporto personale e collettivo con il divino comunemente inteso? O piuttosto è vero il contrario, e cioè che il sacro si è rinnovato, assumendo nuove e impensabili forme nelle nostre vite, per raccontarsi e attualizzare la sua funzione socio-culturale? Per riflettere su questo interrogativo, si è scelto quindi di ricercare la presenza del sacro non tanto nelle trame delle narrazioni contemporanee, quanto nei comportamenti messi in atto dal pubblico nella fruizione delle stesse. E per farlo siamo ritornati al significato delle parole, analizzando il lessico che rientra nella sfera semantica del sacro.

Quindi, cosa c’entra Game of Thrones con il glossario del sacro? Pensiamo a come ogni singolo spettatore si è preparato per vivere sul piccolo schermo le emozioni dell’ultima stagione della serie. Di certo, ciascuno ha seguito le proprie abitudini: chi si è trovato con gli amici, chi ha preferito stare da solo sul proprio divano; chi ha seguito le puntate di lingua originale, chi con i sottotitoli, chi in Italiano; chi ha riguardato tutte le sette stagioni precedenti per un’immersione totale, chi magari nel frattempo ha letto la storia nei romanzi di George Martin da cui è tratta la serie; chi si è iscritto a gruppi Facebook, chi ha iniziato a seguire su Instagram i profili degli attori della serie, chi ha collezionato le cover variant dedicate dai magazine di settore. Insomma, ciascuno ha nel suo piccolo celebrato dei rituali. I comportamenti, le abitudini e l’immaginario delle persone sono un aspetto fondamentale nel definire cosa sia sacro e cosa non lo sia: senza un pubblico o un’assemblea, il sacro semplicemente non esiste. E ce lo dicono proprio le parole legate al sacro: rito, appunto, e poi simbolo, culto, devozione, iniziazione, mito. Dicevamo quanto questa serie televisiva si sia innestata nel nostro immaginario e abbia influenzato l’idea stessa di narrazione fondativa della civiltà, di epopea. Proprio come i veri miti, che ci portano a fare esperienza della vita attraverso il racconto e l’ascolto, che poi altro non sono se non i due elementi primari del rituale.

Prima di continuare, una precisazione. Avremmo potuto scegliere tra diversi altri titoli di serie tv o di saghe cinematografiche – Star Wars su tutte – per parlare di rituali sacri che si rinnovano in questa nostra epoca, di collettività, di simboli e culti (Leonzi, 2009). Ma, oltre ad essere quella che più di recente ha attirato l’attenzione del grande pubblico, Game of Thrones è anche stata la serie televisiva di gran lunga più seguita e amata degli ultimi anni. Ma il dato importante è ciò che questo dovuto no spoiler alert sta a significare: noi spettatori del ventunesimo secolo abbiamo a disposizione, per la prima volta nella storia, un vasto numero di narrazioni seriali che sono ben più di un semplice intrattenimento, perché l’appagamento che ci offrono è qualcosa che vibra assieme alla nostra sfera più intima e privata. È qualcosa che la comunità scientifica sta scoprendo e studiando proprio in questi anni, e cioè quanto gli effetti della narrazione siano soprattutto fisici, neurologici, sensibili: la fiction fa bene al corpo e alla mente (Calabrese, 2017).

I recenti studi nel campo delle neuro-humanities, fondate da Patrick Colm Hogan, ci stanno dicendo che lo spettatore si immerge e si identifica nella fiction quanto più questa è capace di attivare in lui la capacità cognitiva e intellettiva di riconoscere le emozioni altrui e rispondere a queste come si trattasse di emozioni proprie. In parole povere, l’empatia. Restiamo sull’esempio di Game of Thrones: i protagonisti della serie vengono delineati dai loro comportamenti e nei loro principali valori, mentre sono alle prese con problemi morali, gli stessi che potremmo avere noi nel nostro quotidiano. Da qui, l’impressione per lo spettatore di avere a che fare con personaggi, per così dire, in realtà aumentata, dove tutto è fasullo e vero allo stesso tempo; ciò favorisce la sperimentazione di emozioni vere e primarie – rabbia, paura, sorpresa, disgusto, felicità – in ambienti ideali, che tengono lo spettatore al riparo da conseguenze negative nel mondo reale (Calabrese, 2017).

È anche per tutto questo che vogliamo che nessuno spoiler interferisca con questo compiacimento fisico e mentale così vero e profondo, tantomeno che qualcuno ne rovini la portata emotiva, la meraviglia. Noi, oggi, siamo spettatori, volenti o meno, dell’eterno rinnovarsi del mito e di conseguenza del concetto di sacro.

La prima parola che consideriamo è quindi “mito”. Il mito è un testimone di quel nostro bisogno primario di rendere in qualche modo leggibile il mondo che ci circonda, grazie a un linguaggio e a una semiologia facilmente riconoscibili (Ferraro, 2006); e il ruolo che esso ricompre all’interno di ogni società è quello di farci fare esperienza del mondo stesso, attraverso esempi e modelli – storie senza tempo fatte di archetipi che si ripetono – che sono metafore della vita (Campbell, 2004 e 2007). Ma il mito, assieme a riti e simboli, per sua stessa essenza è anche manifestazione della fenomenologia del sacro (Eliade, 2018). È lo storico di religioni comparate Joseph Campbell a definire il primo dei quattro compiti fondamentali del mito come funzione mistica, «che, con estremo rispetto, cerca di comprendere il mistero dell’universo e dell’uomo» (2004). Insomma, ogni epoca costruisce i propri miti, per rivelare la dimensione nascosta del mistero e del sacro e per aiutarci a comprenderne qualcosa in più di noi stessi, mentre, grazie a loro, facciamo esperienza della vita.

Tutto questo per dire che la nostra società è solo in apparenza desacralizzata, perché la forma narrativa che tramanda fino ai nostri giorni la funzione del sacro, il mito appunto, la più antica che esista, è ancora ben vigile e pulsante. Anche nell’epoca degli smartphone e dei social network, che ancora molti considerano degradata culturalmente proprio a causa della rivoluzione digitale (Baricco, 2018). Semplicemente, non ci sono società che possano fare a meno di miti fondativi e della ricerca che essi esprimono sotto forma di racconto (Ortoleva, 2019). I miti assumono specificità diverse a seconda della cultura che li ha plasmati e, nonostante possano aver apparentemente perso solennità – se per solennità intendiamo quella che si rifà all’immaginario delle funzioni religiose –, il loro essere veicolo pervasivo del sacro è caratteristica più viva che mai.

Insomma, possiamo ritenere a ragion veduta che non è corretto pensare al sacro come qualcosa che si degrada, come invece sosteneva lo studioso di religioni Mircea Eliade (2006). “Degrado” è un termine forte, ma, anche volendo usare una parola più lieve e meno negativa, forse non è nemmeno giusto dire che l’idea di sacro si sia fatta più leggero, perché la leggerezza potrebbe venir letta, a torto, come una diminuzione di importanza. Magari allora il sacro si è solo fatto più inconsistente, fuggendo dalla magnificenza degli altari. Magari è solo diverso nella forma. Magari oggi il sacro, semplicemente, veste pop.

Ma cosa vuol dire “sacro”? Il sacro è connesso all’esperienza di ciò che è altro da noi, in quanto appartiene ad una realtà verso cui ci sentiamo in qualche modo inferiori e, al tempo stesso, attratti. Una verità di cui si subisce il fascino perché legata al mistero, cioè quella cosa che, nel corso della storia, abbiamo iniziato a chiamare anche divino. Ma, com’era solito ripetere proprio Joseph Campbell, il sacro non è qualcosa di diverso nel senso di separato da noi; il sacro è uno spazio che piuttosto si trova dentro ciascuno e dove possiamo ritrovare noi stessi, ogni volta che vi facciamo ritorno, ancora e ancora. Proprio per questo ognuno di noi usa la parola “sacro” per definire qualcosa di intoccabile, non violabile, eterno.

Il sacro si esplicita in un rito, collettivo o privato. Il rituale è composto di norme e comportamenti che regolano lo svolgimento del momento sacro, la cosiddetta cerimonia. Ma siamo sicuri che la cerimonia sia necessariamente solo qualcosa che implica il praticare una religione? Concentriamoci sui significati di questi tre termini, dunque: rito, collettività, cerimonia. Con le serie tv stiamo sempre più riscoprendo la narrazione in senso greco classico, cioè come atto gratificante che lenisce le fatiche e i pensieri della giornata. Oggi, alle grandi narrazioni televisive lo spettatore non chiede più solo un mero atto di intrattenimento, bensì una scrittura profonda, filosofica, etica, di senso (Auriemma, 2017). Così, accendere il televisore e spegnere la luce – l’ingresso nel nostro tempio personale – sono solo le prime di una serie di pratiche che hanno nella ripetizione di azioni e abitudini condivise con milioni di persone, ma allo stesso tempo vissute dal singolo in modo intimo, la cifra della ritualità. Attendere la messa in onda del prossimo episodio della nostra serie preferita, guardare senza sosta e consecutivamente le puntate che ci siamo persi (binge watching), rivedere ancora e ancora quelle già viste in attesa delle stagioni successive. E, perché no, stappare una birra e lasciarsi andare al pianto. Sono tutti gesti rituali, ripetitivi, che rientrano nella sfera del cerimoniale e che ci fanno sentire parte di una comunità che si fa essa stessa parte della narrazione. Di più. Questo produrre e, allo stesso tempo, essere narrazione è una terapia: perché siamo esseri dal comportamento narrativo e le storie sono lo strumento di cui ci siamo dotati per costruire identità possibili (Cometa, 2017). L’esperienza stessa della narrazione, dell’essere spettatori attivi di storie, ha un impatto profondo sul modo in cui percepiamo noi stessi e ci comportiamo nella vita quotidiana, perché simula esperienze socio-emotive che stimolano proprio l’empatia di cui parlavamo prima, con effetti benefici estesi sulla nostra corteccia cerebrale (Calabrese, 2017).

Al contempo, attraverso lo schermo si rinnovano ancestrali modalità di trasmissione del sapere…

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Bibliografia

 

  • Ariemma T. (2017). La filosofia spiegata con le serie tv. Milano: Mondadori.
  • Baricco A. (2018). The Game. Torino: Einaudi.
  • Calabrese S. (2017). La fiction e la vita. Lettura, benessere, salute. Milano: Mimesis.
  • Campbell J. (2004). Il potere del mito. Intervista di Bill Moyers [The Power of Myth]. Parma: Guanda.
  • Campbell J. (2007). Mito e modernità. Figure emblematiche di un passato antichissimo nell’esperienza quotidiana [Myths to Live By]. Milano: Red Edizioni.
  • Cometa M. (2017). Perché le storie ci aiutano a vivere. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • De Felice V. (2016). Game of Thrones. Il fantasy in epoca postmoderna. Roma: Edizioni Estermporanee.
  • Dupont F. (1993). Omero e Dallas. Narrazione e convivialità dal canto epico alla soap-opera [Homère et Dallas]. Roma: Donzelli.
  • Eliade M. (2006). Il sacro e il profano [Le Sacré et le Profane]. Torino: Bollati Boringhieri.
  • Eliade M. (2018). Il mito dell’eterno ritorno [Le Mythe de l’éternel retour]. Milano: Lindau.
  • Ferraro G. (2001). Il linguaggio del mito. Roma: Meltemi.
  • Jacoby H. (2013). La filosofia del Trono di Spade. Etica, politica, metafisica [Game of Thrones and Philosophy]. Milano: Ponte alle Grazie.
  • Leonzi S. (2009). Lo spettacolo dell’immaginario. I miti, le storie, i media. Latina: Tunué.
  • Martin B. (2018). Difficult Men. Dai Soprano a Breaking Bad, gli antieroi delle serie tv [Diffcult Men. Behind the Scenes of a Creative Revolution]. Roma: Minimum Fax.
  • Ortoleva P. (2019). Miti a bassa intensità. Racconti, media, vita quotidiana. Torino: Einaudi.
  • Otto W. F. (1993). Il volto degli dei. Legge, archetipo e mito [Gesetz, Urbild und Mythos]. Roma: Fazi.
  • Veyne P. (2005). I greci hanno creduto ai loro miti? [Les Grecs ont-ils cru à leurs mythes?]. Bologna: Il Mulino.

Biografia

Michele Martinelli (Negrar-VR, 24 febbraio 1983) vive e lavora a Verona. È laureato in Tradizione e interpretazione dei testi letterari presso l’Università degli Studi di Verona con una tesi sui moderni linguaggi della mitologia, intitolata Mito e fantastico: Salgari, Tolkien e i supereroi, miglior tesi salgariana del 2011. Studioso di mitologia contemporanea, specializzato nell’analisi comparata dei miti antichi e dei media moderni che ne tramandano e riattivano i simboli archetipici. Crede che il mito non sia una bugia ben confezionata, ma una forza vitale e palpitante che ha davvero a che fare con la vita. Perché racconta storie i cui modelli socio-culturali sono sempre attuali e parlano a tutti, indistintamente. Dal 2016 lavora come copywriter, content manager e storytelling strategist presso l’agenzia di comunicazione Pensiero visibile di Verona.

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