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Nostro corpo elettrico

DI ANDREA SCARABELLI

ABSTRACT Automi e replicanti, robot e cyborg accompagneranno l’umanità futura. La loro apparizione invera presupposti molto più antichi, i quali, secondo le più autorevoli voci del dibattito sulla questione della tecnica (Heidegger, MacLuhan) caratterizzano l’uomo in quanto tale, nel suo aprirsi al mondo. Ma il “mondo dei robot” necessita anzitutto di una narrazione, che sappia adattare la coscienza dell’uomo di oggi al futuro che ci attende, secondo gli assunti di Ernst Cassirer, che vede nella narrazione simbolica un piano intermedio tra uomo e mondo. Le trasformazioni in atto sono state raccontate dalla fantascienza, letteratura di un mondo in cui è sempre più difficile tracciare una dicotomia tra ciò che è umano e ciò che più-che-umano. Asimov e Bradbury, Jünger e Lem sono solo alcuni dei punti di riferimento utilizzati qui per sondare il futuro che ci attende, che sarà ben diverso da quello che conosciamo. Operai a basso costo o intrattenitori, signori o collaboratori dell’umanità, sacerdoti di culti che non abbiamo scoperto o minacce epocali – i robot sono stati questo e altro ancora, simboli di quella carne che saremo, di quel corpo che incarneremo.

KEYWORDS cyborg, androidi, fantascienza, automi, tecnica, filosofia

 


In memoria di Giuseppe Lippi (1953-2018) 
I sing the body electric. (Walt Whitman)

 

1. Ermeneutica della trasformazione

«Dio esiste?». «Sì: adesso, Dio c’è». Nel racconto La risposta di Frederic Brown, del 1945, è una macchina a rispondere a Dwar Ev, prima che un fulmine lo incenerisca. Il dispositivo elettronico gli rivela qualcosa di essenziale: il linguaggio non descrive ma fonda la realtà, il mondo e la sua narrazione sono in fondo la stessa cosa. Lo aveva già scritto – tra gli altri – Ernst Cassirer negli anni Venti, nella sua Filosofia delle forme simboliche, vedendo nell’uomo un animale simbolico prima che razionale, un essere che esperisce il mondo attraverso la mediazione di simboli. Tramite linguaggio e arte, mito e scienza, strutturiamo la nostra esperienza, non interfacciandoci più con le cose in sé ma sempre e solo con una babele di narrazioni. Ciò accade in quanto, oltre ai sistemi ricreativo e ricettivo (in possesso anche degli animali), ne abbiamo un terzo, simbolico, che trasmuta il mondo esterno (Umwelt) in mondo (Welt), situazione esistenziale: è un mesocosmo, termine medio tra micro e macrocosmo, uomo e universo. Attraverso un’incessante ermeneutica (ché nulla esiste al di fuori dell’ermeneutica, in questo mondo), la narrazione fonda nella relazione, in modo dinamico, il mondo come oggetto e l’uomo come soggetto della conoscenza. Ma i mezzi non sono mai innocenti, e il linguaggio non fa eccezione: mentre conosce il mondo, secondo Cassirer, l’animal simbolicum che siamo precipita in un soliloquio, in un continuo dialogo con se stesso. Ha scelto di raccontare, e ora non può più fare altro. Non conoscerà mai più puri fatti, ma sempre e solo interpretazioni. Le sue, per la precisione. Nemmeno dopo esser stata recisa, la testa di Orfeo cessa di cantare.

I miti di tutti i tempi sono gli annali di questa tragedia: essi non indicano (solo) fatti storici trasfigurati in racconti, ma estrinsecano gradi di comprensione, stati dell’Io, misure di esperienze concrete. Nemmeno gli Dèi sfuggono a tale meccanismo. Ecco perché queste righe trattano il rapporto tra uomo e macchina non da un punto di vista tecnico ma narrativo, offrendo una rapida ricognizione (senza pretese di esaustività, ovviamente) nella fantascienza, letteratura di una società tecnologizzata, come sostenuto, tra gli altri, dal grande scrittore e inventore John Campbell e da Hugo Gernsback, fondatore di «Amazing Stories», nonché da Sergio Solmi che, introducendo una delle prime antologie italiane dedicate a questo genere, la definì «folklore dell’era atomica» (Solmi, 1959).

Al di là del dibattito, vecchio quanto il mondo (moderno), tra tecnofili e tecnofobi, l’essenza della tecnica – come scrisse Martin Heidegger – dev’essere ripensata da un punto di vista non tecnico, come ha illustrato Michela Nacci (2000), stilando una compilazione e un bilancio delle riflessioni novecentesche dedicate all’argomento. E l’uomo, a sua volta, dev’essere ridiscusso a partire dagli strumenti di cui si serve: è proteso verso il mondo circostante e le protesi di cui si serve – come scrisse, notoriamente, Marshall MacLuhan – ne sono la più autentica testimonianza. Esse potenziano le sue facoltà, finendo per ibridarlo, trasformandolo in qualcosa di più-che-umano. Da questo punto di vista, insomma, tutte le discussioni relative all’Intelligenza Artificiale, all’ibridazione uomo-macchina, non sono novità, ma portano a compimento premesse molto più antiche, radicate nel nostro essere-al-mondo (Heidegger).

 

2. Androidi, automi, Doppelgänger

Ma cosa accade quando ci troviamo di fronte a dispositivi che non si limitano a potenziare il nostro corpo ma lo riproducono? Stiamo parlando ovviamente dei robot – specie di quelli antropomorfi, gli androidi (il cui nome deriva da andrós e eidos, “simile all’uomo”) – che assumono tratti sovente inquietanti, soprattutto perché l’immaginario collettivo tende ad attribuire loro la fastidiosa tendenza a emulare anche i nostri processi cognitivi ed emotivi, trasformandoli nei sinistri Doppelgänger immortalati dallo scrittore E.T.A. Hoffmann. La loro apparizione assume tratti luciferini, come nel caso del celebre Metropolis di Fritz Lang (1927), ispirato all’omonimo romanzo di Thea Von Harbou uscito due anni prima: in una scena, l’automa, il suo inventore e il ricco borghese che l’ha finanziato posano sotto una stella a cinque punte rovesciata. Tratti, d’altronde, già anticipati dall’esito catastrofico del Frankenstein di Mary Shelley, del 1818. Secondo il sociologo Carlo Bordoni, la creatura animata dal “moderno Prometeo” «può essere considerata il padre di generazioni di androidi e robot» (Bordoni, 2013).

D’altronde, gli automi – automata, meccanismi semoventi – erano già presenti nel mondo antico. Basti pensare alla leggenda ebraica del Golem, cui Gustav Meyrink ha dedicato il suo romanzo più noto e che ha ispirato l’omonimo film di Henrik Galeen e Paul Wegener del 1915. Lo stesso discorso vale per gli androidi, di cui tratta già l’alchimista Alberto Magno. Fino a giungere alla fantascienza: qui robot e androidi (questi ultimi, entrati in tale genere letterario negli anni Trenta, attraverso le opere di Jack Williamson) vengono rappresentati secondo registri differenti. Talvolta sono utilizzati come schiavi, bassa manovalanza – ad esempio, nel dramma di Karel Čapek, R.U.R., del 1920 – o addirittura come svago erotico (si vedano i romanzi Lovemaker di Gordon Eklund, Orgasmachine di Ian Watson, The Hormone Jungle di Robert Reed e The Silver Metal Lover di Tanith Lee, tutti risalenti agli anni Settanta e Ottanta). Ciò accade anche nel film Il mondo dei robot, del 1973, da cui è stata tratta di recente la serie tv Westworld. Un prodotto in qualche modo paradigmatico: gli androidi si risvegliano, rivelandosi più umani e intelligenti degli uomini, e i protagonisti s’imbattono nella cosiddetta “singolarità tecnologica”, un salto evolutivo compiuto dalle macchine, qui descritto secondo tinte gnostiche, come messo a fuoco da Paolo Riberi (2017). Il confine tra umano e più-che-umano si sfalda, insomma, come accade nel capolavoro di Philip K. Dick del 1968 Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui Ridley Scott ha tratto il celebre Blade Runner (1982). Dopo aver passato la vita a cacciare replicanti, il protagonista scopre di esserlo a sua volta. L’ibridazione è completa.

Ma non mancano casi in cui i replicanti cooperano con l’umanità, spesso aiutandola, colmandone le lacune: così, in Uomini e androidi, del 1958, Edmund Cooper ci descrive un mondo in cui il potere è detenuto da automi, i quali lo esercitano a favore dell’umanità. Lo stesso accade nel racconto di Isaac Asimov The Evitable Conflict, del 1950, in cui è un enorme dispositivo tecnico a governare il mondo in modo equo. Come ha scritto il già citato Bordoni (2013), tali robot incarnano «una visione del mondo ottimista e tecnocratica, in cui s’intravede una visione positivista della scienza; non sono più proiezioni della paura per la macchina».

 

3. Bambinaie elettriche

La stessa visione informa anche I sing the body electric, che dà il titolo alla celebre antologia del 1969 firmata dal “poeta dello spazio” Ray Bradbury. In questo racconto – omaggio al genio di Walt Whitman, sin dal titolo – una nonna robot dalla presenza angelica aiuta a crescere due bambini orfani di madre. Una funzione pedagogica presente anche nel racconto Robbie, scritto da Asimov nel 1940 e poi inserito nell’antologia Io, Robot, un decennio dopo, il cui protagonista è un androide che fa da baby-sitter a una bambina.

Contraddistinto da un tono fiducioso nei confronti della tecnica, Io canto il corpo elettrico finì sia sul piccolo sia sul grande schermo. Nel 1962 fu utilizzato da Rod Serling come spunto per il centesimo episodio di The twilight zone (che l’autore non apprezzò), mentre due decenni dopo ispirò il film The electric grandmother di Noel Black. La ragione di tale popolarità risiede forse nelle parole dello stesso Bradbury, che così spiegò i retroscena del racconto: «Le macchine non sono inumane, se incarnano qualcosa di umano. Se si dota una macchina di un sogno, questa diventa qualcosa di più, entra a far parte del sogno stesso» (Bradbury, 2014). Il problema, dunque, non è della macchina in sé, ma nostro. Finché rimarremo incapaci di comprendere il senso destinale di ciò che abbiamo creato, la macchina ci apparirà qualcosa di alieno. Sembra di sentire le parole del filosofo Adriano Tilgher, che negli anni Trenta parlò della necessità di «alzare lo spirito al livello della Macchina. Che lo spirito non si spaventi della Macchina e della vita da esso generata, non si ritragga atterrito da essa». Che sappia accettarne le condizioni, le opzioni, le rinunce: «Calmo Signore della Macchina sia lo Spirito, saldamente radicato nella persuasione […] che non il Mondo né la Macchina, ma solo un nemico ha forza di vincere lo Spirito, ed è lo Spirito stesso» (Tilgher, 1984). Sono le stesse idee di Bradbury: nelle sue pagine, la discussione sulla tecnica diviene antropologica. Si è creato un dislivello tra l’uomo e i suoi strumenti, e il nostro compito – secondo l’autore delle Cronache marziane – consiste nel colmarlo. Attraverso la narrazione, appunto: siamo e rimaniamo animali simbolici.

Bradbury tornò spesso a cantare il corpo elettrico. Ad esempio, nel 1980, rispondendo a Barbara Newcomb, che gli chiese se avesse paura dei dispositivi tecnologici: «No, ne sono affascinato. Mi rifiuto di aver paura degli oggetti. Li esamino, li studio. La nonna robotica del Body electric non è altro che una metafora di tutte le macchine buone che ci sono nel mondo: i bei reliquiari del tempo da cui siamo circondati» (Bradbury, 2014). È una visione ottimistica ma non ingenua, in cui veniamo aiutati dagli strumenti che abbiamo creato. I quali, nondimeno, ci mettono costantemente alla prova, facendo vacillare la nostra unicità e pretesa superiorità, chiedendoci delle risposte. Riusciremo a superare questo esame? L’esito non è affatto scontato.

 

4. Cuore di vetro

La prova fallisce, ad esempio, ne L’Invincibile di Stanislaw Lem. Vi si narra di una nave spaziale – L’Invincibile, appunto, incarnazione dei deliri di onnipotenza umani – che si trova a compiere una ricognizione su un pianeta su cui è scomparsa un’altra astronave. Giunto sul luogo, l’equipaggio scopre qualcosa di pazzesco: milioni di anni prima vi si è schiantata la navicella di un’altra civiltà, molto più avanzata della nostra, con un carico di macchine. Queste sono sopravvissute all’esplosione e, al riparo da occhi indiscreti, hanno intrapreso un percorso evolutivo autonomo, diventando intelligenti – molto più di noi. «L’apice di questa evoluzione tecnica» ha scritto Jacques Bergier nel suo Elogio del fantastico, «è una specie di mosca cibernetica che si autoriproduce, distruggendo le informazioni nelle macchine concorrenti». Ma poiché l’uomo stesso è una macchina, i micidiali insetti sono in grado di rubare anche le nostre informazioni, rendendoci incapaci di compiere i minimi gesti funzionali alla sopravvivenza: «Ecco ciò che è capitato all’equipaggio dell’astronave che ha preceduto l’Invincibile» (Bergier, 2018). Per vendicare i compagni morti, ridotti ad automi inermi dalle macchine concorrenti, si decide di distruggere il pianeta. Sennonché, prima di ripartire, uno dei capi della spedizione chiede di trascorrere qualche ora sulla superficie del pianeta, al sicuro, in una gabbia che impedisca alle mosche di rubargli le informazioni cerebrali. Nel cuore della notte, tra gli sciami meccanici, «scorge delle luci, e tutt’a un tratto afferra qualcosa d’incomprensibile» (idem). La sua razionalità ha raggiunto un punto liminare oltre cui è impossibile procedere. Le danze degli insetti di metallo sono una cerimonia religiosa, la celebrazione di un sacramento: lo scienziato «comprende che l’universo non è fatto per l’uomo, il quale non ha il diritto di distruggere ciò che gli riesce incomprensibile. Sarebbe un peccato contro lo spirito» (idem). Tornato dai colleghi, riferisce l’accaduto. Questi annuiscono silenziosamente, messi sotto scacco da un’intelligenza superiore. Ma com’è possibile che automi meccanici preghino? E cosa mai pregheranno? L’invincibile – simbolo della hybris della ragione calcolante, messa sotto scacco – si allontana dal pianeta, in preda a una «disperazione razionalista» (idem). Qui non c’è più narrazione.

Se secondo l’autore di Solaris sono piccole mosche cibernetiche a condannarci alla «permanente agonia dell’animo umano» di cui ha parlato Oppenheimer, lo stesso accade con le “api di vetro” nel celebre romanzo di Ernst Jünger, del 1957. Vi compare un mondo futuro, completamente dominato da una tecnica divenuta onnipotente e il cui monarca assoluto è l’italiano Zapparoni – sempre italiano, tra l’altro, era il dottor Spallanzani del Der Sandmann di Hoffmann, del 1817, a metà tra lo scienziato e il mago medioevale, artefice di quello che è forse il primo automa femminile, da Freud trattato nel suo saggio Sul perturbante, del 1919. Le officine di Zapparoni creano automi destinati a qualsiasi impiego, che simulano e migliorano la natura, in un meccanismo destinato a divorare l’umanità, inverando i due pericoli destinali connessi alla tecnica denunciati da Heidegger nel suo celebre saggio degli anni Cinquanta dedicato all’argomento. Ma c’è qualcosa di più: come lo Spallanzani di Hoffmann, Zapparoni ha fatto della tecnica un dispositivo magico, e i suoi piccoli diorami cibernetici – come le api di vetro che il protagonista osserva sgomento nel giardino dell’italiano – «acquistano una libertà e una eleganza da danzatrici che schiudono un nuovo regno» (Jünger, 1957). È il regno – unheimlich come pochi altri – della materia pensante, che Henry Kuttner, discepolo di John Campbell, descrisse così: «E la carne si fece macchina, e l’acciaio si fece spirito» (Bergier, 2018). Un’ibridazione che conduce allo stesso esito dell’Invincibile. Se nel racconto di Lem è la scienza a uscirne sconfitta, qui è la stessa categoria di umanità a vacillare: «La perfezione umana e il perfezionamento tecnico non sono conciliabili», poiché il secondo è legato a ciò che è misurabile, mentre la prima si basa su quanto non si risolve nel calcolo stesso; ecco perché «intorno ai meccanismi perfetti irraggia un sentimento orrido, ma anche affascinante» (Jünger, 1957).

A differenza degli insetti di Lem, tra l’altro, quelli di Jünger sono di vetro ed esibiscono senza pudore i loro organi meccanici. Il loro corpo è trasparente, si offre all’analisi, non ha più nulla da nascondere, segnando così l’avvento di una nuova concezione della corporeità, affacciatasi, tra l’altro, all’Esposizione d’igiene tenutasi a Dresda nel 1930, durante la quale fu esposto il celebre uomo di vetro, celebrazione delle nuove tecniche d’investigazione della materia organica. Una tavola lo ritrae con le braccia levate al cielo, come in un disperato tentativo di aprirsi a una dimensione diversa, dandosi un significato ulteriore. Ma è un tentativo votato al fallimento: il suo corpo è completamente esposto agli astanti, che lo guardano incuriositi. È uno degli emblemi del mondo mutato: lo sguardo della tecnica penetra la materia, violandone i segreti. Ecco perché Jünger vedeva condensato il XX secolo nel naufragio del Titanic – omologo dell’Invincibile di Lem – e nella scoperta dei raggi X di Röntgen.

La muta preghiera dell’uomo di vetro fu inserita da Jünger nel suo atlante fotografico Il mondo mutato, scritto assieme a Edmund Schultz quattro anni dopo l’Esposizione di Dresda. Questo il commento apposto dai due curatori sotto l’immagine: «Il rapporto dell’uomo con il suo corpo assume un carattere cosale. La sua sorveglianza e il controllo delle sue prestazioni ricordano l’esattezza che caratterizza gli strumenti di precisione» (Jünger e Schultz, 1933). In questa sorta di Panoptikon benthamiano, la tecnica penetra nei recessi dell’organismo. È l’inveramento di precetti molto più antichi: valga come esempio La Mettrie, che ne L’homme machine, del 1747, descrisse il corpo umano come un orologio perfezionato. Un dispositivo superiore agli altri, certo, ma pur sempre tale, ispirato ai congegni di Jacques Vaucanson; citati da Diderot e D’Alambert nella loro Enciclopedia (in particolare, il flautista automatico che i due illustri curatori videro a Parigi, nel 1738), saranno i progenitori ideali del giocatore di scacchi di Wolfgang von Kempelen, che a sua volta nel 1814 finirà nel romanzo di E.T.A. Hoffmann Die automate, il cui protagonista è un misterioso giocatore di scacchi provvisto di facoltà divinatorie. Ancora una volta, è la narrazione a inquadrare e incarnare – con esiti più o meno felici – i cambiamenti in atto.

 

5. Nuove narrazioni

Saranno dunque automi e replicanti, robot e cyborg (esseri umani con innestate componenti meccaniche) ad accompagnare l’umanità a venire? Difficile dirlo. Saranno operai a basso costo o intrattenitori, signori o collaboratori dell’umanità, sacerdoti di culti che non abbiamo scoperto o minacce epocali? Come che sia, al di là delle differenze specifiche, le narrazioni evocate in questa rassegna tradiscono una medesima intenzione: l’idea che il futuro vada raccontato, racchiuso entro una narrazione. Salutate ottimisticamente o deprecate acriticamente, le metamorfosi tecniche in questione richiedono anzitutto una struttura simbolica – nell’accezione già indicata – che possa in qualche modo renderle comprensibili all’umanità stessa. La trasformazione cui ci chiamano quei dispositivi tecnici che simulano le nostra facoltà (fisiche, ma anche psichiche) è così di natura antropologica. Richiede un mutamento di mentalità, un nuovo pensiero – veicolato, ancora una volta, da una narrazione – che sia all’altezza dei cambiamenti in atto, che sappia inquadrarli in tutta la loro dimensione necessitante. La trasformazione tecnologica, insomma, deve divenire trasformazione umana. Da questo punto di vista, robot e androidi non sono meri dispositivi tecnici, quanto piuttosto i simboli di un futuro che ci attende, di quella carne che saremo. Nostro corpo elettrico.

 


 

ANDREA SCARABELLI ha collaborato con la Cattedra di Storia della Filosofia I (Unimi) e la Scuola Romana di Filosofia Politica. Dirige il blog Attuali e Inattuali (ilGiornale.it) e la rubrica Mattini dei maghi su «Storia in Rete». Ha curato o co-curato opere di Gustav Meyrink e René Guénon. Per Edizioni Bietti dirige la rivista «Antarès» e la collana «l’Archeometro». Suoi saggi sono apparsi su varie testate e in diversi volumi collettanei.

andrea.scarabelli@edizionibietti.com

 


BIBLIOGRAFIA

  • Bergier J. (1970). Admirations, Paris: Christian Bourgois (trad. it.: Elogio del fantastico. Palermo: il Palindromo, 2018).
  • Bordoni C. (2013). Androidi e robot [Androids and robots]. In Bordoni C., a cura di, Guida alla letteratura di fantascienza [A guide to sci-fi literature]. Bologna: Odoya.
  • Bradbury R. (2014). Siamo noi i marziani [We are the Martians]. Milano: Edizioni Bietti.
  • Jünger E. (1957). Gläserne Bienen, Stuttgart: Klett (trad. it.: Le api di vetro. Parma: Guanda, 1993).
  • Jünger E. e Schultz E. (1933). Die Veränderte Welt, Breslau: Wilh. Gottl. Korn Verlag (tr. it.: Il mondo mutato. Milano-Udine: Mimesis, 2007).
  • Nacci M. (2000). Pensare la tecnica. Un secolo di incomprensioni [Discussing technic. A century of misunderstandings]. Roma-Bari: Laterza.
  • Riberi P. (2017). Pillola rossa o Loggia Nera? [Red pill or Black Lodge?].Torino: Lindau.
  • Solmi S. (1959). Prefazione [Preface], in Aa. Vv., Le meraviglie del possibile [The marvels of the possible]. Torino: Einaudi.
  • Tilgher A. (1984). Storia e antistoria [History and anti-history]. Roma: Ciarrapico.

 

 

 

 

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