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Empathy for the Devil – Editoriale Narrability Journal Anno II Numero I

Illustrazione di Sara Seravalle                        

DI ALESSANDRA COSSO

Pleased to meet you

Hope you guess my name

But what’s puzzling you

Is the nature of my game.
(Rolling Stones, Decca Records, 1968)

 

Eravamo in pieno Sessantotto quando Mick Jagger, a torso nudo e con un diavolo disegnato in petto, scandalizzava i benpensanti e faceva impazzire i fan cantando Sympathy for the Devil (Decca Records, 1968): “Pleased to meet you. Hope you guess my name…”

Anno Domini 2018. Siamo orami entrati con tutte le scarpe – ma con poca testa e pochissimo cuore – nel ciclone della quarta rivoluzione della nostra specie, quella digitale, e ci stiamo muovendo scompostamente tra fake news e big data, Artificial Intelligence e influencer.

Non è un caso, ci pare, che alcuni tra i testi più interessanti usciti negli ultimi anni per riflettere sulla nostra epoca e sul futuro che ci attende siano stati scritti da storici o da evoluzionisti (Zelding, 2015; Harari, 2017 e 2017; De Biase e Pievani, 2016). Disorientati, annaspando in cerca di un futuro prevedibile, noi umani abbiamo sempre più bisogno, mentre scrutiamo l’orizzonte temporale, di confrontarci ancora una volta con i grandi temi dell’esistenza umana, quelli che settantamila anni fa abbiamo imparato ad accarezzare col pensiero quando la seconda rivoluzione, quella cognitiva, ci ha regalato l’immaginazione e le storie a fare da ponte con una realtà che superava i nostri sensi (Harari, 2017).

Per questo, cinquant’anni dopo gli Stones, pensiamo che indovinare il “nome del Diavolo” sia ancora un esercizio utile. Incuriositi dalla presenza sempre crescente negli ultimi anni di personaggi malvagi e moralmente corrotti raccontati in modo da suscitare la nostra simpatia, abbiamo voluto indagare il tema del Cattivismo per capirne meglio i confini e gli effetti, e per provare a esplorare la natura del meccanismo antropo-sociologico che negli ultimi decenni sta nutrendo il nostro immaginario con cattivi “simpatici” con cui possiamo addirittura arrivare a identificarci.

Per questo NJ ha dedicato questo numero tutto al tema del Cattivismo: per chiederci ancora una volta in cosa oggi possiamo riconoscere il demonio, Satana, Belzebu, insomma il Male… E, in fondo, anche per capire se abbia ancora senso oggi porsi questa domanda. Perché in questi cinquant’anni anni è cambiato il mondo. Oggi il racconto cattivista è grottesco, satirico, comico, ironico o piuttosto drammatico, tragico addirittura? Ha vita propria o fa da spalla al buonismo? È possibile tentare di indagare, attraverso le loro caricature, il Bene e il Male, due archetipi poco identificabili in questi tempi eticamente fluidi?

I contributi dei nostri autori ci hanno deliziato con riflessioni estremamente interessanti.

A partire da Stefano Calabrese, che ci stimola con una possibile interpretazione, secondo cui il Cattivismo altro non sarebbe che il Genocidio del Bene, ovvero il tentativo di spostare il baricentro etico verso un moral disengagement, portandoci a empatizzare con i cattivi attraverso il meccanismo narrativo del “confronto vantaggioso”. In pratica si paragona la propria azione a condotte moralmente peggiori, ridimensionando per contrasto la valenza immorale del proprio comportamento. I cattivi descritti, spiega Calabrese, compiono azioni biasimevoli per il piacere di fare del male, ma esiste sempre un fattore narrativo che permette allo spettatore di “giustificarli” fino a empatizzare con personaggi sostanzialmente negativi come Hannibal Lecter nel Silenzio degli innocenti o Tony Soprano in The Sopranos: la presenza cioè nella narrazione di personaggi moralmente inferiori che consente di mantenere un “baricentro morale”.

Stiamo imparando non solo a simpatizzare per il Diavolo, ma addirittura a provare empatia per lui, quindi. Ne parlano nei loro articoli anche Michele Martinelli e Cesare Catà. Il primo lo fa collegando i personaggi di cattivi delle serie disegnati per stimolare immedesimazione al bisogno sociale di esorcizzare la paura inconscia del male che è in noi. Il secondo facendo una distinzione tra il personaggio del cattivo shakespiriano, in qualche modo grandioso nella propria malvagità e tragico perché cattivo, ovvero “captivo”, intrappolato da forze oscure. Mentre l’eroe cattivista sarebbe una caricatura, un fake del villain autentico.

Sulla stessa scia di pensiero Federica Rondino nel suo articolo si chiede se la logica degli opposti cattivo/buono sia ancora attuale alla luce di personaggi di film per bambini come Megamind o Cattivissimo me. Questi personaggi secondo l’autrice diventano lo specchio di pulsioni interiori e il loro cattivismo non è altro che una strategia per il raggiungimento dell’obiettivo di eroi cattivi molto fragili.

Anche secondo Carlo Turati, umorista e autore televisivo, il cattivismo sarebbe una strategia. Cattivismo e buonismo, ci ricorda, sono due maschere recitative che funzionano bene solo se interagenti: la Litizzetto ha senso perché esiste Fabio Fazio. E, ci domanda, la pubblicità dissacrante del Buondì Motta farebbe ridere se per anni non fossimo stati immersi nel mondo narrativo del Mulino Bianco che proponeva un ideale di famiglia “buonista”? In questo senso il cattivismo, sostiene l’autore, serve a dire che il re del buonismo è nudo, dissacrando la realtà ne svela i risvolti ipocriti. Retorica cattivista per risvegliare coscienze atrofizzate, quindi.

Forse. Ma “Satana è sempre qualcuno” ci ricorda Andrea Fontana, che legge il cattivismo come scusa, poiché rappresenta lo spettacolo del male come fragilità mascherata. E ci invita a riflettere sul ruolo che possiamo avere noi, ciascuno di noi, nell’agire come terzo elemento dirompente che rende evidente e fa crollare la scissione del male rappresentata narrativamente dal cosiddetto Evil duo. Un ruolo sociale del lettore che criticamente svela il gioco di specchi delle narrazioni cattiviste.

Un gioco di specchi che si riflette anche nel mondo dell’economia. Valerio Malvezzi ci ricorda che anche lì è in atto una guerra tra Bene e Male, dove il cattivismo è un’arma per marchiare chi si schiera contro il credo imperante del libero mercato. Dimenticando che il primo a parlare di “mano invisibile del mercato” fu Bernard de Mandeville, un satanista francese di inizio Settecento. Diavolo di un economista, chi avrebbe detto che l’ispirazione di Adam Smith fosse così poco… liberista?

Una riflessione particolare è quella di Valentina Conti, che collega la “sbornia cattivista” nella comunicazione occidentale alla predilezione per narrazioni soggettive in contrapposizione alla tradizione culturale orientale che predilige il racconto del contesto, della collettività. Insomma come se la cultura occidentale avesse focalizzato lo sguardo sulle storie individuali piuttosto che sul senso di appartenenza.

Infine un riferimento all’intervista di Daniele Orzati a Toni Muzi Falconi, che connette le forme di cattivismo tra gli opinion leader con altri importanti fenomeni sociali e comunicazionali contemporanei: il politicamente corretto e il “nuovo” politicamente scorretto, il fenomeno ambiguo degli influencer, il calo di fiducia globale verso le forme di leadership. Citando i dati di un’analisi longitudinale e globale che analizza ogni anno le dinamiche della fiducia verso istituzioni, imprese, tecnici, scienziati, medici, giornalisti e altre leadership ci ricorda che il solo soggetto che riscuote ancora un minimo di fiducia è “una persona come me”. La dicotomia (o binomio?) buonismo-cattivismo orienta anche il sistema dei social – generando fenomeni vari, da quello delle fake news a quello delle echo rooms. Oggi l’opinion leader è un influencer che, in molte circostanze, è “in carriera” e riceve dalla sua attività benefici (materiali e non) che legittimano l’attività assai più di quella originaria, che in qualche caso non c’è neppure. Con buona pace di chi inneggia alla disintermediazione.

Con i loro contributi, gli autori di questo numero ci invitano a riflettere da molti punti di vista e a porci molte domande. Un paio sopra tutte ci sembrano attraversare tutti i testi ricevuti.

La “sbornia cattivista” ci toglie lucidità e ci lascerà con un gran mal di testa al risveglio? È davvero uno specchio che deforma le sembianze del Diavolo per rendercelo simpatico fino a farci empatizzare con lui?

È una domanda importante perché i meccanismi della simpatia e dell’empatia si differenziano per un punto fondamentale: se qualcuno mi è simpatico posso comprenderlo e sentirmi vicino, ma mantengo la mia individualità, mentre attraverso un movimento empatico possono arrivare a confondermi con l’identità altrui. Che effetti potrebbero esserci allora sulla capacità critica e il senso etico di una generazione cresciuta identificandosi con personaggi come Walter White, Frank e Claire Underwood o Tony Soprano? Se posso sentirmi tutt’uno col Diavolo guardando una serie, sarò in grado di distinguerne i contorni quando lo incontrerò in altri contesti?

Oppure, e questo è la seconda ipotesi, il cattivismo è uno strumento della ragione, una punta affilata del pensiero critico impegnata a svelare le ipocrisie della retorica buonista che punta a renderci passivi, inerti, inconsapevoli…? Proprio perché il Male oggi potrebbe essere camuffato da Bene è importante svelare il travestimento. Essere cattivisti può quindi, in questo caso, aiutarci a immaginare altri futuri economici, culturali, etici.

Due letture diverse, due riflessioni importanti. Perché in fondo poi è questo che conta: continuare a dare senso e riflettere su ciò che avviene intorno a noi. Una cosa infatti ci pare condivisa da tutti gli autori: l’invito a osservare i cambiamenti in atto con il giusto distacco ma senza illuderci di poterne rimanere fuori, perché la storia, e quindi anche il futuro, li costruiamo noi. E per farlo dovremo essere “diabolici”, cioè, letteralmente in grado di separare nel contesto che viviamo, ciò che è vitale e ciò che non lo è. Così da trovare passo dopo passo la strada verso il futuro. Così il Diavolo (letteralmente, “colui che divide”) diventa Demone, in greco daimon (spirito divino).

Dimmi una cosa, amico mio.
Danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio?

Dal film Batman di Tim Burton (UK, 1989)

 

Il numero completo della rivista in versione .pdf  è riservata ai soci sostenitori. Per informazioni segreteria@storytellinglab.org



Bibliografia

  • De Biase L, Pievani T. (2016). Come saremo.Torino: Codice edizioni.
  • Harari Y. N. (2017). Homo Deus. Breve storia del futuro.Milano: Bompiani.
  • Harari Y. N. (2017). Sapiens. Da animali a dei.Milano: Bompiani.
  • Zeldin T (2015). Ventotto domande per affrontare il futuro.Palermo: Sellerio.

Alessandra Cosso alessandra.cosso@storytellinglab.org

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Facile da (far) dire, difficile da (far) fare. Quando opinioni e comportamenti perdono la loro relazione

TONI MUZI FALCONI

Intervista a cura di Daniele Orzati

ABSTRACT
Una riflessione libera ma stringente con uno dei più grandi protagonisti “globali” delle relazioni pubbliche per le organizzazioni. Un discorso che connette le forme di cattivismo tra gli opinion leader con altri importanti fenomeni sociali e comunicazionali contemporanei: il politicamente corretto e il “nuovo” politicamente scorretto, il fenomeno ambiguo degli influencer, il calo di fiducia globale verso le forme di leadership, e, ultimo ma non ultimo, il problema delle ricerche sulle opinioni, che sempre meno sembrano essere in grado di prevedere i comportamenti delle persone. Una riflessione libera perché le correlazioni sono certe, ma le causazioni sempre da provare. Come recita il noto mantra statistico: “correlation is not causation”. Ma già le correlazioni sono sufficienti per alimentare un dibattito necessario sull’epoca nella quale viviamo, come “pubblico”, e nella quale operiamo, come professionisti delle relazioni e della comunicazione.

Keywords: politicamente corretto, relazioni pubbliche, opinion leader, fiducia, Trust Barometer, reputazione.


Tra i diversi professionisti attratti, incuriositi o stimolati dalla nostra call for papers sul Cattivismo, siamo onorati di poter citare Toni Muzi Falconi, riconosciuto nel mondo come uno dei maggiori esperti di relazioni pubbliche per le organizzazioni complesse: “Una carriera che ha attraversato il XX° secolo. Un professionista che ha incontrato i più importanti volti della comunicazione a livello internazionale” (FERPI, 2011); “Uno dei padri della comunicazione d’azienda, degli enti pubblici e del non profit in Italia” (Medioli, 2018). E molto altro, per cui rinviamo al profilo in calce.

Il termine “Cattivismo” – così come contestualizzato e rilanciato dalla nostra call for papers – ha avuto su di lui un effetto evocatorio e un effetto provocatorio. Evocatorio di demoni antichi e nuovi della comunicazione, provocatorio di implicazioni pubbliche, sul discorso e le relazioni, quindi sulle opinioni e i comportamenti.

A seguito di un primo scambio di appunti tra Toni Muzi Falconi e la redazione, abbiamo insieme optato per una forma intervista. Gli appunti del “global public relator” (Muzi Falconi, 2014), infatti, presentavano più temi e tutti di grande peso specifico: temi legati sì da una logica ma non ancora tradotti e imbrigliati nella forma (a volte troppo) affermativa della trattazione scientifica.
Insomma: la traduzione in articolo avrebbe comportato una riduzione del suo discorso, che, ci sembra, non ha la pretesa di trarre conclusioni quanto di mostrare correlazioni e implicazioni tra fenomeni in forte divenire, che esigono una osservazione attenta, l’accettazione del dubbio e quindi un meditato commento.

Cosa si nasconde dietro alla contrapposizione tra “buonismo” e “cattivismo” nel discorso pubblico?

Qualche decennio fa incappai in una “gaffe” assai pubblicizzata con la figlia di un noto politico. Avevo avviato con alcuni amici una community di antiproibizionisti attivi partecipanti alla comunità economica milanese che aveva attirato l’ira del suo potente padre, allora Presidente del Consiglio. Due giorni dopo, la giovane venne arrestata per detenzione di stupefacenti, riconosciuta per poi essere immediatamente rilasciata.

Protestai pubblicamente per il “trattamento speciale” e venni querelato dalla giovane, prendendomi anche l’accusa (testuale!) di “political scorrectness”. Al di là della fantasia linguistica, era la prima volta che incappavo nelle maglie della giustizia ed era anche la prima volta che mi si accusava di scorrettezza politica: oggi di gran lunga lo sport più diffuso e popolare nella nostra sfera sociale (e non solo quella digitale).

La dicotomia (o è più corretto “binomio”?) buonismo-cattivismo, nasconde oggi, in realtà, una sostanziosa, tumultuosa e rumorosa rivolta contro quei modi “buonisti”, rispettosi, tolleranti, civili, liberali, cristiani e (perché no?) democratici che da molti decenni sono stati moneta corrente del nostro discorso pubblico, con rare e quasi sempre vituperate eccezioni (sul cambio di connotazione della locuzione “politicamente corretto” si segnala anche: Siviero, 2017. NdR).

Per esempio, non più tardi di qualche giorno fa, nel corso di una delle Lezioni di storia Laterza dedicata all’Europa, una signora del pubblico, vocale e determinata, dissente da una brillante ma costruttiva relazione esprimendo affermazioni stravaganti che però raccolgono, in una sala gremita di intellettuali, borghesi e “mondo che conta”, anche qualche esplicito e pubblico consenso (il riferimento è alla Lezione di Simona Colarizi, Sogno e realtà. 1941 – 2017. Dal manifesto di ventotene a oggi, del 5 novembre 2017. NdR).

Del resto, chi si azzarderebbe oggi a rimproverare in pubblico un No Vax? Anzi, più si dicono cose fuori dal coro e contro corrente e più si diventa… come dire… Influencer (meglio se con la zeta).

L’opinion leader, mio soggetto di studio e di pratica professionale per molti decenni, nel secolo scorso era una persona le cui opinioni, i cui atteggiamenti erano seguiti, apprezzati e spesso anche ripresi dal sistema dei media. E le sue opinioni influenzavano anche i comportamenti degli altri. Da un po’ di tempo invece le cose si sono complicate assai: la caduta di fiducia nelle ideologie, nei partiti, nelle istituzioni, nei brand, nei leader induce (non sempre è così, ma lo è sempre più spesso) una incoerenza fra opinioni espresse e comportamenti agiti. Da 18 anni il mio vecchio amico Richard Edelman pubblica il Trust Barometer: una analisi longitudinale e globale che analizza ogni anno le dinamiche della fiducia verso istituzioni, imprese, tecnici, scienziati, medici, giornalisti e altre leadership. I dati sono drammaticamente omogenei: il solo soggetto che riscuote ancora un minimo di fiducia è “una persona come me”. Altro che selfie! (www.edelman.com/trust2017).

È accaduto che la crisi trasversale di fiducia allarga la divaricazione fra opinioni espresse e comportamenti agiti. E questo ha messo in crisi non solo professionisti come me (relatori pubblici) che anni fa promettevo di orientare le opinioni di altri verso comportamenti desiderati dai committenti, ma hanno anche prodotto una seria crisi di credibilità del mercato delle ricerche di opinione: quelle sui comportamenti (meno incerte) sono assai più onerose e, in generale, la consapevolezza di questo nuovo fenomeno è di pochi, ma cresce ogni giorno.

La dicotomia (o binomio?) buonismo-cattivismo orienta anche il sistema dei social – generando fenomeni vari, da quello delle fakenews a quello #MeToo, poi Boschi-Etruria e chissà il prossimo.

Mi pare in realtà che il problema più serio, anche in vista delle prossime elezioni politiche, più ancora di contenuti e azioni attribuiti a questo o a quello, sia soprattutto di number crunching e di microtargeting guidato dagli algoritmi (di buoni o di cattivi non si sa… e come si fa a sapere?). Ma l’uso stesso del termine microtargeting denota il sapore della pietanza: noi come target e quindi noi come bersaglio e loro come “tiratori” (Kaltheuner, 2017).

Nello scorso numero di NJ abbiamo avuto il piacere di presentare un articolo sul ruolo, anche narrativo, dell’intellettuale ​pubblico: L’occhio dello sciame: perché la società digitale ha bisogno degli intellettuali di Federico Sicurella (2017).

Oggi, con Lei, ci piacerebbe considerare la classe più ampia di cui l’intellettuale pubblico fa parte, quella degli opinion leader: quanto e in che modo gli opinion leader del 2018 si connotano tra buonismo e cattivismo?

Condivido il senso dell’articolo di Sicurella. Nel secolo scorso l’opinion leader era un soggetto che, per ragioni perlopiù attinenti a suoi (reali o percepiti) ruoli sociali, imperniati soprattutto su cultura, studi, incarichi (e anche abilità comunicative), veniva ritenuto – da persone come me che si proponevano di convincerlo ad esprimersi pubblicamente, non necessariamente erga omnes – a favore o contro una determinata posizione ritenuta influente su segmenti predeterminati di opinione che avrebbero potuto accelerare o ritardare l’esito di una questione specifica (prevalentemente ma non sempre di natura pubblica).

A seconda della tematica specifica, l’opinion leader era scrittore, regista, artista, scienziato, medico, tecnico, giornalista, filosofo, politico, sociologo, attore, manager, imprenditore, docente. Persone normalmente non abituate a farsi avvicinare da professionisti come me. La nostra credibilità si fondava su “mi manda picone”, oppure su un ragionamento tipo: come mi chiamo, quale interesse rappresento, quale obiettivo mi propongo di raggiungere, come intendo raggiungerlo e perché la tua opinione / testimonianza / presa di posizione pubblica (giornali, televisione, radio, convegno, etc..) è essenziale. Un lavoro defatigante, fastidioso, talvolta anche umiliante, ma certamente gratificante se si riesce ad attirare l’attenzione dell’opinion leader per il tempo sufficiente a convincerlo (ovviamente decisiva la qualità del governo della relazione interpersonale, dell’ascolto e del dialogo prima durante e dopo).

Va da sé che sia la causa o l’argomento ad aiutare, esplicitamente e/o implicitamente, il raggiungimento dell’obiettivo del soggetto da me rappresentato. L’opinion leader dunque, prima di accettare, ci pensava su e valutava la sua convenienza che dipendeva da diversi fattori: per esempio, dalla qualità percepita delle mie relazioni con i media che avrebbero diffuso quel contenuto, in quella posizione e in quella circostanza che gli fa più comodo; dalla qualità dei compagni di strada che mi premuro di affiancargli prima, durante o dopo la sua uscita; dalla qualità dei partecipanti al dibattito e dalla qualità della discussione che ne scaturisce. Il mio interlocutore ha dunque la possibilità di decidere se mettere la propria reputazione nelle mie mani, ben sapendo che io sono un professionista pagato da altri, è vero, ma per far fare a lui, opinion leader, una bella figura. Una situazione di esplicita ambiguità e di una certa arbitrarietà.

Non dico che questa pratica e questa funzione siano oggi sparite, ma largamente scemate sì. Oggi l’opinion leader è un influencer che, in molte circostanze, è “in carriera” e riceve dalla sua attività benefici materiali (e non) che legittimano l’attività assai più di quella originaria, che in qualche caso non c’è neppure. In questo senso, è assai più permeabile agli umori prevalenti dell’opinione che vuole orientare / influenzare. Di qui il bivio buonismo-cattivismo, o se vogliamo traditional political correctness versus disruptive political incorrectness. È chiaro che oggi rende assai di più la seconda che non la prima.

Così come mi pare chiaro che valori e comportamenti agiti dagli opinion leader più apprezzati siano, oggi, quelli che non appartengono alla scuola della political correctness. Un bene? Un male? Francamente non ne ho idea e l’unica certezza è il dubbio.

Intravede una correlazione tra il manifestarsi della dicotomia buonismo-cattivismo e il calo di fiducia globale registrato oggi nei confronti delle leadership?

Il calo di fiducia nelle leadership è certificato da ormai quasi due decenni dal Trust Barometer di Edelman. In realtà però la fiducia è soltanto uno di quattro che i più attenti ricercatori (globali e non solo eurocentrici) hanno condiviso come indicatori essenziali della qualità di una relazione che sia la comunicazione che la comunicazione narrativa si propongono di creare. Gli altri tre sono la soddisfazione (nella relazione), l’impegno (nella relazione) e l’equilibrio di potere (sempre nella relazione). (Grunig, 2002).

Questo solo per dire che Edelman ha fatto benissimo a divulgare nel mondo il valore della fiducia. Ma sarebbe altrettanto utile e importante che vi fossero altri tre imprenditori del settore (mai dimenticare che Edelman si autodefinisce come operatore di “communications marketing” e non di marketing communications, e la distinzione non è irrilevante!) che decidano di prendersi cura dello studio e della divulgazione degli altri tre indicatori.

Tuttavia, la questione a mio avviso più importante sta nel fatto, già citato, della intervenuta incongruenza (per ragioni già indicate) fra opinioni e comportamenti. E questo investe frontalmente anche la stessa validità concettuale di un altro paradigma caro a narratori/comunicatori: quello della reputazione.

Insomma oggi, nella migliore delle ipotesi, la reputazione viene valutata in base a ricerche di opinione e, per le ragioni già indicate, questo metodo non ha più lo stesso valore di una volta. Eppure… eppure… se noi dessimo alla reputazione il senso di “quello che gli altri (stakeholder) dicono di te (azienda, persona, brand, prodotto) quando non ci sei”, allora quel “gli altri” non esprimono solo una opinione, ma la caricano anche della propria reputazione (se tu mi dici questo su quello, io tengo conto anche del valore del tuo giudizio) e quindi esprimono quello che forse potremmo definire un comportamento. O no?

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Nota della Direzione: date l’eccezionalità della testimonianza e la modalità di raccolta, così come descritte nell’introduzione all’intervista, si segnala che il testo non è stato sottoposto alle procedure di revisione a doppio cieco. La Direzione si assume pertanto, come da Regolamento per la classificazione delle riviste nelle aree non bibliometriche dell’ANVUR, la responsabilità della pubblicazione.

Bibliografia

  • FERPI (2011). Toni Muzi Falconi: cinquant’anni di relazioni pubbliche. Retrieved from: http://www.ferpi.it/toni-muzi-falconi-cinquantanni-di-relazioni-pubbliche/
  • Grunig J. E. (2002). Qualitative Methods for Assessing Relationships Between Organizations and Publics. Institute for Public Relations. Retrieved from: http://www.instituteforpr.org/wp-content/uploads/2002_AssessingRelations.pdf
  • Kaltheuner F. (2017).Cambridge Analytica Explained: Data and Elections. Medium, 13/04/2017. Retrieved from: https://medium.com/privacy-international/cambridge-analytica-explained-data-and-elections-6d4e06549491
  • Medioli G. (2018). Sostenibilità a rischio. L’impresa, N.1 / 2018. Retrieved from: https://drive.google.com/file/d/1sSyE1rMhj4HxkpIvwvStPtORX7uvRSsq/view
  • Muzi Falconi T. (2014). Glow worms: biased memoirs of a global public relator. Published online. Retrieved from: www.biasedmemoirs.com
  • Sicurella F. (2017). L’occhio dello sciame: perché la società digitale ha bisogno degli intellettuali. Narrability Journal, N.1 /2017. Retrieved from: http://www.storytellinglab.org/narrability-journal/locchio-dello-sciame-perche-la-societa-digitale-ha-bisogno-degli-intellettuali/
  • Siviero G. (2017). Essere “politicamente corretti” in modo radicale è sovversivo. Il Post, 24/12/2017. Retrieved from: http://www.ilpost.it/giuliasiviero/2017/12/24/radicalmente-politicamente-corretti-sovversivo/

 

Toni Muzi Falconi. Esperto di relazioni pubbliche, ha maturato esperienze lavorative presso Stanic Industria Petrolifera, 3M Italia, l’Espresso, Fabbri Editori. Ha creato e fondato MF Communications (1974/76), SCR Associati, poi Shandwick (1976-1994), On/Off soluzioni interattive (94-96), Methodos (1996/oggi). È stato presidente di Idom (Impresa Domani) e dell’IPR (Istituto per le Relazioni Pubbliche), vice presidente e presidente della Ferpi (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana), unico membro non parlamentare del Comitato per la Comunicazione della Camera dei Deputati nel 1998-99 e Segretario Generale del Comitato 9 Giugno (per la Riforma Elettorale) nel 1992-93. Consulente Scientifico nel 2000-2001 del Progetto Finalizzato “Comunicazione Integrata per la Riforma” avviato dal Ministero della Funzione Pubblica e coordinatore nel 1999 della Conferenza Nazionale sull’Adeguamento Informatico all’anno 2000, promossa dal Governo. Presidente fondatore della Global Alliance for Public Relations and Communication Management. Oggi è docente di global relations e di public affairs all’executive Master in Public Relations and Corporate Communication della NYU (New York), di public affairs alla scuola di governo della Luiss, di relazioni pubbliche alla LUMSA.

(Fonte del profilo: www.methodos.com)

Email: tonimuzi@gmail.com

 

 

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Il genocidio del bene nella narratività attuale

DI STEFANO CALABRESE

ABSTRACT
Esistono molteplici spiegazioni della incidenza crescente di personaggi malvagi e moralmente corrotti nella narratività degli ultimi dieci anni. Lo psicologo canadese Albert Bandura ha analizzato fenomeni di moral disengagement in grado di inibire le autocensure e l’autocondanna grazie al “confronto vantaggioso”,  in base al quale si paragona la propria azione a condotte moralmente peggiori, ridimensionando per contrasto la valenza immorale del proprio comportamento; Arthur A. Raney ha invece richiamato l’attenzione sulle relazioni empatiche più intense nel caso di rough heroes. Come l’articolo dimostra, i rough heroes oggi non commettono azioni biasimevoli per il piacere di fare del male, ma esiste sempre un fattore narrativo che permette allo spettatore di “giustificarli”. I destinatari riescono a empatizzare con personaggi sostanzialmente negativi come Hannibal Lecter nel Silenzio degli innocenti o Tony Soprano in The Sopranos attraverso la presenza nella narrazione di personaggi moralmente inferiori, ciò che consente di mantenere un “baricentro morale”.

Keywords: Rough heroes; moral disengagement; empatia; immersività; sick-lit; psycho-thriller


“Sick-lit” e “rough heroes”: di cosa si tratta?

Due fenomeni recenti della narratività mondiale stanno attraendo l’attenzione degli studiosi per la loro capacità di immergere i lettori/spettatori entro possible worlds in cui la malvagità, la malattia, il vizio e la corruzione sembrano dominare a livello tematico e addirittura avere la meglio sui loro più accreditati antonimi – bontà, salute, virtù, rispetto delle regole. Il primo fenomeno è noto come sick-lit, la letteratura “malata” apparsa dopo il 2010, con intrecci che prediligono amori adolescenziali nati nelle corsie ospedaliere dove patologie mortali, malattie incurabili, tossicodipendenza e propensioni suicidarie sono la punta emergente del plot. Un testo come Wonder (2012) della scrittrice R. J. Palacio, come spesso oggi accade inserito in una serial fiction che cambia la narrazione a seconda del punto di vista del personaggio (Il libro di Julian, 2014; Il libro di Christopher, 2015; Il libro di Charlotte, 2015), e di pronta trasposizione cinematografica, vanta senza dubbio il merito di immedesimare il giovane lettore nella storia di un ragazzo affetto dalla sindrome di Tracher-Collins (una malattia che deforma gravemente i tratti del viso) alle prese con il suo primo anno di scuola media. Un tema non del tutto, o non esclusivamente ascrivibile alla letteratura per ragazzi, tanto da essere proposto in Francia, Germania e Gran Bretagna in una duplice veste grafica a seconda che si rivolga a un pubblico adulto o infantile. Altrettanto singolari, per quanto dagli intenti pedagogici meno chiari, possono apparire i romanzi per ragazzi che hanno decretato il successo di John Green: Cercando Alaska (2005) tocca da vicino il tema del suicidio, mentre Colpa delle Stelle (2012), in grado di vantare 9 milioni di copie vendute e una trasposizione cinematografica, racconta la storia d’amore tra due giovanissimi ragazzi affetti da cancro, il cui esito non potrà non essere un unhappy end. La recente riedizione di Io prima di te, di Jojo Moyes (seguito da Dopo di te, 2015), inizialmente pubblicato nel 2012 ma beneficiario di una nuova fortuna dopo la trasposizione cinematografica del 2016, racconta da parte sua di una difficile storia d’amore tra una ragazza e un giovane uomo tetraplegico a causa di un incidente, che ha già deciso di ricorrere all’eutanasia allo scadere di un periodo di sei mesi. Nonostante la gioia e la riscoperta della vita che si generano dal nuovo rapporto sentimentale, il protagonista rimarrà fedele alla sua risoluzione.

Il secondo fenomeno è rappresentato dalla marcata presenza in romanzi, film e serial TV quali Dexter, Breaking Bed, The Sopranos, Kill Bill, Hannibal Lecter, V for Vendetta, La paranza dei bambini di Roberto Saviano di personaggi che commettono azioni immorali per raggiungere i propri obiettivi, rinnegando in tal modo le caratteristiche tipiche dell’eroe tradizionale, moralmente buono ed eticamente corretto (Bernardelli, 2017). Del tutto probatorio il caso di Thomas Harris, creatore dello straordinario personaggio di Hannibal Lecter, lo psichiatra omicida seriale e antropofago reso famoso dall’altrettanto straordinaria interpretazione di Anthony Hopkins nell’adattamento cinematografico del Silenzio degli innocenti (The Silence of the Lambs, 1988). Lecter compare in realtà in un primo romanzo di Harris, Il delitto della terza luna (Red Dragon, 1981), in cui gioca un ruolo marginale ma appare già caratterizzato dalla sua profonda conoscenza della mente umana, da una spregiudicata crudeltà e da un’apparente assenza di empatia. La figura di Lecter assume un ruolo prioritario solo con il Silenzio degli innocenti – testo ormai divenuto pietra di paragone (forse ineguagliato) del nuovo sotto-sottogenere -, che mette al centro della vicenda l’identificazione e la cattura di un omicida seriale (serial-killer story). Nel romanzo tuttavia il tema si complica, perché Lecter all’inizio della vicenda si trova in carcere e presta aiuto a una giovane e inesperta agente dell’FBI che collabora alle indagini su un altro killer seriale. Lecter sfrutta la situazione che egli stesso ha creato manipolando le informazioni anche per pianificare una clamorosa e sanguinosa evasione. La narrazione si svolge dunque in tre direzioni: i crudeli progetti del killer ricercato; le indagini ufficiali, svolte  grazie all’analisi scientifica dei reperti e con i metodi operativi di un moderno corpo investigativo; il particolarissimo legame che si viene a creare tra Lecter e la detective. Chi meglio di lui può contribuire alla comprensione di una mente malata e distorta, al punto da suggerire alla giovane detective la pista che la condurrà nel finale ad affrontare il ricercato da sola e ad averne la meglio? In cambio del suo aiuto, l’agente Starling accetta di confessare al pericoloso medico pluriomicida particolari angosciosi risalenti alla propria infanzia, e questi, una volta libero e in procinto di prendersi la sua vendetta sul suo ex-carceriere, si congratula telefonicamente con lei per l’avvenuta cattura, non senza sottolineare che le angosce dell’infanzia non guariscono mai (Knight, 2004).

I temi centrali della narrazione di Harris sono la violenza, l’identità e la soggettività. L’omicida seriale ricercato, soprannominato Buffalo Bill perché toglie la pelle alle sue vittime, vive circondato da larve e insetti in quanto la farfalla che esce dal bozzolo è l’icona del trasformismo sessuale e insieme la metafora della follia dell’omicida, che cerca di esercitare la violenza sul corpo delle donne solo allo scopo di rimodellare il proprio: una re-identificazione del sé che è anche il vero motivo della violenza esercitata (Knight, 2004).

A livello metaforico anche l’agente Clarice Starling compie una rapida metamorfosi: da timida orfana di campagna si trasforma  in un’eroina da romanzo gotico per affrontare il Mostro armata solo della sua pistola d’ordinanza. In lei vi è ben poco di femminile – e l’androginia dell’interprete Jodie Foster ha contribuito molto alla definizione del personaggio nell’adattamento cinematografico -, anche perché è perseguitata dal ricordo della morte del padre e dall’episodio dell’uccisione in massa degli agnelli della fattoria di famiglia: il loro silenzio (di qui il titolo inglese, The Silence of the Lambs) irrevocabile e la straordinaria capacità di immedesimazione empatica da parte di Clarice sono le cause che animano la sua nuova identità di cavaliere difensore dell’innocenza delle vittime – in questo caso, secondo il classico schema dei romanzi di cappa e spada, tutte fanciulle rapite e uccise.

Secondo C. Wolfe e J. Elmer, il processo di identificazione diviene cross-specifico (cross-species identification), nel senso che nell’universo goticizzante del romanzo e del film assumere un’identità comporta l’attraversamento della barriera che divide la specie animale dalla specie umana, per cui ciò che è umano si fa animale e viceversa. Tale caratteristica teriomorfica è esaltata in Lecter, che possiede un eccezionale senso dell’olfatto, vive in una sorta di gabbia, indossa all’occasione una sorta di museruola, viene osservato e “studiato” dai suoi carcerieri e ovviamente ha disumani gusti alimentari (Wolfe, Elmer, 1995) .
Il lettore-spettatore può percepire Lecter come un eroe positivo, visto che la sua disumanità è in parte riscattata dalle super-umane competenze e da un’indubbia genialità interpretativa, che gli provengono altresì dalla sua attività di psicanalista. Ma nel moderno psycho-thriller post-noir, neo-gotico o post-umano che dir si voglia, l’irruzione del mondo ferino non ha le fattezze possenti ma pasticcione, brutali ma impaurite di una scimmia che uccide perché incapace di salvarsi la vita, come accadeva nel memorabile racconto di Poe Gli assassinii della Rue Morgue. La mancanza di empatia, la freddezza e geniale – benché distorta – sistematicità che accomunano molti dei killer seriali proposti da Harris e dagli altri scrittori del sotto-sottogenere presuppongono sì la ratio degli olocausti e delle pulizie etniche del Novecento, ma ci sospingono anche verso un’area dell’immaginario più horror che crime, dove incontriamo…

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Stefano Calabrese: ordinario di Comunicazione narrativa e Letteratura per l’infanzia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Insegna anche Semiotica allo Iulm di Milano, Letteratura per l’infanzia nella Libera Università di Bolzano e Comunicazione multimediale al Suor Orsola Benincasa di Napoli. Si è formato con Ezio Raimondi nell’Università di Bologna, coltivando interessi scientifici nel campo della narratologia, della retorica, del romanzo, della teoria della letteratura, della fiabistica e delle metodologie neuro-cognitiviste da applicare alle humanities. Tra i suoi ultimi libri: La comunicazione narrativa (Bruno Mondadori, 2010); Il sistema dell’advertising. Parole e immagini in pubblicità (Carocci, 2012); Retorica e scienze neuro-cognitive (Carocci, 2013); Letteratura per lʹinfanzia. Fiaba, romanzo di formazione, crossover (Bruno Mondadori, 2013); Anatomia del best seller. Come sono fatti i romanzi di successo (Laterza, 2015); La suspense (Carocci, 2016); La fiction e la vita. Lettura, benessere, salute (Mimesis, 2017); La letteratura e la mente. Svevo cognitivista (Meltemi, 2017); Che cos’è il graphic novel (Carocci, 2017); Storie di vita. Come gli individui si raccontano nel mondo (Mimesis, in uscita a febbraio 2018).

Email: stefano.calabrese@unimore.it

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Working self: Oriente e Occidente alla prova della narratività

DI VALENTINA CONTI

ABSTRACT
La cultura determina il grado delle emozioni e queste ultime segnano i confini della memoria autobiografica attraverso life narratives, memorie autobiografiche, testi romanzeschi, aneddoti e gossip, ma con marcate differenze tra le culture orientali (olistiche) e quelle occidentali (analitiche). Recenti studi dimostrano che il differente grado di enfasi culturale verso distinti self-goals si manifesta nelle società occidentali e orientali in modi diversi, rispettivamente in modo egocentrico nelle prime e sociocentrico nelle seconde, dando luogo a narratives che in un caso mettono al centro un individuo autonomo, nell’altro pongono l’accento sulle interazioni sociali e le regole che normano la convivenza. A propria volta, la diversa accessibilità dei primi ricordi di vita e la differenza tra occidentali e orientali hanno una retro-azione darwiniana sullo sviluppo neuro-fisiologico dell’uomo e determinano altresì un format narrativo opposto. Per questo stesso motivo Oriente e Occidente rispondono alla sbornia cattivista comunicativa contemporanea in modi totalmente diversi.

Keywords: Life Narratives; Narratologia; Interculturalismo; Oriente e Occidente; Sé indipendente; Sé interdipendente.


La ricetta segreta del Self

Come ci hanno insegnato gli psicologi sociali, il Self si costruisce attraverso lente e incessanti sedimentazioni in un contesto familiare in cui vengono di continuo scambiate informazioni seguite da commenti, riflessioni, ricordi (Wang, 2013, p. 63). Una banda larga quasi invisibile, ma che ogni giorno è attraversata da massicce quantità di byte. Ogni volta che vive una situazione specifica in un luogo e in un momento particolari, il Self diventa operativo (working self, lo chiama lo psicologo Martin A. Conway), nel senso che deve gerarchizzare degli obiettivi (goals) sulla base di motivazioni che possono risultare più o meno importanti a seconda della situazione. La macchina dell’individuo si è messa in moto e già si trova costretta a cambiare in corso d’opera, a svalutare alcuni obiettivi e a preferirne altri, o addirittura a modificare i propri ricordi, dal momento che i self-goals influenzano il contenuto e l’accessibilità dei ricordi autobiografici: un obiettivo da raggiungere inibisce il ricordo di ciò che potrebbe allontanare, oscurare o rallentare il raggiungimento di quello stesso obiettivo (Conway, 2005; Conway, Pleydell-Pearce, 2000, pp. 265 ss.).

Ora, ogni plesso culturale tende a mettere in luce solo alcuni bisogni e a promuovere soltanto specifici self-goals. Prendiamo gli euro-nordamericani. Essi mostrano maggiori benefici psicologici e migliori prestazioni cognitive quando hanno piena libertà di prendere una decisione, soddisfacendo il loro leggendario bisogno di autonomia (autonomy). Inoltre, essendo individualiste, le società occidentali approvano il perseguimento e il mantenimento di uno stato affettivo positivo verso il , al punto che gli obiettivi individuali sono rivolti all’auto-valorizzazione (self-enhancement) e che gli euro-nordamericani lavorano con più impegno a un compito dopo aver ricevuto un feedback positivo, perché ciò viene percepito come un’opportunità di identificarsi positivamente. Prendiamo adesso gli asiatici. Essi mostrano maggiore benessere quando altre persone significative (ad es. genitori o coetanei) decidono al loro posto, realizzando in questo modo il loro incessante bisogno di relazionalità (relatedness); essendo collettiviste, queste società sottolineano positivamente il cambiamento reale e il miglioramento del , al punto che, da un lato, gli individui sono maggiormente propensi al raggiungimento di obiettivi in grado di favorire l’auto-miglioramento (self-improvement), dall’altro sono propensi a ricordare eventi negativi, da cui tuttavia si trarrà un’opportunità di miglioramento (Ng, Pomerantz, Lam, 2007, pp. 1239 ss.).

Il differente grado di enfasi culturale verso distinti self-goals si manifesta nelle società occidentali e orientali in una molteplicità di contesti quotidiani, rispettivamente in modo egocentrico nelle prime e sociocentrico nelle seconde, dando luogo a narratives che in un caso mettono al centro un individuo autonomo e distinto, sia pure nello status infantile, nell’altro pongono l’accento sulle interazioni sociali e le regole che normano la convivenza. Basta una rapida ricerca sull’editoria dedicata alla prima infanzia ‒ i cosiddetti boardbooks, libri cartonati con poche parole e molte figure, legate da un micro-script breve e semplice ‒ per accorgersi di una diversità totale: i libri editi negli Stati Uniti incoraggiano i bambini a pensare positivamente a se stessi e farsi carico, coltivando delle loro caratteristiche personali uniche, come si vede dalle immagini accompagnate da frasi del tipo ‘io mi piaccio’, ‘sono bello’, ‘sono bravo’, ‘sono allegro’; al contrario, i libri per bambini editi in Cina richiamano l’attenzione sulle relazioni familiari e su condotte comportamentali adeguate, tanto che un testo cinese recita: ‘L’orso Mimi sta andando al parco con il nonno. L’orso Mimi aspetta con il nonno via libera per attraversare l’incrocio. L’orso Mimi aiuta il nonno ad attraversare la strada. Al parco, l’orso Mimi salva una farfalla che stava per annegare’ ecc. (Wang, 2013, pp. 67 ss.)
Mano a mano che trascorrono gli anni, il passato di questi bambini subirà, negli adulti che ormai avranno preso il loro posto, un processo di trasformazione inversa se osservato a Occidente o a Oriente. Gli adulti euro-nordamericani tenderanno a edulcorare tutto ciò che hanno fatto e a finzionalizzare in modo migliorativo episodi non del tutto soddisfacenti dell’infanzia, in linea con gli obiettivi di autovalorizzazione (self-enhancement); gli orientali ricorderanno gli eventi meno soddisfacenti e tenderanno a credere di aver agito in modo peggiore rispetto alle loro effettive azioni, proprio in quanto queste ultime sono particolarmente preziose – in accordo con gli obiettivi di auto-miglioramento (self-improvement) – per governare situazioni attuali e future. Così, se è vero che il modo in cui ricordiamo gli eventi condiziona in modo evidente il modo di narrarli, in Occidente e in Oriente la ricostruzione del passato e la visione del futuro sono condizionate dalle credenze e dai self-goals considerati prioritari in una determinata cultura. Eufemizzare il passato libera energie per il futuro, a Ovest; focalizzarsi su un miglioramento futuro sulla base delle esperienze vissute obbliga a radicarsi nel passato e a farne una specie di grande Codice, a Est (Oishi et al., 2007, pp. 897 ss.).

Ricordi, amnesie, accessibilità narrativa al Self

Più si scava nei segreti delle life narratives e del Self, più le differenze tra i due modelli narrativi si acuiscono. Non si tratta solo di valorizzare il passato per alcuni, e il futuro per altri, ma è la gittata temporale stessa della vita a risentirne, poiché la nostra memoria dei primi anni di vita non è uguale. Se si analizza ad esempio il cosiddetto fenomeno dell’amnesia infantile, e cioè la difficoltà a trattenere ricordi della nostra vita al di sotto dei 3 anni, facciamo una scoperta straordinaria. In Occidente l’accessibilità al ricordo di eventi specifici della primissima infanzia è molto migliore rispetto agli asiatici, per i quali l’amnesia è spesso quasi totale. Dagli USA al Giappone, dalla Cina al Canada numerosi test hanno dimostrato che rispetto agli asiatici gli occidentali richiamano (i) un maggior numero di ricordi di eventi vissuti durante il periodo dell’amnesia infantile; (ii) ricordi più elaborati, coerenti e dettagliati; (iii) un maggior numero di ricordi specifici, cioè relativi ad un luogo e tempo determinati (Wang, Conway, 2004, p. 911; Peterson, Wang, Hou, 2009, p. 509). Perché?
L’ipotesi più probabile è che il range dell’amnesia infantile e l’accessibilità ai ricordi della primissima infanzia dipendano dal costituirsi del Sé autobiografico, e in particolare da due fattori intrapersonali come la propriocezione e la comprensione delle emozioni (emotional knowledge), e da un fattore interpersonale come il reminiscing genitori-figli. La comprensione delle emozioni si riferisce alla registrazione e comprensione degli accadimenti sulla base delle emozioni ad essi legati, come ad esempio la previsione che le vacanze e le feste di compleanno susciteranno generalmente felicità e gioia, mentre la separazione o la perdita di una persona cara genereranno il più delle volte tristezza e dolore. Si tratta di ciò che gli psicologi chiamano hot cognition: leggere la realtà apponendo una sorta di flag emotivo a ciascun evento e situazione. Ebbene, se la hot cognition è culturalmente determinata in quanto da bambini apprendiamo a elaborare una teoria delle emozioni partecipando alle pratiche socio-culturali quotidiane, è del tutto evidente che si debbano riscontrare delle profonde differenze nel mondo. Nelle società occidentali, in cui individualismo e autonomia sono ampiamente enfatizzati, l’emozione è considerata una diretta espressione del e dell’affermazione dell’unicità individuale, per cui a partire dalla prima infanzia i genitori incoraggiano i figli a esprimere i propri sentimenti, discutono delle emozioni, registrano i cambiamenti emotivi dei bambini in relazione a fatti già occorsi in precedenza: così il bambino euro-nordamericano metterà in memoria più emozioni, le emozioni agiranno come un recall sulle situazioni vissute, i ricordi della primissima infanzia risorgeranno con una sistematica, benché involontaria spontaneità, in un modo di cui la celebre madeleine proustiana potrebbe forse essere un leggendario esempio (Wang, 2013, pp. 15-26).

Al contrario, nelle culture dell’Asia orientale che privilegiano il diffondersi di un’armonia sociale e degli interessi della collettività, il manifestare emozioni è spesso visto come inutile o addirittura pernicioso per le relazioni in corso, e di conseguenza deve essere rigorosamente governato: i genitori asiatici non sono tanto preoccupati di capire le emozioni dei bambini, ma di aiutarli nell’apprendere le norme comportamentali socialmente condivisibili. In questa sfera pubblica non c’è posto per le idiosincrasie dell’emotività: i valori decisivi sono denotativi, non connotativi; le motivazioni ad agire non sono legate all’emozione individuale, ma al raggiungimento di obiettivi condivisi dalla collettività e dal gruppo sociale di appartenenza. Infatti, le conversazioni familiari circa le emozioni in Cina spesso si concentrano sull’“insegnare al bambino una lezione” e aiutarlo a sviluppare un comportamento corretto attraverso l’accettazione delle norme sociali, senza alcun riferimento agli stati emotivi dei bambini (Wang, Conway, 2004, pp. 911 ss.). La cultura determina il grado delle emozioni e queste segnano i confini della memoria autobiografica: come potrebbero non esserne condizionate le life narratives, le memorie autobiografiche, i testi romanzeschi e persino il racconto di un aneddoto, la brevitas di un gossip?

Il problema della diversa accessibilità dei primissimi ricordi e la differenza tra occidentali e orientali è anche una straordinaria occasione per vedere quanto il contesto culturale riesca a condizionare darwinianamente lo sviluppo neuro-fisiologico dell’uomo. Di recente la neuroscienziata Katherine G. Akers e il suo team di ricerca hanno infatti scoperto che nel momento della neurogenesi, cioè durante il processo di formazione di nuove cellule neurali, si perdono alcune connessioni neurali e in particolare i ricordi (Akers et al., 2014, p. 600): si può ipotizzare che quando vogliamo immagazzinare nuove informazioni e necessitiamo di nuove connessioni, fondamentali per l’apprendimento, il cervello tende a dimenticarsi del passato in favore del futuro. Una delle ipotesi per spiegare l’amnesia infantile è che l’ippocampo, fondamentale per la memorizzazione, debba attraversare un periodo di maturazione prima di poter funzionare al meglio, e non c’è davvero fretta: l’esigenza della memoria aumenta con il crescere dell’età. Tutto questo fornisce una prova fondamentale dell’eventuale influenza culturale sull’anatomia cerebrale, in quanto se l’amnesia infantile è un fenomeno universale esistono tuttavia delle evidenti differenze culturali sia circa i tempi di durata di questo periodo (più brevi in Occidente, più lunghi in Oriente), sia sul ruolo delle emozioni, così essenziale per gli Occidentali e legato proprio al funzionamento dell’ippocampo (Wang, 2013, pp. 95-126).

Mondi semplici, mondi complessi: raccontare la realtà

Figura 1: Esempio di quesito utilizzato nello studio di Norenzayan, Smith, Kim e Nisbett (Nisbett, 2007, p. 135).

La semplicità preferita dagli occidentali e la complessità selezionata dagli orientali riguardano non solo il loro approccio alla causalità, ma anche i modi in cui la conoscenza è organizzata. Nello specifico, dai risultati delle ricerche condotte è emerso che il modo più naturale per organizzare il mondo per gli occidentali è farlo in termini di categorie e di regole che le definiscono, mentre gli orientali si basano più sulla somiglianza di famiglie di oggetti. Ad esempio, nel loro studio sulla percezione della similarità apparso nel 2002 nella rivista Cognitive Science, Ara Norenzayan, Edward E. Smith, Beom Jun Kim e Richard E. Nisbett hanno mostrato agli intervistati coreani, asiatici americani e americani di origine europea delle immagini schematiche come quelle riportate nella figura 1. Il compito dei partecipanti consisteva nel dire a quale gruppo l’oggetto target somigliasse di più: la maggior parte dei coreani (in media il 60% delle volte) ha ritenuto che l’oggetto target fosse più simile al gruppo a sinistra, mentre la maggior parte degli americani di origine europea (in media il 67% delle volte) al gruppo a destra. Ora, l’oggetto target possiede una somiglianza familiare più ovvia con il gruppo di sinistra, e dunque è facile capire perché i coreani abbiano pensato a tale collegamento, invece gli americani hanno applicato una regola costante che permette di connettere l’oggetto target al gruppo di destra in quanto ha lo stelo dritto (Norenzayan et al., 2002).

La propensione a organizzare il mondo in base a categorie o a relazioni sembra avere dei riscontri anche quando impariamo i verbi e i sostantivi di una lingua. A tale proposito va sottolineato come le “categorie” siano designate dai sostantivi, mentre le relazioni coinvolgono implicitamente o esplicitamente un verbo la cui comprensione implica la presenza di più oggetti e almeno un’azione, per cui sembra ovvio che un bambino apprenda più facilmente i sostantivi che non i verbi ‒ opinione sperimentalmente confermata in relazione all’Occidente dalla psicologa cognitivista Dedre Gentner (Gentner, 1981, p. 168) e altresì dalla psicologa dello sviluppo Twila Tardif e da altri ricercatori, i quali hanno però scoperto che i bambini asiatici imparano i verbi alla stessa velocità dei sostantivi (Tardif, 1996).

Non senza ragione le lingue ricalcano le differenze nel modo di concepire le “categorie”, ciò che ancora una volta mette in luce la diversità tra l’Oriente e l’Occidente. Ad esempio, in Il Tao e Aristotele. Perché asiatici e occidentali pensano in modo diverso, lo psicologo sociale Richard E. Nisbett ci mostra che (Nisbett, 2007, pp. 146 ss.):
(a) le frasi nominali sono più diffuse nei parlanti inglesi che in quelli cinesi;
(b) le lingue asiatiche sono contestuali, nel senso che i lessemi possono avere una molteplicità di significati riconoscibili solo in riferimento al contesto linguistico, mentre i lessemi inglesi sono semanticamente autonomi;
(c) le lingue occidentali determinano un’attenzione per gli oggetti focali opposti al contesto, e infatti l’inglese è una lingua subject-prominent in quanto impone la presenza di un soggetto anche in frasi impersonali quali ‘It is raining’, mentre il giapponese, il cinese e il coreano sono lingue topic-prominent in quanto all’inizio delle frasi appare in genere il tema del discorso (‘In questo posto, sciare è bello’);
(d) anche se non è obbligatorio da un punto di vista grammaticale, in giapponese all’inizio di una frase si precisano contesto e topic invece di esprimere immediatamente il soggetto, come accade in inglese.
(e) per gli occidentali è il Self che decide l’azione, mentre per gli orientali l’azione è qualcosa che viene attuato insieme agli altri o rappresenta la conseguenza del Self che opera in un campo di forze, tanto che questa diversità si riflette anche a livello linguistico: in giapponese e in cinese l’“io” è sempre in relazione a qualcuno, collega o familiare, per cui non si dice ‘Carlo’ bensì ‘Il marito di Anna’, non ‘Anna’ bensì ‘La moglie di Carlo’;
(f) la maggior parte delle lingue occidentali (a eccezione della spagnola) sono agentive, cioè precisano che è il ad agire (‘Egli lo fece cadere’), mentre le lingue orientali sono tendenzialmente non-agentive e passive invece che attive (‘Gli sfuggì dalle mani’ o ‘Cadde’).
Insomma, come sostiene Nisbett esistono molte prove del fatto che gli asiatici vedano il mondo in termini di relazioni, mentre gli occidentali sono inclini a vedere il mondo in termini di oggetti statici che possono essere raggruppati in categorie ‒ una diversità che si trasmette anche alle pratiche educative dei bambini, indotti alla decontestualizzazione e all’enfasi sull’oggetto in Occidente, all’integrazione e all’attenzione per le relazioni in Oriente.

Format narrativi: tra buonismo e cattivismo

Ma come rispondono Oriente e Occidente alla sbornia cattivista comunicativa contemporanea? In modi totalmente diversi. Basti pensare alle posizioni assunte da orientali e occidentali rispetto al silenzio e al dibattito. Ancora una volta le interazioni tra soggetti all’interno del micro-contesto familiare risultano particolarmente emblematiche per mostrare queste divergenze culturali. In The Autobiographical Self in Time and Culture (2013) la psicologa Qi Wang della Cornell University ci mostra che quando parlano ai loro figli di esperienze condivise in passato, i genitori euro-americani adottano un child-centered approach, in cui il bambino, al centro del dialogo, viene sollecitato a esprimere emozioni, interessi, opinioni e qualità personali. Detto altrimenti, nelle conversazioni tra genitori e figli il silenzio è inaccettabile: gli adulti esortano i piccoli interlocutori a “dire la loro”, a essere i protagonisti della storia, e ad avere un ruolo partecipativo nella discussione. Invece, gli asiatici orientali applicano un mother-centered (o socially-oriented) approach, dove il punto focale è la madre, che il più delle volte mette in risalto le relazioni interpersonali e le attività del “Noi” in quanto gruppo. Il bambino ascolta senza partecipare verbalmente alla conversazione, ossia viene “educato” a essere una parte integrante di un’unità sociale coordinata, in base a cui deve dosare il proprio comportamento e il modo di comunicare (Wang, 2013, pp. 8 ss.).

Prendiamo come esempio il contesto scolastico. In generale: gli occidentali attribuiscono un’accezione negativa al silenzio, dato che quest’ultimo spesso viene interpretato dagli insegnanti come un simbolo di ignoranza, incomprensione o apatia verso gli argomenti trattati da parte degli studenti, abituati a prendere la parola in classe individualmente e per propria scelta. Al contrario, gli orientali ne hanno una visione positiva, quasi celebrativa: gli alunni partecipano “attivamente” attraverso l’ascolto, rispecchiando a pieno gli ideali confuciani che collegano la comprensione e la conoscenza al silenzio, e intervengono solo se autorizzati dal gruppo. In breve, come sottolinea Nisbett, se i primi hanno fiducia nella retorica dell’argomentazione nei confronti dialettici dalla legge alla politica, alla scienza, e non solo, i secondi evitano la controversia e il dibattito, prediligendo un tipo di comunicazione più indiretto (Nisbett, 2007, pp. 79, 193 ss.).

Ora torniamo alla questione del Cattivismo. Ebbene, se intendiamo il “cattivista” come colui che rifiuta ogni mediazione, che tiene alto lo “scontro” in ambito privato e pubblico, il soggetto attivo e individualista, è evidente che possiamo riconoscerlo solamente nella tradizione comunicativa e narrativa occidentale. Sì, perché in Europa, nord America e Australia, sentendosi relativamente distaccati dal loro in-group, gli individui non fanno grandi distinzioni tra l’in-group e l’out-group, e la percezione del Self indipendente fa sì che a livello comunicativo, il “confitto” diventi il format narrativo prescelto. Ogni interlocutore si sente legittimato a esprimere la propria opinione sebbene contraria all’interlocutore/ascoltatore/lettore. Pensiamo ai dibattiti in classe; alle critiche rivolte alle istituzioni (governative, scolastiche, religiose, economiche ecc.) pubblicate su giornali, riviste, o sui social; alle “infuocate” riunioni condominiali; alle assemblee sindacali o alle cause legali che solitamente terminano con un vincitore e un perdente (Hofstede, Hofstede, Minkov, 2014, pp. 108-124; Nisbett, 2007, pp. 176-193). “Tutto di personale”, insomma.
Ciò detto, va da sé che nel caso di individui che vivono in Cina, Corea e Giappone, che definiscono il loro Self in rapporto all’in-group ‒ ossia alla famiglia, alla società, al contesto in cui vivono ‒ ci troviamo di fronte a un tipo di atteggiamento e a una modalità comunicativa totalmente contrari a quelli occidentali, per questo si potrebbe azzardare nel definirli “buonisti”. In che senso? Nel senso di remissività alla collettività e di rifiuto dello scontro verbale all’interno di una cultura in cui prevale una visione interdipendente del , perché ritenuti socialmente dannosi. Ad esempio, in Giappone i processi decisionali nei consigli di amministrazione e nelle riunioni dei dirigenti sono pianificati in modo da evitare conflitti e discordanze; spesso le riunioni sono una semplice ratifica del consenso già ottenuto dal leader in precedenza; il conflitto tra colleghi cerca di essere ovviato evitando di trovarsi in una certa situazione; nella cause in tribunale, le controversie fra individui sono gestite da mediatori, perché il fine del processo è ridurre il livello di ostilità e il risultato più probabile dell’azione legale è il compromesso (Hofstede, Hofstede, Minkov, 2014, pp. 108-124; Nisbett, 2007, pp. 176-193). “Niente di personale”, insomma. Se allarghiamo i confini dell’attuale significato di entrambi, i termini “buonismo” e “cattivismo” ‒ identificando diversi format narrativi e comunicativi ‒ potrebbero quindi rappresentare un’ulteriore opposizione particolare che articola quella generale tra Est e Ovest.

 

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Bibliografia

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  • Wang Q. (2013). The Autobiographical Self in Time and Culture, Oxford: Oxford University Press.

 

Valentina Conti: dottoranda in Narratologia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. I suoi interessi di ricerca si concentrano su studi di narratologia interculturale, letterature comparate e critica letteraria, anche alla luce delle metodologie neuro-cognitiviste. Ha pubblicato Destini raccontati: quando la narratologia incontra l’interculturalismo, in «Comparatismi» (2016) e Visualstorytelling: morfologia e interculturalismo (in corso di stampa nella medesima rivista, 2017); insieme a Stefano Calabrese è autrice di Attraverso il mediterraneo. Gli arabi e la letteratura per l’infanzia pubblicato in «Liber» (aprile-giugno 2017), di Malvagità e estetica: teorie recenti, incorso di stampa su «E/C» (settembre 2017) e di alcune sezioni del volume Storie di vita. Come gli individui si raccontano nel mondo (Mimesis, in uscita nel febbraio 2018).

Valentina Conti: contivalentina89@gmail.com; valentina.conti@unimore.it

 

 

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Il “cattivismo” come scusa. Il ruolo del “Signore Oscuro” e dell’“Evil duo” nell’immaginario pubblico e nell’azione sociale

DI ANDREA FONTANA 

ABSTRACT
La “cattiveria” sembra essere diventata la cifra distintiva di ogni comportamento. La perfidia nelle parole e nelle azioni è la prassi evidente di atteggiamenti sociali diffusi, dai social media ai mass media fino alla comunicazione pubblica, politica e sociale. Tutta questa manifestazione di “cattiveria” è solo spettacolo del male o è male in sé, vero e proprio?
Il saggio vuole dubitare del “cattivismo” imperante – inteso come posa di una fragilità mascherata – e intende invece indagare la possibilità di provare a cercare qualcosa oltre, nella consapevolezza storiografica e narrativa che i grandi cattivi – di solito – si celano allo sguardo. E nell’ombra tramano.

Keywords: evil duo, rappresentazioni sociali, racconto del male


Dove sono i grandi cattivi?

Viviamo in tempi dove la cattiveria sembra essere diventata la cifra distintiva di ogni comportamento. La perfidia nelle parole e nelle azioni è la prassi evidente di atteggiamenti sociali diffusi. Ma tutta questa manifestazione di “cattiveria” è solo lo spettacolo del male o è il male in sé, vero e proprio?
Alcuni draghi sono feroci, spietati, disumani e selvaggi. Altri invece sono sorridenti, suadenti, accattivanti, perfetti amministratori e – come si direbbe oggi – persino “smart”.
Certi draghi, soprattutto occidentali sono associati al fuoco e sputano fiamme, altri – in particolare quelli orientali – al cielo e con i loro voli portano in altri mondi. Sono cattivi? Per molte culture sì. Ma di solito, per chi si occupa di sociologia della narrazione, questi draghi, siano essi selvaggi o suadenti, sono solo gli emissari di forze oscure ben più importanti. Dove si celano queste potenze?
Quindi sarebbe meglio dubitare del “cattivismo” imperante – solo una recita di fragilità mascherata – per concederci la possibilità di provare a cercare qualcosa oltre. Per capire meglio anche la situazione socio-politica in cui viviamo. I grandi cattivi – di solito – si nascondono.

Di chi si serve il Signore Oscuro?

In moltissimi racconti archetipici e in diverse culture, il “drago” feroce o ammaliatore che sia si rivela essere spesso una sorta di vittima. Un burattino – irretito da qualcun altro – usato da questo “altro” per i suoi oscuri e insondabili interessi.
Nella saga di Star Wars, per esempio, Darth Vader – apparentemente mostro feroce, si palesa invece come “marionetta” usata da un potere perverso. Un potere oscuro che si maschera, manipola, non con-fligge ma in-fligge. Non porta cioè lo scontro fuori ma dentro le sue vittime.

In questa saga, infatti, uno degli antagonisti negativi di nome Palpatine, il Signore dei Sith, manipola Anakin Skywolker e lo usa per compiere il male. Darth Vader appare come il malvagio ma è solo una copia del vero male.
Prendiamo un’altra grande narrazione contemporanea, un serial di recente successo. In Braking Bad, Walter White, che apparentemente è un cattivo, dopo un arco di trasformazione del personaggio che ci porta ad empatizzare con lui, in realtà si rivela essere solo – si fa per dire – il “cattivista” della storia: urla, strepita, minaccia, manovra, uccide persino ma solo come smorfia del male; perché il vero “signore oscuro” è Heisemberg, la sua trasfigurazione perversa, il suo doppio oscuro.
Nella narrazione di Harry Potter, abbiamo diversi personaggi cattivisti, ma il vero Signore Oscuro – come nel caso di Walter White – è dentro Harry stesso. Non è Voldemort, ma il mondo magico dentro di lui che va governato.
In Stranger Things, i cattivi non sono i vari mostri (della serie 1 e 2), troppo facile così, prendersela con i mostri, ma gli agenti governativi perversi che manovrano e mentono continuamente per interessi oscuri.
Una volta capito questo meccanismo rappresentativo delle grandi narrazioni contemporanee, potremmo continuare ancora con altri esempi, ma lascio al lettore questo interessante esercizio di scoperta.

Naturalmente, le riflessioni che stiamo facendo non ci devono portare a discolpare l’attore sociale che compie l’impresa cattiva, vittima di un mandante (persona, malattia, mostro o caso che sia). Non si attenua la responsabilità dell’atto malvagio. Tuttavia, il problema qui non è la colpa o la responsabilità dell’azione ma uscire dal circolo della coppia perversa attraverso cui il male si manifesta in molte narrazioni. E quindi una domanda interessante per la ricerca e la riflessione sociale e politica diventa: chi è il “vero cattivo” dietro o dentro il “cattivista”?
Non per suggerire una dualità verticale (tra cattivo e cattivista), ma per ricercare nell’orizzontalità della coppia una comprensione più profonda del fenomeno del …

 

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Bibliografia

  • Arendt H. (2013). La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. Milano: Feltrinelli.
  • Brotherton R. (2015). Suspicious Mind. Why we believe Conspiracy Theories. New York: Bloomsbury.
  • Demetrio D. (2017). La vita si cerca dentro di sé. Lessico autobiografico. Milano: Mimesis.
  • Girard R. (2001). Vedo Satana cadere come la folgore. Milano: Adelphi.
  • Sloterdijk P. (2007). Ira e tempo. Roma: Meltemi.
  • Todorov T. (2000). La letteratura fantastica. Milano: Garzanti.
  • Veyne P. (1984). I greci hanno creduto ai loro miti? Bologna: Il Mulino.
  • Žižek S. (2007). La fragilità dell’assoluto. Massa: Transeuropa.

 

Andrea Fontana: Autore, saggista e sociologo della comunicazione e dei media narrativi.
È il più rilevante esperto di Corporate Storytelling nel nostro Paese. Ha introdotto in Italia il dibattito sulle scienze della narrazione applicate al mondo aziendale. Insegna “Storytelling e narrazione d’impresa” all’Università degli Studi di Pavia dove è anche Direttore didattico del primo Master universitario in Italia in Scienze della Narrazione (M.U.S.T.).
Amministratore delegato del Gruppo Storyfactory, lavora con grandi aziende e con diverse Istituzioni pubbliche e private per perfezionare i “racconti” dei loro brand, prodotti o servizi. È Presidente dell’Osservatorio di Storytelling e direttore scientifico della rivista Narrability Journal. Per Hoepli ha recentemente pubblicato: Storytelling d’impresa. La guida definitiva, Hoepli (2016), Storytelling for Dummies (2017), #IoCredoAlleSirene. Come vivere (e bene!) in un mare di fake news (2017).

Andrea Fontana www.andreafontana.org andrea.fontana@storytellinglab.org