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Il sorriso di Dio – EDITORIALE NJ 1 ANNO III

DI ALESSANDRA COSSO

 

“Dio è morto”

Friedrich Nietzsche

 

“Dio ha traslocato”

Lenny Belardo

 

Paolo Sorrentino (2017) inizia la sua prefazione alla sceneggiatura di The Young Pope (intitolata Il peso di Dio) con un’affermazione che è insieme caratterizzante e programmatica: “le prefazioni sono pericolosissime”. Perché, spiega, in qualche modo costringono lo scrivente – e il lettore – a proporre e accogliere un taglio, un punto di vista, un terreno condiviso per la fruizione dell’opera. Ma questo, se permette di inquadrare l’intento autoriale con precisione, va a detrimento della possibilità per i pubblici di dare interpretazioni altre a quanto scritto, attivando personalissime risonanze tra l’opera e il proprio immaginario.

Mi sono resa conto che penso la stessa cosa degli editoriali. In particolare per questo numero di NJ dedicato a uno dei temi più complessi e sensibili del vivere umano: il senso per il sacro. Cercherò quindi, nelle prossime righe, di barcamenarmi tra prudenza e dovere.

Ricordando la profezia di Nietzsche che aveva annunciato la morte di Dio già agli inizi del secolo scorso, oggi ci troviamo nel paradosso di scoprire che forse Dio ha solo “traslocato”. La battuta è di Lenny Belardo, il giovane e bellissimo Papa, dissacrante e santo al tempo stesso, protagonista di una fortunatissima serie firmata da Sorrentino (nota per gli appassionati: pare sia in lavorazione la seconda stagione di The Young Pope). Ci tocca allora, ascoltando Lenny, ricercare nuove forme del sacro nelle pieghe delle nostre vite per riportarlo al mondo del visibile.

Questa rivista si propone di analizzare il racconto e i racconti che, in quanto processo di sense-making, ci aiutano a dare significato ai diversi aspetti della realtà intorno a noi. Così è stato anche per questo numero, che si poneva alcune domande: dove si nasconde il sacro oggi? e dove si mostra? in quali narrazioni oggi troviamo indizi della sua presenza? e quali le sono le sue metamorfosi?

Abbiamo ricevuto moltissimi contributi, segno che questo tema tocca l’immaginario di molti. Non sarà facile presentarveli degnamente in questo breve scritto. D’altra parte, come si diceva, gli editoriali sono pericolosissimi. Per andare sul sicuro, puntiamo in alto: partiamo con Joseph Campbell, dalla luna.

All’indomani dello sbarco sulla luna che noi dell’altro millennio ricordiamo in questi giorni, Campbell (1970) osservava così gli effetti dei grandi avanzamenti della scienza e della tecnologia sulla spiritualità umana:

Stiamo partecipando a uno dei più grandi balzi che lo spirito umano abbia mai fatto verso la conoscenza non solo della natura esterna, ma anche di quel mistero che riguarda la nostra più profonda interiorità. (…) Non c’è più nessuna autorità, consacrata da Dio, che noi dobbiamo riconoscere. (…) eppure la scienza non ci ha allontanato dalla divinità: ad ogni ampliamento di orizzonte, dalle caverne dei trogloditi fino ai templi buddisti e fino alla superficie della luna corrisponde una percezione dell’essenza della Natura sempre più profonda e più ampia… (Campbell, 1970)

 

L’esplorazione dell’infinito universo, partita 50 anni fa dalla luna, non è altro, secondo lo studioso di miti, che un modo “moderno” di ricercare il sacro, che con il progresso e la decadenza dei dogmi religiosi è sempre più identificato con la spiritualità insita nell’uomo.

Il tema in qualche modo è ripreso dall’articolo di Viviana Capurso Come in cielo, così in terra: il sacro dentro e fuori dall’uomo, che indaga se, come affermano alcuni neuro-scienziati, la spiritualità sia legata all’attività neuronale in alcune aree specifiche del cervello. Capurso ci ricorda che Namaste, il saluto in sanscrito, significa ‘saluto il Dio che è in te’. Ed esplora la possibilità oggi di rintracciare tracce di sacralità proprio in quanto in noi è umano, troppo umano, come i sei deliziosi tortellini confezionati da uno chef stellato.

Risolvere la dicotomia sacro e profano, ecco un tema. Che intriga anche Silvia Noera, autrice di Il sacro e l’horror, articolo che analizza il tema della violazione attraverso l’analisi della esperienza della dicotomia sacro/profano in alcuni film horror. L’autrice li divide in due categorie: quelli che utilizzano lo schema del viaggio dell’eroe, che esplorano la violazione sacra, e quelli che si rifanno alla tragedia della fanciulla, che invece descrivono la violazione del profano.

Parla di Incontri pericolosi anche l’articolo di Luca Siniscalco, dedicato all’idea del fato come espressa da Ernst Jünger, scrittore e filosofo tedesco del XX secolo, l’autore esplora il tema della fortuna come abbandono dell’uomo all’incontro con il piano dell’essere invisibile, con la grazia indice dell’incontro con il sacro insomma.

Del resto sacra è la natura umana portatrice di grazia intrinseca secondo Giorgio Piccinino, sociologo e psicoterapeuta, che nel suo articolo Da noi nemmeno le mucche sono mai state sacre cita il quadro di Tiziano, intitolato neanche a farlo apposta, Amor Sacro e Amor Profano. Lì il sacro è sorprendentemente rappresentato (nel Cinquecento!) dalla nudità femminile, non dall’altra figura di donna, pure bellissima, ma vestita da gran signora. Piccinino scorge, come Tiziano, tale valenza sacra nelle “nude” storie dei suoi pazienti e nei dolori che raccontano, dolore che non è altro che l’annuncio di una profanazione, quella della loro benedetta natura.

Una visione che ben risuona con quella che ci ha trasmesso Francesco Morace, sociologo ideatore del Festival della Crescita, nell’intervista che ci ha rilasciato: sacra è la nostra presenza nel mondo, per questo dobbiamo goderne e rispettarla. Stiamo assistendo, dice, a un cambiamento epocale nel nostro vissuto collettivo e nelle priorità esistenziali di ciascuno: anche l’Intelligenza artificiale e la rivoluzione digitale spostano il focus su una visione e una esperienza di breve respiro, su risposte veloci e benefici immediati. La definisce una tendenza Sacral Now che sottolinea il nostro essere al mondo, e che in passato era riconosciuta dallo sguardo di Dio (nelle religioni monoteiste) o della Natura (nelle religioni politeiste). Oggi, dice, si è aperta la fase in cui lo sguardo che ci definisce è solo quello dell’altro, in una assoluta reciprocità.

Torniamo a Campbell (1970) che, nella conclusione del saggio sopra citato, scrive che la nuova mitologia deve poeticamente rinnovarsi in termini non di memorie passate, né di proiezioni future, ma di presente. Parole che ricordano quelle dell’articolo di Andrea Scarabelli Raccontare l’origine in cui scrive che i miti sono metafore delle potenzialità spirituali dell’uomo, e la nostra vita e la vita del mondo sono animate dagli stessi poteri (Campbell, 1988). La funzione di collegamento dei miti, spiega Scarabelli, risorge nel cuore della modernità per ricollegarci a nuove forme di sacro.

Ci riporta allo studioso americano anche Michele Martinelli nel suo Nel tempio delle serie TV – alla ricerca del sacro in riti e cerimonie degli spettatori nell’era digitale ricordando che il mito all’interno di ogni società ha il compito di farci fare esperienza del mondo stesso, attraverso esempi e modelli (Campbell, 2004 e 2007). Il mito, ribadisce, è testimone di quel nostro bisogno primario di rendere in qualche modo leggibile il mondo che ci circonda, grazie a un linguaggio e a una semiologia facilmente riconoscibili (Ferraro, 2006). Prendendo spunto dalla recente messa in onda dell’ultima stagione della fortunatissima serie televisiva americana Game of Thrones, Martinelli propone uno spunto di riflessione su quanto e come le abitudini del pubblico davanti al piccolo schermo siano ascrivibili alla sfera del sacro. Per farlo analizza i comportamenti messi in atto durante la fruizione delle grandi narrazioni seriali televisive: la piattaforma che trasmette è un cerimoniere, il salotto di casa un tempio e i “serial mantra” come “L’inverno sta arrivando” diventano preghiere e formule di riconoscimento dell’appartenenza alla community GOT. Un rito, la serie TV, sacro e condiviso, che crea comunità: una comunione, in pratica.

Cambiano insomma i modi e i luoghi per celebrare il sacro e le maggiori confessioni religiose si adeguano. Alice Avallone ce lo racconta nel suo articolo Quando è il sacro a perdere di sacralità, dove scopriamo della Hillsong Church, che ha fatto il nido online e raccolto in pochi decenni oltre tre milioni di follower su Youtube, testimonial tra cantanti pop e influencer e ha fondato varie etichette discografiche.  O di un’app, ePuja, che permette agli Hindu di ordinare cerimonie religiose (puja) da fare eseguire per contro proprio al tempio preferito. Avallone evidenzia un cambio di narrativa del sacro fatta da queste organizzazioni religiose ambientatesi in habitat digitali, che stanno azzerando via via la distanza tra le persone da una parte – e i dogmi, i testi e le autorità dall’altra.

Stesso habitat, il digitale, per una community che è un caso studio in antropologia. Le mamme pancine, scoperte dal Signor Distruggere, alias Vincenzo Maisto (intervistato da Anna Martini nell’articolo La mamma è sacra. O no?), hanno fatto della maternità un tratto identitario sacralizzante sino all’integralismo. Condividono rituali inquietanti: confezionano gioielli con la placenta – quando non la mangiano – e dolcetti col latte materno. Vivono nei social in una echo room chiusissima esibendo la propria maternità come l’unica cosa che le possa caratterizzare e valorizzare. Colpisce il basso livello culturale e di conoscenza del proprio corpo, commentano le antropologhe Chiara Carletti e Nicoletta Landi (2017), e la grande solitudine di queste giovani donne che rivendicano un proprio spazio dove non essere giudicate.

Il sacro come difesa, come tratto caratterizzante un’identità altrimenti fragile: un racconto che deve farci pensare. Cosa avrebbe detto Lenny Belardo alle mamme pancine, lui che della possibile ambivalenza della maternità conosceva gli effetti e si sorprendeva di come una ragazza si trasformasse in madre un momento dopo aver concepito un figlio (Sorrentino,2017)? Non lo sappiamo.

Sappiamo però che Pio XIII in tutto il suo papato (in tutta la prima stagione, forse dovremmo dire) ha cercato di dare una definizione di Dio.

Chi è Dio? Si chiede parlando ai fedeli. Alla fine trova una risposta nella storia di una ragazzina, la beata Juana, che indicava la strada del sacro affermando che “Dio è una linea che si apre”.  Nessuno capiva però che cosa intendesse.

Diciottenne, in punto di morte, Juana svela il senso di questa immagine, dicendo:

 

“Dio non si fa vedere.

Dio non grida.

Dio non sussurra.

Dio non scrive.

Dio non sente.

Dio non chiacchiera. Dio non ci conforta.”

 

E allora i bambini chiesero: “Chi è Dio?”

E Juana rispose: “Dio sorride”.

Solo allora, tutti capirono. (Sorrentino, 2017)

 

Il sorriso di Dio: a qualcuno ha ricordato il sorriso del Buddha, ma cosa intenda Pio XIII quando racconta questa storia di fronte a una folla di fedeli assiepata in piazza San Marco a Venezia non è chiaro. L’ultima puntata della stagione si interrompe poco dopo il discorso e la prefazione di Paolo Sorrentino alla sceneggiatura non offre appigli interpretativi. Azzardare noi una decodifica è difficile, in tempi complessi e ricchi di ambivalenze come i nostri, davvero un terreno infido.

Così come tirare le fila di questo numero che ha mappato i territori irti e malfermi del sacro, esplorandone i sentieri narrativi. Dove ci portino forse non è dato sapere e del resto la mappa che disegnano ha contorni ancora poco chiari.

E poi gli editoriali, si sa, sono pericolosissimi. Voi comunque sorridete, non si sa mai.

Namaste.

 


Bibliografia

  • Campbell J. (1970). “La passeggiata sulla luna: il viaggio verso l’esterno” in Miti per vivere. Sulla terra e sulla luna, in guerra, in pace, in amore. Milano: Red Edizioni.
  • Campbell, J. (1988). The Power of the Myth, New York: Doubleday (trad. it. Il potere del mito. Vicenza: Neri Pozza, 2012)
  • Campbell J. (2004). Il potere del mito. Intervista di Bill Moyers [The Power of Myth]. Parma: Guanda.
  • Campbell J. (2007). Mito e modernità. Figure emblematiche di un passato antichissimo nell’esperienza quotidiana [Myths to Live By]. Milano: Red Edizioni.
  • Landi N. (2017). Il piacere non è nel programma di scienze! Educare alla sessualità oggi in Italia. Roma: Meltemi.
  • Ferraro G. (2001). Il linguaggio del mito. Roma: Meltemi.
  • Sorrentino (2017). Il peso di Dio. Il Vangelo di Lenny Belardo. Torino: Einaudi.
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Giochiamo insieme? EDITORIALE NARRABILITY JOURNAL ANNO II NUMERO II

DI ALESSANDRA COSSO

 

In un mondo in cui ogni cosa è interconnessa, l’imperativo morale supremo diventa conoscere.
Yuval Noah Harari, 21 lezioni per il XXI secolo
 
Tutta l’insurrezione digitale si portava dentro l’inespressa pretesa che l’esperienza potesse diventare un gesto rotondo, bello e confortevole. Non la ricompensa a una fatica. Ma la conseguenza di un gioco.
Alessandro Baricco, The Game

 

I miei due figli appartengono a due generazioni differenti. Uno, nato alla fine del Novecento, mantiene uno sguardo affettuoso e vagamente nostalgico sul secolo breve (Hobsbawm, 1995) pur vivendo pienamente il proprio tempo. Vive la rete e i social con disinvoltura assoluta, ma scatta foto con la Polaroid oltre che con lo smartphone e quando viaggia sceglie le cartoline più buffe da mandare agli amici.

Il mio secondo figlio è nato a pochi anni di distanza, nel 2003. Nel suo immaginario oggetti come le cartoline da spedire per posta “normale” e le fotografie che impiegano tempo a sviluppare un’immagine sono archiviate nel cassetto “inutili pratiche del secolo scorso”. Le osserva con sguardo incredulo e distaccato, lo stesso che da bambino aveva quando lo portavo al Museo di Scienze Naturali. Quella roba per lui è come un fossile: interessante solo se devi fare la ricerca per la prof di scienze.  Credo che per me sia questa la prova più tangibile, evidente e concreta, potrei dire “in carne e ossa” del fatto che sta succedendo qualcosa al nostro modo di essere umani. Per me e altri genitori significa anche ripensare i propri modelli educativi per essere all’altezza dei bisogni evolutivi e di crescita di una nuova generazione di “nativi digitali”.

Ma la questione non tocca solo la genitorialità: tutte le dimensioni del vivere umano sono impattate. E il dibattito sulla Human Transformation (HT) sta crescendo di mese in mese ponendo domande importanti sulla sfida tecnologica, sociale, culturale e politica che questi cambiamenti comportano su temi-chiave come verità, educazione, giustizia, libertà, lavoro…All’inizio del 2018 le narrazioni che si incrociavano e intrecciavano nel tentativo di immaginare il nostro futuro ci sono parse tante e tali da meritare una possibile lettura. Abbiamo per questo deciso di dedicare alla HT il convegno dell’Osservatorio di Storytelling (si è tenuto a BASE Milano il 12 dicembre 2018) e un numero del Narrability Journal, questo.

Ma di cosa stiamo parlando?

Col nuovo millennio la rivoluzione digitale, combinata con le innovazioni tecnologiche, che incessantemente genera e insemina, con le scoperte in campo biogenetico e con il ripensamento di molti equilibri di potere sul nostro pianeta, sta dando vita a un salto evolutivo, una frattura spazio temporale, per cui noi siamo passati in pochi anni da mandarci le cartoline dalle località di mare a vivere immersi gran parte del tempo in un altro mondo online – qualcuno lo chiama “oltremondo” (Baricco, 2018). I social media regolano i flussi della nostra vita relazionale nelle svariate realtà sociali, professionali e personali che frequentiamo, dal gruppo dei genitori della classe dei figli, al team di progetto con i colleghi, ai compagni di scuola di 30 anni fa. Hanno già cambiato il nostro modo di relazionarci, di pensare, di pensarci.

Cosa è successo? E ancora di più perché è successo? Non è la prima volta che l’Uomo vive un salto evolutivo, ma questa volta lo stiamo facendo a velocità impressionante (Harari, 2014). Facciamo fatica a capire cosa sta succedendo perché ci siamo in mezzo e perché non è facile per il nostro cervello comprendere senza riflettere. A queste velocità, del resto, riflettere è diventano un lusso. O un intralcio – dipende dal punto di vista.

Tra gli autori che insistono sulla necessità di fermarsi ogni tanto a pensare c’è senz’altro Yuval N. Harari, docente di World History all’Università di Gerusalemme. Con oltre 12 milioni copie tradotte e vendute in tutto il mondo, sta proponendo una riflessione ricca e approfondita sul tema della HT. Ha pubblicato ad oggi tre ampi saggi[1] zeppi di rifermenti bibliografici a studi e ricerche, tutte molto aggiornate, su ciò che si pensa e si dice nell’ambito della divulgazione colta di più discipline, dalle scienze umane alle neuroscienze. La sua opera è un invito accorato alla riflessione attenta e all’impegno ad approfondire, con un approccio che potremmo dire scientifico, il nostro rapporto con la realtà. Nelle sue parole: “In un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere. In teoria chiunque può partecipare al dibattito sul futuro dell’umanità ma in pratica è molto difficile mantenere una visione chiara” (Harari, 2018). E così l’autore ci accompagna pagina dopo pagina alla scoperta della storia delle specie Sapiens e delle rivoluzioni che ha sperimentato nella propria evoluzione: dalla rivoluzione cognitiva che ci ha munito di immaginazione e ci ha fornito le storie come strumento di lettura, interpretazione del mondo, condivisione e appartenenza; alla rivoluzione agricola che ha detto stop al nostro status di nomadi cacciatori-raccoglitori, a quella industriale e scientifica, fino ad arrivare alla rivoluzione digitale e biogenetica che stiamo vivendo e che ci sta portando ad accarezzare l’idea di immortalità (2014; 2017; 2018). Ma che al tempo stesso rischia di dare origine a nuove élite di semi-dei da una parte e dall’altra a masse impotenti incapaci di cogliere la complessità di ciò che accade nel mondo e quindi tagliate fuori da qualsiasi decisione. Il suo ultimo libro finisce con alcuni moniti all’umanità perché non finisca vittima dei cambiamenti che sta attraversando: Riassumo in breve: primo, se vogliamo informazioni affidabili, paghiamo il giusto prezzo per averle – l’informazione gratuita offerta dalla rete potrebbe avere doppi fini; secondo: se qualche tema è di nostro interesse, facciamo la fatica di leggere la letteratura scientifica che è stata pubblicata a riguardo. Sebbene il mondo scientifico possa essere per certi versi vissuto come lontano dal mondo reale, spiega l’autore, di fatto il metodo che adotta per esplorare la realtà è quello al momento più protettivo per evitare di essere manipolati (e questo è anche il motivo per cui noi abbiamo dato vita a NJ e non a una rivista divulgativa qualsiasi). La terza raccomandazione la rimando a qualche riga più avanti, perché vorrei riportare qui anche un’altra autorevole voce che oggi partecipa al dibattito sulla HT.

Diversissimo per formazione e approccio, lo scrittore italiano Alessandro Baricco nel suo The Game (2018) riprende il discorso iniziato anni fa con I Barbari[2] (2006) e tenta un’interpretazione originale della HT. Il suo testo che ricorda, nello stile redazionale, una delle tante lezioni che lo scrittore negli anni ha tenuto su temi di attualità a vari pubblici, televisivi e no. A differenza dei testi di Harari, va detto che qui non troverete riferimenti bibliografici: l’autore offre le sue considerazioni come il risultato di una personale riflessione portata avanti negli anni con la sensibilità di uno scrittore più che con il rigore di uno scienziato. Una postura diversa, un modo diverso di ragionare, se pur ricco di stimoli. Come quando inscrive la genesi della HT nel progetto di insurrezione digitale che un gruppo di nerd informatici della controcultura californiana degli Anni 70 avrebbe innescato per cambiare il mondo e farlo uscire dai paradigmi di diseguaglianza, muri e rigidità culturali che avevano condannato il Novecento a una sequela di guerre, talvolta fredde. L’obiettivo era cambiarlo in meglio, ovviamente, almeno nelle intenzioni. Baricco in un certo senso identifica la mutazione in atto, il sunto della trasformazione del nostro essere, in un cambiamento di atteggiamenti, che potremmo definire esistenziali, legati al piacere del gioco. La sequenza su cui si concentra e che propone al lettore è quella calcetto/flipper/space invaders: ne osserva il cambiamento di postura fisica, di sensazioni e di percezioni. Per un essere umano intento a una partita a calcetto (calciobalilla per i puristi), o a flipper o, infine, a un videogioco sono parecchio diverse, a pensarci bene: con esse cambia la consistenza stessa dell’esperienza, che assomiglia sempre più a un gioco veloce, immateriale, semplice, fluido. Individuale. Un videogioco, insomma.

Potremmo dire, seguendo il discorso dell’autore, che il copione narrativo[3] della HT coincide di fatto con lo script di un videogioco: riproduce la realtà in un ambiente virtuale semplificato, dove le relazioni sono mediate dal sistema e rimangono a livello superficiale. Nel senso che lì ci si muove e vive un mondo veloce e con architetture narrative multidimensionali e contestuali dove è rappresentata in modo semplificato solo la superficie delle cose, la Rete. Per giocare questo gioco – ovvero per vivere pienamente l’esperienza umana contemporanea – dobbiamo distaccarci dai paradigmi novecenteschi in cui l’icona dell’Essere umano era rappresentata dalla triade uomo-cavallo-spada e abbracciare la nuova idea di Uomo intento a giocare il Game, rappresentata sequenza uomo-tastiera-schermo.

Cosa cambia? Tutto, in una parola.  Il salto evolutivo dal Novecento al nuovo millennio è un salto quantico: su questo concordano entrambi gli autori. Che evidenziano come cambiando il paradigma cambia ogni scenario. Così è per esempio per il lavoro, Harari (2018) sintetizza così: “quando sarete grandi potreste non avere un lavoro” e Baricco (2018) chiosa: “a furia di distribuire contenuti a prezzi irrisori il Game finisce per realizzare un genocidio degli autori, dei talenti, perfino delle professioni”. Il tema è noto e all’ordine del giorno: studi e ricerche sono state attivate per prevedere gli scenari futuri del mercato del lavoro: quali competenze? quale formazione ha senso immaginare? Che sbocchi per chi è già formato? Quale lavoro sarà adatto a sopravvivere nel nuovo habitat e quale scomparirà, come i dinosauri? A queste e altre domande risponde, in questo numero di NJ, l’articolo di Alessandro Giaume e Alberto Maestri, intitolato Uomini e Macchine: insieme, verso il Futuro del Lavoro.

L’articolo introduce anche uno dei temi chiave della HT, il rapporto con l’Intelligenza artificiale (AI) e i robot. Durante il recente convegno dell’Osservatorio, questo è uno dei temi affrontati che ha stimolato più dibattito: quanto abbiamo paura di robot che ci somigliano sempre di più e che nei racconti distopici di molta produzione di fiction, potrebbero un giorno ribellarsi e prendere il potere? In Nostro corpo elettrico Andrea Scarabelli si interroga proprio su questi temi, evidenziando come manchi al momento una narrazione che educhi il nostro immaginario al fatto che “automi e replicanti, robot e cyborg accompagneranno l’umanità futura”.

Trovate poi la recensione che Daniele Orzati ha scritto per un altro dei testi-chiave del dibattito già citato sulla HT: Essere una Macchina di Mark O’Connell (2018). Il giornalista irlandese indaga le vite di alcuni esponenti del Transumanesimo, un movimento culturale che sostiene l’uso delle scoperte scientifiche e tecnologiche per aumentare le capacità fisiche e cognitive e migliorare quegli aspetti della condizione umana che sono considerati indesiderabili, come la malattia e l’invecchiamento – e in questo risuona non poco con Homo, Deus di Harari (2017). Per usare le parole dello stesso Orzati: ”La narrazione di O’Connell si presenta dunque come un caso esemplare di narrazione sul Transumanesimo e al contempo come caso esemplare di narrazione sulla nostra ineffabile contemporaneità. Ineffabile se non attraverso le storie che la pervadono e le trasformano.” Capite che non potevamo lasciarcelo sfuggire questo racconto?

Così come non potevamo non farci dire da Toni Muzi Falconi di un importante esperimento, quello del gruppo DigiDig: nato in Italia nel 2016 “per aumentare consapevolezze e competenze comuni, per rendere più trasparenti, condivisi e negoziabili gli algoritmi che caratterizzano la società contemporanea” (DigiDig Manifesto). Il DigiDig non esiste più, ma forse anche per questo è un caso studio interessante su cui riflettere! La nostra relazione con gli algoritmi, il dibattito su come difenderci dalla loro pervasività, la paura di essere diventati ‘cavie’ da studiare per vendere più prodotti, sono tutti temi sempre più presenti nel nostro immaginario, dando vita a svariate discussioni.

Anche alla luce di una indicazione di attenzione che arriva un po’ da tutti gli autori impegnati nel dibattito culturale nelle HT: i cambiamenti in atto stanno di fatto creando delle nuove élite in grado di governarli (i cambiamenti) e stanno condannando le masse, meno consapevoli, a essere guidate nelle loro scelte dagli algoritmi che decidono sempre più chi sono e cosa debbano sapere di sé stessi, di fatto impedendo loro di incidere in alcun modo sul proprio futuro (Harari, 2018). E ancora: “il Game tiene buoni soprattutto i più deboli, instupidendoli quel tanto che basta per non fargli registrare la loro condizione, di fatto, servile” (Baricco, 2018). Un vago effetto narcotico, insomma, che annichilisce il nostro sentire e limita quindi la nostra lucidità. Persino la competenza narrativa, che tanto ha fatto per l’evoluzione della nostra specie negli ultimi 30 mila anni, oggi è vista con sospetto: in un’epoca definita di post-verità i racconti possono essere particolarmente ingannevoli, soprattutto in un mondo online semplificato in cui per orientare la nostra attenzione abbiamo bisogno di segnali emotivi “urlati”. Nel progettare l’insurrezione digitale e il videogame che sono diventate le nostre vite, i padri fondatori forse hanno sottovalutato che noi umani necessitiamo di relazioni e vicinanza per elaborare le nostre percezioni in identità e appartenenza. E così nell’era della mis-informazione per alcuni l’unica realtà tangibile con cui possiamo sperimentare la nostra mente di cacciatori-raccoglitori (Diamond, 1997) è il sentire. In questo senso Harari (2018) consiglia (ed è questo la terza raccomandazione cui abbiamo accennato prima) di diffidare dalle narrazioni: “se volete conoscere la verità sull’universo, sul senso della vita o sulla vostra identità, il posto migliore dove cominciare è osservare la sofferenza e capire la sua realtà. La risposta non è una storia”. L’osservazione del sentire per arrivare alla piena consapevolezza e lucidità. Può essere questa la risposta, osservare la sofferenza degli altri e la propria, in un percorso di comprensione piena di ciò che sta avvenendo attraverso l’unica realtà inequivocabile che ci appartiene davvero: il nostro corpo di mammiferi sensibili, dotati di empatia ed emotività.

Nell’articolo di Viviana Capurso, Mindfulness: il percorso dell’uomo per ritrovare sé stesso si parte proprio da qui, proponendo questa pratica meditativa, di matrice orientale, come la strada per ritrovare la presenza mentale, la propria coscienza e il ricordo di sé, veri elementi di distinzione tra l’uomo e la macchina. Su questo punto lo stesso Harari, meditatore lui stesso, insiste. Baricco dal canto suo parla di coltivare le contemporary humanities. Entrambi ad ogni modo ci ricordano di non perdere il contatto con ciò che ci rende umani: il sentire e l’arte, la bellezza.

E le storie? Sono sempre più difficili da decifrare, dicevamo. Le modalità relazionali del Game sono individuali e la gruppalità è distanziata dal mezzo, rendendo di fatto sempre più difficile l’esercizio del contatto intimo ed empatico. E in un’epoca in cui il confronto relazionale è ridotto a una dimensione virtuale in cui il sentire è fortemente limitato, le storie rischiano di essere verità non verificabili perché non accompagnate da un vissuto condiviso. Possono ancora aiutarci ad acquisire consapevolezza e lucidità a patto che ricordiamo di leggerle per quello che sono: rappresentazioni della realtà da un determinato punto di vista. E che coltiviamo la dimensione in cui sono nate: la relazione tra chi narra e chi ascolta per co-costruire una lettura della realtà.  Potremmo allora aggiungere alle raccomandazioni già riportate un altro aspetto che ci appartiene nel profondo del nostro Dna e che, diciamolo, difficilmente poteva essere parte dell’immaginario di un copione creato da un gruppo di nerd innamorati dei videogiochi: l’appartenenza, la relazione, il confronto intimo tra simili per condividere e definire insieme realtà, identità, futuri.

Consapevolezza, sensibilità, bellezza, appartenenza, relazione… Se non ci attiviamo da subito, ci dicono gli autori citati, per coltivare e salvaguardare le qualità che ci definiscono umani, rischiamo di finire spazzati via dai cambiamenti in atto perché non saremo in grado di orientarci in un mondo la cui complessità supera le nostre competenze cognitive di rappresentazione.

A pensarci, è proprio quello che questa rivista si propone.

Buona lettura!

 

 

*Illustrazione di Sara Seravalle


Bibliografia

  • Baricco A. (2018), The Game. Torino: Einaudi.
  • Cosso A. (2018), “They Say I am My Own Story. Then How Can I Change the Plot?” in Matters of Telling: the Impulse of the Story. Brill, Rodopi.
  • Diamond J. (1997), Armi acciaio e malattie. Torino: Einaudi.
  • Harari Y. N. (2014), Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità. Milano: Bompiani.
  • Harari Y. N. (2017),  Homo Deus. Breve storia del futuro. Milano: Bompiani.
  • Harari Y. N. (2018),  21 Lezioni per il XXI secolo. Milano: Bompiani.
  • Hosbawm E. (1995), Il Secolo Breve. 1914-1991: l’Era dei grandi cataclismi. Milano: Rizzoli.
  • O’Connel M. (2018), Essere una macchina. Milano: Adelphi.

 


[1] Sono: Sapiens, breve storia dell’umanità (2014); Homo Deus (2017) e 21 Lezioni per il XXI Secolo (2018), dettagli in Bibliografia

[2] I barbariSaggio sulla mutazione è un testo di Alessandro Baricco pubblicato da Fandango nel 2006 e che raccoglie trenta puntate fatte di riflessioni, consigli e citazioni sulla società moderna e i suoi innumerevoli cambiamenti pubblicate sul quotidiano La Repubblica dal 12 maggio al 21 ottobre 2006.

[3] Il racconto identitario che definisce i modi di essere delle persone e dei raggruppamenti umani – popoli, partiti, ecc. (Cosso, 2018)

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Empathy for the Devil – Editoriale Narrability Journal Anno II Numero I

Illustrazione di Sara Seravalle                        

DI ALESSANDRA COSSO

Pleased to meet you

Hope you guess my name

But what’s puzzling you

Is the nature of my game.
(Rolling Stones, Decca Records, 1968)

 

Eravamo in pieno Sessantotto quando Mick Jagger, a torso nudo e con un diavolo disegnato in petto, scandalizzava i benpensanti e faceva impazzire i fan cantando Sympathy for the Devil (Decca Records, 1968): “Pleased to meet you. Hope you guess my name…”

Anno Domini 2018. Siamo orami entrati con tutte le scarpe – ma con poca testa e pochissimo cuore – nel ciclone della quarta rivoluzione della nostra specie, quella digitale, e ci stiamo muovendo scompostamente tra fake news e big data, Artificial Intelligence e influencer.

Non è un caso, ci pare, che alcuni tra i testi più interessanti usciti negli ultimi anni per riflettere sulla nostra epoca e sul futuro che ci attende siano stati scritti da storici o da evoluzionisti (Zelding, 2015; Harari, 2017 e 2017; De Biase e Pievani, 2016). Disorientati, annaspando in cerca di un futuro prevedibile, noi umani abbiamo sempre più bisogno, mentre scrutiamo l’orizzonte temporale, di confrontarci ancora una volta con i grandi temi dell’esistenza umana, quelli che settantamila anni fa abbiamo imparato ad accarezzare col pensiero quando la seconda rivoluzione, quella cognitiva, ci ha regalato l’immaginazione e le storie a fare da ponte con una realtà che superava i nostri sensi (Harari, 2017).

Per questo, cinquant’anni dopo gli Stones, pensiamo che indovinare il “nome del Diavolo” sia ancora un esercizio utile. Incuriositi dalla presenza sempre crescente negli ultimi anni di personaggi malvagi e moralmente corrotti raccontati in modo da suscitare la nostra simpatia, abbiamo voluto indagare il tema del Cattivismo per capirne meglio i confini e gli effetti, e per provare a esplorare la natura del meccanismo antropo-sociologico che negli ultimi decenni sta nutrendo il nostro immaginario con cattivi “simpatici” con cui possiamo addirittura arrivare a identificarci.

Per questo NJ ha dedicato questo numero tutto al tema del Cattivismo: per chiederci ancora una volta in cosa oggi possiamo riconoscere il demonio, Satana, Belzebu, insomma il Male… E, in fondo, anche per capire se abbia ancora senso oggi porsi questa domanda. Perché in questi cinquant’anni anni è cambiato il mondo. Oggi il racconto cattivista è grottesco, satirico, comico, ironico o piuttosto drammatico, tragico addirittura? Ha vita propria o fa da spalla al buonismo? È possibile tentare di indagare, attraverso le loro caricature, il Bene e il Male, due archetipi poco identificabili in questi tempi eticamente fluidi?

I contributi dei nostri autori ci hanno deliziato con riflessioni estremamente interessanti.

A partire da Stefano Calabrese, che ci stimola con una possibile interpretazione, secondo cui il Cattivismo altro non sarebbe che il Genocidio del Bene, ovvero il tentativo di spostare il baricentro etico verso un moral disengagement, portandoci a empatizzare con i cattivi attraverso il meccanismo narrativo del “confronto vantaggioso”. In pratica si paragona la propria azione a condotte moralmente peggiori, ridimensionando per contrasto la valenza immorale del proprio comportamento. I cattivi descritti, spiega Calabrese, compiono azioni biasimevoli per il piacere di fare del male, ma esiste sempre un fattore narrativo che permette allo spettatore di “giustificarli” fino a empatizzare con personaggi sostanzialmente negativi come Hannibal Lecter nel Silenzio degli innocenti o Tony Soprano in The Sopranos: la presenza cioè nella narrazione di personaggi moralmente inferiori che consente di mantenere un “baricentro morale”.

Stiamo imparando non solo a simpatizzare per il Diavolo, ma addirittura a provare empatia per lui, quindi. Ne parlano nei loro articoli anche Michele Martinelli e Cesare Catà. Il primo lo fa collegando i personaggi di cattivi delle serie disegnati per stimolare immedesimazione al bisogno sociale di esorcizzare la paura inconscia del male che è in noi. Il secondo facendo una distinzione tra il personaggio del cattivo shakespiriano, in qualche modo grandioso nella propria malvagità e tragico perché cattivo, ovvero “captivo”, intrappolato da forze oscure. Mentre l’eroe cattivista sarebbe una caricatura, un fake del villain autentico.

Sulla stessa scia di pensiero Federica Rondino nel suo articolo si chiede se la logica degli opposti cattivo/buono sia ancora attuale alla luce di personaggi di film per bambini come Megamind o Cattivissimo me. Questi personaggi secondo l’autrice diventano lo specchio di pulsioni interiori e il loro cattivismo non è altro che una strategia per il raggiungimento dell’obiettivo di eroi cattivi molto fragili.

Anche secondo Carlo Turati, umorista e autore televisivo, il cattivismo sarebbe una strategia. Cattivismo e buonismo, ci ricorda, sono due maschere recitative che funzionano bene solo se interagenti: la Litizzetto ha senso perché esiste Fabio Fazio. E, ci domanda, la pubblicità dissacrante del Buondì Motta farebbe ridere se per anni non fossimo stati immersi nel mondo narrativo del Mulino Bianco che proponeva un ideale di famiglia “buonista”? In questo senso il cattivismo, sostiene l’autore, serve a dire che il re del buonismo è nudo, dissacrando la realtà ne svela i risvolti ipocriti. Retorica cattivista per risvegliare coscienze atrofizzate, quindi.

Forse. Ma “Satana è sempre qualcuno” ci ricorda Andrea Fontana, che legge il cattivismo come scusa, poiché rappresenta lo spettacolo del male come fragilità mascherata. E ci invita a riflettere sul ruolo che possiamo avere noi, ciascuno di noi, nell’agire come terzo elemento dirompente che rende evidente e fa crollare la scissione del male rappresentata narrativamente dal cosiddetto Evil duo. Un ruolo sociale del lettore che criticamente svela il gioco di specchi delle narrazioni cattiviste.

Un gioco di specchi che si riflette anche nel mondo dell’economia. Valerio Malvezzi ci ricorda che anche lì è in atto una guerra tra Bene e Male, dove il cattivismo è un’arma per marchiare chi si schiera contro il credo imperante del libero mercato. Dimenticando che il primo a parlare di “mano invisibile del mercato” fu Bernard de Mandeville, un satanista francese di inizio Settecento. Diavolo di un economista, chi avrebbe detto che l’ispirazione di Adam Smith fosse così poco… liberista?

Una riflessione particolare è quella di Valentina Conti, che collega la “sbornia cattivista” nella comunicazione occidentale alla predilezione per narrazioni soggettive in contrapposizione alla tradizione culturale orientale che predilige il racconto del contesto, della collettività. Insomma come se la cultura occidentale avesse focalizzato lo sguardo sulle storie individuali piuttosto che sul senso di appartenenza.

Infine un riferimento all’intervista di Daniele Orzati a Toni Muzi Falconi, che connette le forme di cattivismo tra gli opinion leader con altri importanti fenomeni sociali e comunicazionali contemporanei: il politicamente corretto e il “nuovo” politicamente scorretto, il fenomeno ambiguo degli influencer, il calo di fiducia globale verso le forme di leadership. Citando i dati di un’analisi longitudinale e globale che analizza ogni anno le dinamiche della fiducia verso istituzioni, imprese, tecnici, scienziati, medici, giornalisti e altre leadership ci ricorda che il solo soggetto che riscuote ancora un minimo di fiducia è “una persona come me”. La dicotomia (o binomio?) buonismo-cattivismo orienta anche il sistema dei social – generando fenomeni vari, da quello delle fake news a quello delle echo rooms. Oggi l’opinion leader è un influencer che, in molte circostanze, è “in carriera” e riceve dalla sua attività benefici (materiali e non) che legittimano l’attività assai più di quella originaria, che in qualche caso non c’è neppure. Con buona pace di chi inneggia alla disintermediazione.

Con i loro contributi, gli autori di questo numero ci invitano a riflettere da molti punti di vista e a porci molte domande. Un paio sopra tutte ci sembrano attraversare tutti i testi ricevuti.

La “sbornia cattivista” ci toglie lucidità e ci lascerà con un gran mal di testa al risveglio? È davvero uno specchio che deforma le sembianze del Diavolo per rendercelo simpatico fino a farci empatizzare con lui?

È una domanda importante perché i meccanismi della simpatia e dell’empatia si differenziano per un punto fondamentale: se qualcuno mi è simpatico posso comprenderlo e sentirmi vicino, ma mantengo la mia individualità, mentre attraverso un movimento empatico possono arrivare a confondermi con l’identità altrui. Che effetti potrebbero esserci allora sulla capacità critica e il senso etico di una generazione cresciuta identificandosi con personaggi come Walter White, Frank e Claire Underwood o Tony Soprano? Se posso sentirmi tutt’uno col Diavolo guardando una serie, sarò in grado di distinguerne i contorni quando lo incontrerò in altri contesti?

Oppure, e questo è la seconda ipotesi, il cattivismo è uno strumento della ragione, una punta affilata del pensiero critico impegnata a svelare le ipocrisie della retorica buonista che punta a renderci passivi, inerti, inconsapevoli…? Proprio perché il Male oggi potrebbe essere camuffato da Bene è importante svelare il travestimento. Essere cattivisti può quindi, in questo caso, aiutarci a immaginare altri futuri economici, culturali, etici.

Due letture diverse, due riflessioni importanti. Perché in fondo poi è questo che conta: continuare a dare senso e riflettere su ciò che avviene intorno a noi. Una cosa infatti ci pare condivisa da tutti gli autori: l’invito a osservare i cambiamenti in atto con il giusto distacco ma senza illuderci di poterne rimanere fuori, perché la storia, e quindi anche il futuro, li costruiamo noi. E per farlo dovremo essere “diabolici”, cioè, letteralmente in grado di separare nel contesto che viviamo, ciò che è vitale e ciò che non lo è. Così da trovare passo dopo passo la strada verso il futuro. Così il Diavolo (letteralmente, “colui che divide”) diventa Demone, in greco daimon (spirito divino).

Dimmi una cosa, amico mio.
Danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio?

Dal film Batman di Tim Burton (UK, 1989)

 

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Bibliografia

  • De Biase L, Pievani T. (2016). Come saremo.Torino: Codice edizioni.
  • Harari Y. N. (2017). Homo Deus. Breve storia del futuro.Milano: Bompiani.
  • Harari Y. N. (2017). Sapiens. Da animali a dei.Milano: Bompiani.
  • Zeldin T (2015). Ventotto domande per affrontare il futuro.Palermo: Sellerio.

Alessandra Cosso alessandra.cosso@storytellinglab.org

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Editoriale Narrability Journal – Anno I Numero I

Alessandra Cosso
Direttore responsabile & Editor

Andrea Fontana
Direttore Scientifico

Una realtà a lungo sognata. Una lunga gestazione. E oggi finalmente Narrability Journal vede la luce.
Ma l’idea di fondare una rivista di divulgazione scientifica sulle Scienze della Narrazione, la prima in Italia, era nei nostri piani da tempo.

Moltissime le ragioni di questo progetto. Innanzitutto perché la narrazione è oggi il meta-modello pervasivo di comunicazione e condivisione delle nostre identità sociali, economiche, politiche, organizzative. Non esiste situazione pubblica o privata in cui non siamo – in qualche modo – chiamati a raccontarci: dai social media al branding aziendale, dall’orientamento scolastico e professionale alla relazione medico-paziente. Secondariamente perché volevamo un luogo di condivisione di saperi e punti di vista, in cui si utilizzassero le scienze della narrazione come strumento di orientamento nella complessità delle storie che abitano il mondo e nell’articolazione dei processi che veicolano quelle stesse storie.

Narrability Journal è una rivista scientifica che vuole dare vita a uno spazio di riflessione e di condivisione sulle scienze narrative, ma è anche un magazine divulgativo, cioè aperto a conversazioni con il pubblico, su aspetti pop e mainstream che girano intorno alla narrazione come processo di fruizione culturale, condivisione sociale, dispositivo mediatico.

Uno spazio per individuare connessioni tra discipline diverse, presentare casi e pratiche innovative, diventare un crocevia obbligato per chi si occupa di racconto. Oggi questo spazio esiste, è una realtà.

Dopo infinite riunioni, ore di progettazione e brain storming tempestosi, abbiamo trovato la cornice, la scatola, il contenitore: una versione online ‘in breve’, per dialogare con tutti; una versione elettronica completa per i nostri soci e i nostri sostenitori. E alcune sezioni che ci permettono di raccontare in modo diverso il mondo narrativo dello storytelling: la sezione Articoli che raccoglie gli articoli scientifici veri e propri che dialogano con il mondo accademico ma offrono occasione di approfondimento anche per i pubblici meno ‘tecnici’; la sezione Incontri, che ospiterà interviste a professionisti e persone che in qualche modo si sono distinte per un approccio narrativo alla propria professione, al mondo, alla vita; infine la sezione Sguardi, che ci permette di raccogliere punti di vista ‘altri’, che arrivano dai mondi più diversi ma che possono contribuire alla riflessione e al dibattito.

Oggi, in questo primo numero, abbiamo raccolto contenuti e considerazioni che erano stati lanciati dal palcoscenico del Nuovo Teatro Ariberto lo scorso novembre, durante il nostro convegno Narrability 2016.

Il convegno è stato un’interessante esperienza: ci ha regalato l’affresco narrativo di un’epoca. Abbiamo chiesto agli autori e testimonial del convegno di esplodere, ampliare, portare avanti, verso l’orizzonte, i pensieri che avevano condiviso con noi quel giorno. E offrirci squarci di futuro in questa epoca così confusa, opaca, fluttuante. Un’epoca in cui la realtà viene “doppiata” dal concetto di post-verità, i fatti non sono più oggettivi, il digitale non è più neanche un tema, le tecnologie superano i confini del nostro controllo e le questioni di scambio e riconoscimento sociale si fanno pressanti.

Tra gli interventi che abbiamo riportato su questo primo numero di NJ ritroviamo alcune delle tematiche-chiave di questa trasmutazione epocale tanto inarrestabile quanto illeggibile ai più nel suo svolgimento: la rivoluzione digitale, la crisi delle identità, gli ideali di riferimento che mancano di fare da catalizzatori di coscienze e appartenenze, i modi in cui l’informazione diventa racconto della realtà, la necessità di nuove figure di intellettuali che fungano da ‘occhio dello sciame’ in un etere comunicativo quanto mai caotico, dove i brand conversano con i consumatori sui grandi temi.

Scenari di futuri possibili che dobbiamo cominciare a esplorare. Trame di storie non ancora scritte che possiamo cominciare a tracciare. Noi che siamo una specie narrante e nelle storie includiamo il senso e la direzione dei destini che scegliamo.

Buona lettura! Buona condivisione!

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