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Intervista a Libby Heaney sull’opera ‘Lady Chatterley’s Tinderbot’

di Simonetta Pozzi

ABSTRACT;

Je t’aime
Oh, oui je t’aime!
Moi non plus
Oh, mon amour…

Sicuramente ricordate le parole d’amore della famosissima canzone  ‘Je t’aime moi non plus’ di Serge Gainsbourg e Jane Birkin. Ma se al posto di uno dei due amanti ci fosse un chatbot?  L’Intelligenza artificiale sta diventando sempre più parte integrante della nostra realtà quotidiana, dagli assistenti personali come Alexa, Google Home al riconoscimento facciale ormai utilizzato dalle aziende del beauty. Se da un lato l’IA facilita la nostra vita dall’altro guida e condiziona molti aspetti delle nostre esperienze. Alcune ricerche stanno indagando l’impatto dell’IA sulle relazioni interpersonali e amorose. In questa realtà distopica poniamoci una domanda:  può un robot provare empatia ed emozioni?

Come potrà l’IA cambiare lo storytelling e i nostri mondi narrativi? Nella scrittura può già sostituirsi agli umani, partendo semplicemente da codici come nell’opera ‘1 The road’, creata da Ross Goodwin il primo libro scritto da una AI writing machine su una Cadillac in viaggio da New York a New Orleans (Retrieved from https://www.jbe-books.com/products/1-the-road-by-an-artificial-neural) o creare storie da immagini come realizzato da Ryan Kiros della University of Toronto (Retrieved from https://github.com/ryankiros/neural-storyteller).

Le macchine potranno forse sostituire noi storyteller umani, ma non potranno esprimere sentimenti come l’amore. Nel mio studio dedicato alle nuove forme di narrazione nell’epoca post digitale ho letto dell’opera, ‘Lady Chatterley’s Tinderbot‘ , basata sull’utilizzo di Tinder, la famosa app d’incontri e ho deciso d’intervistare l’artista, Libby Heaney.

Artista e docente britannica al Royal College of Art dal 2014 con un background in quantum compting, Libby Heaney studia l’impatto delle tecnologie future. Il suo lavoro è stato presentato a Londra (Tate Modern, Victoria and Albert Museum e Christie’s), New York, Peru, e in Europa. Nel 2016 ha programmato Lady Chatterley’s Tinderbot, un touchscreen interattivo dove ha avviato una conversazione con ca. 800 utilizzatori anonimi di Tinder, inviando loro estratti tratti dal romanzo, “Lady Chatterley’s Lover” (David Herbert Lawrence – 1928). Un esperimento della relazione uomo-macchina che è risultato davvero sorprendente ed è stato presentato in touchscreen (vedi fotografia), in uno spettacolo dal vivo e raccolto in un libro.

 

ABSTRACT:

Je t’aime
Oh, oui je t’aime!
Moi non plus
Oh, mon amour…

Do you remember ‘Je t’aime moi non plus’, the well-known song of Serge Gainsbourg and Jane Birkin?

What if there were a chatbot instead of your lover? Artificial Intelligence is now becoming an integral part of our lives. Think about smart speakers such as Alexa, Google Home or face recognition. It makes our lives easier, but it will affect all aspects of our lives including our experiences. Some reaserchers are studying the artificial intelligence impact in human relationships. Can a robot feel emphaty and emotions?

How AI will change storytelling and our narrative worlds? It can already write scripts from seed phrases as in ‘1 The road’, created by Ross Goodwin, the first book written by a portable AI writing machine fed from input data in real time, on a Cadillac car travelling from New York to New Orleans (Retrieved from https://www.jbe-books.com/products/1-the-road-by-an-artificial-neural) or generate stories from images by Ryan Kiros from University of Toronto (Retrieved from https://github.com/ryankiros/neural-storyteller).

Maybe machines will replace human storytellers, but they can love. I was studying story telling in post-digital age and I read about ‘Lady Chatterley’s Tinderbot’ , an artwork based on Tinderbot so I decided to interview the artist, Libby Heaney.

Libby Heaney is an artist, a research tutor at the Royal College of Art since 2014 and a lecturer with a background in quantum computing. She has exhibited in London (Tate Modern, V&A and Christie’s), New York, Peru, and across Europe. Her artistic research concerns the impacts of new technologies. In 2016 she programmed Lady Chatterley’s Tinderbot, an interactive touch screen artwork to converse with 800 anonymized Tinder users, sending them excerpts of the novel, “Lady Chatterley’s Lover” (David Herbert Lawrence – 1928). The exchanges were very interesting and inexpected and were presented on a touchscreen (photo ), a show and as a book.

KEYWORDS: #chatbot #Tinder #AI #IntelligenzaArtificiale


Intervista a Libby Heaney sull’opera ‘Lady Chatterley’s Tinderbot’

When and why did you decide to use a bot to study the human interaction about love and sex?

In general I’m interested in how technology effects humans and how we see the world and vice versa. I wanted to make a piece that focused on technology and love and since I’ve used Tinder myself before, I decided to think about how Tinder has changed the way we find love and sex and intimacy. I was reading Lee MacKinnon’s Tinderbot Bildungsroman and Love Machines in e-flux journal, which inspired me to use a bot to explore human interaction with love and sex. After more research, I found out that Tinderbots were often gendered and used to in the aid of capitalism (‘hot women’ guiding people to porn sites and even a Tesco survey).

How long did the study last? How many users were involved?

I had three Tinderbots running on Tinder over the course of about a year 2016-2017. They spoke to just over 800 people mostly around the London area where I live, but also around Oxford & Berlin when I traveled there.

 

Can human and machine come together to live a new form of love?

My work was about how romantic codes are shifted due to various technologies disseminating the codes. I how love and sex function in a pre-digital technology – the literary novel – and the same with a post-digital technology – Tinder. I created three Tinderbots based on characters from Lady Chatterley’s Lover, Lady Chatterley, Mellors (the game keeper who LC has an affair with) and Clifford (Lady Chatterley’s husband who she cheats on). These agents spoke to people on Tinder using only dialogue from the novel. The human’s on Tinder were either surprised, played along or ignored this unusual style of messaging. I wasn’t really looking for a new form of love in the work, but rather wanted to point out the resonances and dissonances between old and new romantic codes that are propagated through technology.

 

What’s the funniest answer you received?

There’s lots of funny answers. You can see the pdf of some responses on my website. The point is that while the work is funny in part, it can also shows humanity as being lonely, sad and vulnerable.

 

What do you think about the future of love and sex? Will we meet just online? 

I think there as with most actions in life now, there will be a hybrid online/offline approach. It might be that we all have a bot based on our data from other websites (like FAcebook) that sits on dating apps and initiates contact with other people’s bots on our behalves. Perhaps when our bot finds someone who we might really like or fancy, it will alert us and then the humans will step in.

 


Libby Heaney – sito : http://libbyheaney.co.uk/

Link utili

 

Nota della Direzione: date l’eccezionalità della testimonianza e la modalità di raccolta, così come descritte nell’introduzione all’intervista, si segnala che il testo non è stato sottoposto alle procedure di revisione a doppio cieco né a traduzione. La Direzione si assume pertanto, come da Regolamento per la classificazione delle riviste nelle aree non bibliometriche dell’ANVUR, la responsabilità della pubblicazione.

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Making of Love: un racconto corale

Intervista a Lucio Basadonne a cura di Daniele Orzati con la collaborazione di Antonia Arcuri, Alessia Brunello e Chiara di Coscio

ABSTRACT: Ripensare la narrazione del sesso per introdurre l’educazione al piacere nelle scuole: il progetto Making of love (www.makingoflove.it) nasce dalla collaborazione fra Lucio Basadonne e Anna Pollio, registi di Unlearning e Figli della libertà, e Paolo Mottana, Professore di filosofia dell’educazione e di ermeneutica della formazione e pratiche immaginali all’Università di Milano. La scelta di chiamare otto ragazzi in produzione è arrivata dopo un anno di lavorazione quando era chiaro che c’era bisogno del loro punto di vista: “Gli adolescenti sono stati messi fuori campo. Ma loro vogliono essere nel mondo. E noi ne abbiamo un bisogno pazzo”, spiega Basadonne. L’impresa di Making of Love ha coinvolto anche esperti della sessualità, mentori davvero speciali che accompagnino i ragazzi in questa intensa avventura.

KEYWORDS: making love, documentario, educazione sessuale, piacere, adolescenti


 

Il punto da cui partire per entrare nel mood del progetto è il Manifesto che hanno scritto i ragazzi e che contiene 8 punti esplicativi riguardo la direzione in cui si muoverà il progetto/film:

 

MANIFESTO 

Abbiamo intrapreso un viaggio che ci cambierà per sempre. Non saremo lontani dalle nostre case, dalle nostre famiglie o dalle nostre idee, ma forse sarà il più difficile e imprevedibile perché ci costringerà a esplorare il nostro lato più intimo e fragile, quello di cui forse non avremmo mai avuto il coraggio di parlare con nessuno. E perché? Perché è così complicato mettersi a nudo?

Per questo, prima di girare il nostro film, abbiamo deciso di scrivere un manifesto.

 

Creeremo un immaginario per i ragazzi diverso da quello del porno, perché è lì che oggi si impara a fare l’amore. Educare al piacere non significa trasformare gli adolescenti in un branco di pervertiti, ma a coltivare in loro la consapevolezza del proprio corpo e delle proprie emozioni in modo da essere pronti ad accettare o rifiutare un rapporto quando se ne presenta l’occasione.

 

Mostreremo i vari modi di vivere la sessualità senza discriminazioni di genere e gusto. Si può scoprire il proprio piacere attraverso pratiche che non tutti si sentono di condividere ma non per questo devono essere categorizzate come “sbagliate” o “sporche”. La scoperta del proprio corpo e del proprio piacere è sacra e dovrebbe essere incoraggiata, non ostacolata.


Guarderemo negli occhi i tabù. Per aiutare a superare i complessi, le paure, le ferite che troppo spesso gli adolescenti subiscono nel venire a contatto con la sessualità, perché possano finalmente accedervi con entusiasmo e curiosità. Conoscere e rispettare il proprio corpo è imprescindibile per avere accesso ad una conoscenza più ampia, di noi stessi e degli altri. 

Mostreremo corpi veri, rigettando i canoni di bellezza contemporanea. Riteniamo che la bellezza non sia metro di giudizio ma un qualcosa di unico che ogni individuo possiede. 

 

Racconteremo le imperfezioni. Fermarsi per andare a bere o in bagno, l’imbarazzo, le risate: tutto quello che può farci sentire strani o sbagliati durante il sesso ma che sono parte della normalità.


Contamineremo il linguaggio moderno usando l’arte erotica (poesia, pittura, scultura, cinema) che da sempre esiste e di cui raramente si parla a scuola. Per parlare di cultura della sessualità: l’arte di amare, le sue tecniche, la cosmesi, la cura di sé, la danza, il massaggio, i profumi, l’abbigliamento, l’affinamento di tutti i sensi. 


Mostreremo l’importanza della comunicazione. Che avvenga tra le lenzuola o meno, è fondamentale per capirsi e conoscersi. Chiedere per ricevere piacere, coi dovuti modi e con il consenso del (o dei) partner, non va stigmatizzato come gesto egoista in quanto è parte del “diritto al piacere” che appartiene a ognuno di noi ed è alla base di una sana relazione sessuale.

 

Gireremo un film che inviti ad una condivisione aperta e al dialogo. Per imparare a parlare di sesso, perché il rispetto e la scoperta dell’altro sono pilastri della vita e la narrazione di sé senza sessualità è un discorso incompleto. 

 

Firmato: Clode – Enri – Feel – Isa – Lorenzo – Matilde – Matteo – Pip


 Daniele Orzati: Come è nata questa idea?

Lucio Basadonne: Parte dall’incontro di 3 differenti generazioni. Inizialmente Paolo Mottana, professore della Bicocca di Milano, ci ha chiesto di fare un film per portare l’educazione al piacere nelle scuole italiane; quindi non educazione sessuale – che quando si nomina, in Italia, fa subito pensare a come si mette un preservativo, alle malattie sessualmente trasmissibili, a come sono fatti pene e vagina, se sei fortunato… E invece tutto il resto che esiste, quindi, i mille modi che esistono per provare piacere, perché esistono tante cose legate al piacere sessuale, legate ad altri sensi, al coltivare le arti, all’olfatto, alla vista, a tutto quello che ruota intorno alla sensazione del piacere, da raccontare ai ragazzi perché ogni tipo di cambiamento o rivoluzione non può esserci se il corpo stesso non è coinvolto – cosa che spesso nell’educazione, qua da noi, non esiste: il corpo resta seduto, mentre la testa ingrossa.

La sua base, quindi, è la visione sex positive legata alla storia dell’arte, perché l’erotismo è sempre esistito nell’arte, ma a scuola non se ne parla, non vengono lette poesie o ammirate opere erotiche. A questo si aggiunge una visione edonistica del piacere da trasmettere ai ragazzi come contro-cultura, una contro-educazione – conta che Paolo si definisce un ex sessantottino ancora convinto, quindi molto legato a quel tipo di cultura. Noi abbiamo iniziato a lavorarci, a dividere quelli che erano i vari temi, partendo dalla masturbazione, passando per l’orgia, passando per il sadomasochismo, tutto quello che è rappresentazione del piacere che generalmente non è argomento trattato nella scuola.

Ci siamo abbastanza impantanati con lui, nel senso che avevamo delle idee, ma non eravamo convinti al 100%; seconda cosa che ci è piaciuta come registi – noi più che altro facciamo documentari sociali – è la bellezza di raccontare qualcosa di così profondo e nascosto come può essere la tua sessualità, perché il racconto di nessuna persona si può ritenere completo se non include anche l’aspetto sessuale.

Quindi mossi da questa cosa abbiamo deciso, (altro…)

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Essere al mondo – INTERVISTA A FRANCESCO MORACE

FRANCESCO MORACE

INTERVISTA DI ALESSANDRA COSSO

 

KEYWORDS: presenza, Sacral Now, riconoscimento, empatia, sostenibilità.

 

Con il Future Concept Lab ha attivato uno sguardo che scruta attento e constante il nostro avvenire. Puntualmente ogni anno, con le date del Festival della crescita, gira l’Italia per farci incontrare con gli influencer del momento, confrontare con gli ultimi trend evolutivi, ispirare da progetti all’avanguardia. Francesco Morace è un sociologo e un ricercatore, oltre che una persona gentile come non s’usa più e capace di ascolto vero. Ha teorizzato lo storydoing come alternativa allo storytelling inteso come pura affabulazione. Noi di NJ abbiamo voluto intervistarlo per farci dire il suo punto di vista sul tema del Sacro e della Sacralità oggi. Ecco cosa ci ha detto.

 

Questo numero di NJ è dedicato a esplorare se e come stia cambiando la narrazione del sacro, inteso nel senso più ampio possibile, come categoria dell’immaginario umano. Qual è il tuo punto di vista in proposito?

Credo che il grande cambiamento in atto riguardi il nostro essere riconosciuti nel mondo, che diventa possibile e raccontabile attraverso le nostre storie personali, i nostri gusti, le nostre opinioni, le nostre passioni. Nel passaggio dallo storytelling allo storydoing che la presenza pervasiva dei social ha alimentato (il racconto in tempo reale di quello che facciamo, senza filtri di tempo e di spazio) ciò che diventa “sacro” per le persone è l’esperienza presente, il proprio racconto attraverso cui “speriamo” di essere riconosciuti e apprezzati nella nostra comunità di riferimento ma anche in una cerchia più ampia. Possiamo definirla una tendenza Sacral Now che sottolinea la nostra presenza nel mondo, e che in passato era riconosciuta dallo sguardo di Dio (nelle religioni monoteiste) o della Natura (nelle religioni politeiste). Oggi si è aperta la fase in cui lo sguardo che ci definisce è solo quello dell’altro, in una assoluta reciprocità.

Tu sei certamente uno studioso che “guarda al futuro”. Come pensi possa evolvere il nostro modo di rapportarci con la sacralità nei prossimi anni? Ritieni che la rivoluzione digitale e delle biotecnologie, l’AI e tutte le innovazioni che stanno interagendo con noi umani abbiano o avranno un ruolo in questo?

L’evoluzione nel rapporto con la sacralità segna una direzione chiara e irreversibile: già Max Weber la definiva “il disincanto del mondo e delle idee” e segue una laicizzazione che nelle giovani generazioni emerge con forza. L’umano diventa ancora più centrale rispetto alle visioni religiose del passato, e la “morte di Dio” anticipata da filosofi come Nietzsche e Heidegger segna definitivamente il nostro orizzonte di vita. Naturalmente ciò non corrisponde alla scomparsa delle religioni e delle sensibilità spirituali, ma piuttosto a un cambiamento epocale nel nostro vissuto collettivo e nelle priorità esistenziali di ciascuno: anche AI e rivoluzioni digitale spostano il focus su una visione e una esperienza di breve respiro, che puntano su risposte veloci e benefici immediati. Modi e tempi che escludono le logiche religiose tradizionali, fondata sulla speranza, sulla pazienza, sull’attesa.

Se dovessimo immaginare in che modo gli umani tra 50 anni si relazioneranno col sacro, a te cosa verrebbe in mente? E cosa pensi sarà considerato tale tra 5 decenni? E oggi secondo Francesco Morace che cosa dobbiamo considerare sacro?

Lanciando la visione in un futuro da qui a 50 anni, intravedo allora una forte polarizzazione: il consolidamento di un presente permanente e laico in cui tutto verrà vissuto e valutato in tempo reale, con la richiesta crescente di felicità potenziale nel quotidiano e nelle relazioni di riconoscimento con il mondo che ci circonda. Tutto ciò segnerà una condizione consolidata che quindi sarà sempre meno “sacra” proprio perché più consueta, diventando una semplice commodity. Si tornerà allora a ricercare momenti unici, speciali, fortemente ritualizzati nel tempo e nello spazio, che ci permetteranno di avvertire una sintonia e una comunanza con la natura, con la sfera dello spirito e degli affetti. Questo fenomeno è già in atto in alcune enclaves sociali, strutturate in comunità chiuse all’esterno, e focalizzate sulla ricerca di stili di vita e valori antagonisti, in grande discontinuità rispetto al comune mainstream.  La tensione verso valori spirituali e antimaterialisti troverà invece nel tempo forme meno radicali di espressione che potranno dar vita anche forme sperimentali di nuovi culti e religioni. Assisteremo a un ritorno inaspettato del SACRO, all’insegna dell’empatia e della sostenibilità.

Io credo che oggi si debba considerare sacra la nostra presenza nel mondo. Sentirci responsabili e fortunati di godere di ciò che ci circonda, riconoscendo la nostra natura di animali sociali e agendo di conseguenza, con curiosità, passione e cura: la nuova triade per i valori dello Spirito Vitale.

 


Francesco Morace è Sociologo e saggista, lavora da più di 30 anni nell’ambito della ricerca sociale e di mercato. È Presidente di Future Concept Lab e ideatore del Festival della Crescita. Consulente strategico di Aziende e Istituzioni a livello internazionale, dal 1981 tiene conferenze, corsi e seminari in molti paesi dell’Europa, dell’Asia, del Nord e del Sud America. Docente di Social Innovation al Politecnico di Milano, è autore di oltre 20 saggi, tra cui i recenti “Crescere. Un Manifesto in dodici mosse” (2017), “ConsumAutori. I nuovi nuclei generazionali” (2016); “Crescita Felice. Percorsi di futuro civile” (2015), “Italian Factor. Come moltiplicare il valore di un Paese” (2014), tutti per i tipi Egea.  Partecipa dal 2014 alla trasmissione radiofonica Essere e Avere di Radio24 con la rubrica settimanale “Il ConsumAutore”. Cura rubriche dedicate ai Trend su diverse testate, tra le quali Adv, Mark Up, Millionaire.

 

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La mamma è sacra. O no? – INTERVISTA AL SIGNOR DISTRUGGERE

SIGNOR DISTRUGGERE

Intervista di ANNA MARTINI

 

“Nessuno stato è così simile alla pazzia da un lato,

 e al divino dall’altro, quanto l’essere incinta.”

Erica Jong

 

“Una brutta maternità

può generare crimini efferati”

Alda Merini

 

Nell’epoca in cui il sotto-sopra di Stranger Things e i viaggi nel tempo di Dark sono il nostro pane quotidiano, noi di NJ non potevamo non indagare sul lato oscuro di ciò che è sacro per antonomasia: le mamme. In articolo con intervista vi accompagneremo perciò a esplorare un l’universo parallelo delle “mamme pancine” protagoniste di una dimensione genitoriale che afferma con convinzione estrema la propria sacralità.

In questa operazione di scavo del loro immaginario ci siamo fatti guidare da chi per primo le ha scovate nei meandri dei social e le ha fatte conoscere al mondo: il Signor Distruggere, alias Vincenzo Maisto che con il suo blog e i suoi canali monitora e racconta quotidianamente con ironia questo fenomeno del web e che ha risposto alle nostre domande sul fenomeno.

Ma prima proviamo a tracciare un identikit delle mamme pancine seguendo la contro- narrazione che ne scoperchia il vaso di Pandora, quella del Signor Distruggere col suo blog che, post dopo post, nel 2018 pubblica un libro per Rizzoli tutto dedicato a loro: “Le pancine d’amore. Viaggio tragicomico nell’estremismo materno da social network”. Un racconto puntuale che ci aiuta ad individuare e approfondire tutti gli elementi di sacralità del fenomeno

Nei gruppi Facebook dove si ritrovano e vivono il loro “estremismo materno” le mamme pancine danno vita a un vero e proprio fenomeno antropologico. Sono solite chiamarsi “pancine d’amore”, “mammine”, “panciose”, “pancine di cuore”, “pancinelle”. Si considerano le uniche “vere mamme” perché hanno “l’amore nel cuore”. Non riconosco altra voce autorevole all’infuori della propria e di quella delle proprie simili. Chi non è una mamma pancina è una “facilina”, “maestrina” o “laureata al classico” e rappresenta il vero male.  Questi gruppi – confessionali sono un esempio perfetto di “eco – chamber” tipica dei social media, che può ricordare nei casi estremi le sfumature di una vera setta. La madre è sacra e intoccabile e assistiamo quotidianamente alla celebrazione esasperata della maternità come momento divino in cui la donna è santificata.

Il santo latte. Il latte materno è considerato dalle Pancine una bevanda sacra, “antibiotico naturale”, panacea per tutti i mali: hanno per l’allattamento una forma di feticismo, un meccanismo malato che le trasforma in “Mammucche” che allattano i propri figli fino all’età di otto anni e oltre. Le Pancine si sfidano tra loro a chi allatta più a lungo i propri pargoli ed ambisce ad essere eletta dal gruppo “Tetta d’oro” d’argento o di diamante. Il latte materno viene anche usato in cucina in ricette destinate ai propri figli, familiari e vicini di casa ignari e diventa così una sorta di “ambrosia”, cibo per gli dei, primi fra tutti i propri figli, gli “angeli” delle pancine. Cosa succede però se una pancina non può essere una mammucca? Qualunque madre cessi di allattare il proprio figlio e scelga per qualsiasi motivo – anche di salute – di sostituire il proprio latte con quello artificiale, e compie il fatale errore di condividere la scelta col gruppo, viene prontamente accusata di non essere più una vera madre, di essere egoista e “non avere il vero amore nel cuore”.

Le mamme pancine e la religione. Si dichiarano tutte credenti. Nel loro credo vengono estremizzati molti aspetti della religione cattolica e legati a doppio filo con le pratiche della superstizione. Le mamme pancine credono al potere oscuro dell’invidia e del malocchio e al potere dell’amore materno che è salvifico e dà saggezza. Sono dedite a molti riti poco ortodossi, come preparazione di pozioni con fluidi corporei – sangue, urina, saliva, sperma del marito – con annesse preghiere e riti della fertilità in cui si bruciano assorbenti usati sul balcone di casa. Il significato di questi riti propiziatori che ricordano le pratiche Vudù possono essere vari: dagli incantesimi d’amore fino ai riti per scongiurare tradimenti di mariti e allontanare dalla casa il maligno. Non mancano i gioielli della fertilità a forma di vagina e la vagina cake o torta partoritrice: pasticceria splatter degna di Quentin Tarantino, una sorta di ex-voto e di pratica propiziatoria arrivata dall’America e prontamente adottata delle pancine italiane.

Nuove reliquie, oggetti sacri e tabù. Sono solite raccogliere e confezionare i feticci legati al momento del parto e della gravidanza: dalla vestaglia, alle ciabattine del parto in ospedale da conservare in casa in bella vista in una teca di cristallo, fino alla placenta e al cordone ombelicale che si trasformano in cibo, oggetti, gioielli e complementi di arredo. Si val dal cannibalismo del Placenta Cooking alle coccarde con sacchi di placenta attaccate sui portoni condominiali.”.

I profeti delle mamme pancine. Nel gruppo segreto “Pancine, cuori e bimbi” le admin Sabrina e Debora gestiscono le pubblicazioni e l’ingresso di nuovi membri e l’uscita di vecchi in modo autoritario e secondo un preciso regolamento che non ammette “critiche” alle mamme e propone i consigli legali di una fantomatica mamma Elisabetta laureata in giurisprudenza, medicina e psicologia. Nel gruppo “Mamme piene di grazia” abbiamo l’ammissione di nuove mamme solo sotto giuramento. Ma queste mamme admin non sono solo amministratrici ma vere e proprie guide spirituali per le pancine che le interpellano ogni volta che hanno bisogno di un consiglio.

 

 

Nel racconto della maternità della Mamme pancine il sacro arriva al paradosso di non essere più condivisibile nelle sue forme da un pubblico più ampio, estraneo alla narrazione auto-referenziale dei loro gruppi. E a dare vita, fatalmente, a una contro-narrazione che ne evidenzi le contraddizioni e gli eccessi: ecco cosa ci ha raccontato Vincenzo Maisto su come è nato il suo blog e cosa pensi del fenomeno.

Chi è e come nasce il Signor Distruggere?

Il blog è nato nel 2011 e si chiamava “Distruggere i sogni altrui esponendo la realtà oggettiva” che è anche il titolo del primo libro pubblicato nel 2015. Il nome “Signor Distruggere” mi è stato affibbiato da una ragazza in transito all’aeroporto di Barcellona. Lei era diretta al cammino di Santiago, io quindi le elencai una serie di validi motivi per non andarci. Mi apostrofò quindi così.

Perché hai deciso di iniziare questo racconto delle mamme pancine?

Su Facebook ho sempre condiviso cose divertenti. Nel 2016 qualcuno mi segnalò un post di una pagina pubblica incentrata sul tema della maternità. La condivisione creò dibattito e fu esilarante, non potevo sapere che non si trattava di un caso isolato, ma di un fenomeno di massa.

Essere madre sembra essere la massima aspirazione della vita delle pancine, tanto da voler essere mamme a tutti i costi. È in questo quadro di significati che possiamo collocare il fenomeno delle Bambole Reborn?

Le bambole reborn non sono un gadget usato dalle mamme pancine, ma da collezioniste impiegate in un macabro gioco di ruolo. Sono persone che non vogliono avere figli veri e che utilizzano i fantocci per ingannare il prossimo. Ovviamente non tutte le collezioniste lo fanno, ma una piccola minoranza.

L’altro lato della Luna Nera”: Che ruolo hanno gli uomini in questo universo femminile?

Non ho mai immaginato queste donne sposate con Alberto Angela. In base ai racconti delle mamme pancine abbiamo un chiaro quadro di quanti problemi abbiano anche i loro mariti. Vengono meno all’occhio perché, evidentemente, avendo meno tempo libero delle mogli (realtà dove il patriarcato va alla grande), non raccontano su Facebook ogni minima cosa che accade nella loro quotidianità.

Il “regno” di ogni pancina è la propria casa e il proprio condominio: lì si consumano tutte le pratiche della sua vita dal concepimento alla crescita dei figli ai riti propiziatori dedicati alla fertilità.

La casa ha le caratteristiche inviolabili di un tempio sacro? Quello credo per tutti, non solo per le mamme pancine.

“La Teoria del gender e altre cose malvagie”: Per le mamme pancine tutto ciò che è diverso da loro, tutto ciò che non comprendono o le contraddice è l’incarnazione del male – compreso il Signor Distruggere?  

Andrebbe chiesto a loro, ma credo di sì.

 

Il Signor Distruggere, alias Vincenzo Maisto, è un blogger, scrittore per Rizzoli e Influencer salernitano seguitissimo sui social network con oltre un milione di followers distribuiti sue tre social: Facebook, Instagram e Twitter. Partecipa spesso a eventi, fiere di tipo ludico e trasmissioni televisive nazionali. Autore di un dissacrante libro del 2015 dal titolo “Distruggere i sogni altrui esponendo la realtà oggettiva“, incentrato sul precariato giovanile e che raccoglie con sarcasmo e ironia la rubrica “Il mio essere choosy“, pubblicata all’epoca a puntate. Un ebook pubblicato, invece, nel 2016 dal titolo “Mamme vegane contro l’invidia“, che è ancora tra i best seller di Amazon e un altro libro del 2018, pubblicato questa volta con Rizzoli, dal titolo “Le Pancine D’Amore“. Nel 2017 vince un MacchiaNera Internet Awards nella categoria “Miglior articolo o post” con “Il Fanatico mondo delle mamme“, battendo nella competizione, tra gli altri, Enrico Mentana e Selvaggia Lucarelli. Sostenitore dei diritti per la comunità LGBT, dell’uguaglianza e rispetto per le donne, della ricerca scientifica e medica, dell’integrazione per le minoranze, del Giornalismo con la “G” maiuscola e della laicità dello Stato.  È “europeista” convinto. Il Signor Distruggere è il suo terzo e ultimo blog.

Fonte: https://www.ilsignordistruggere.com/info-il-signor-distruggere/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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DigiDig, per l’algoritmo come tecnologia di libertà

TONI MUZI FALCONI
Introduzione e intervista a cura di Daniele Orzati

 

ABSTRACT Un’intervista che è anche una ricostruzione antologica di un’importante esperimento, quello del gruppo DigiDig: nato in Italia nel 2016 “per aumentare consapevolezze e competenze comuni, per rendere più trasparenti, condivisi e negoziabili gli algoritmi che caratterizzano la società contemporanea” (DigiDig Manifesto). Un esperimento recente, oggi concluso, che è già storicizzabile: il tema degli algoritmi, della loro pervasività e della loro mancanza di trasparenza, è oggi più che mai vivo nel dibattito pubblico, anche se lungi dall’essere risolto. Ce ne parla qui uno dei fondatori, che è anche uno dei più grandi protagonisti “globali” delle relazioni pubbliche per le organizzazioni: Toni Muzi Falconi.

KEYWORDS  algoritmo, lobby, trasparenza, relazioni pubbliche, spazio pubblico, Adriano Olivetti.


 

L’algoritmo nel giro di pochi anni ha visto la crescita, l’intensificarsi della propria narrazione: da termine meramente tecnico a strumento principe della Digital Transformation, da strumento della Digital Transformation a possibile chiave di volta per la Human Transformation. Segno emblematico di questa escalation, una delle tre “questioni chiave” poste dallo storico israeliano Yuval Noah Harari con la terza ed ultima parte del suo libro Homo Deus (best seller elegantemente divulgativo sul superamento dell’Homo Sapiens tramite robotica, intelligenza artificiale e ingegneria genetica). La terza parte si intitola Homo Sapiens perde il controllo. La domanda, ad sensum: e se si scoprisse che non siamo (o non siamo solo) assimilabili ad algoritmi? E se si scoprisse ciò in ritardo, dopo essere stati “sostituiti” dagli algoritmi stessi? (Harari, 2016).

Per anni questa narrazione è stata letta e alimentata dalla sola comunità scientifico-tecnologica, è poi passata nelle mani elitarie di sociologi, mediologi, psicologi, filosofi, storici ed interpreti del contemporaneo. Per dare qualche riferimento (Cazzola, 2016): il sociologo francese Dominique Cardon, autore del libro Che cosa sognano gli algoritmi (Cardon, 2015), il mediologo olandese Geert Lovink, secondo cui siamo nell’era del “platform capitalism” (Lovink, 2017), il filosofo francese Bernard Stiegler, che ha sviluppato il concetto di “governamentalità algoritmica” (Stiegler, 2016); e per l’Italia: il matematico e saggista, già amato da Italo Calvino, Paolo Zellini con il suo La dittatura del calcolo (Zellini, 2018), il letterato editore Roberto Calasso, con il suo L’innominabile attuale (Calasso, 2017).

Nel giro di pochi anni, dunque, emerge questo nuovo oggetto di potere, l’algoritmo. E la domanda delle domande prosegue la sua cavalcata verso le diverse terre integraliste (transumaniste, complottiste, neoluddiste), da un lato. E contemporaneamente emerge e si impone a livello pubblico. Con questa intervista facciamo un piccolo ma necessario passo in diagonale e all’indietro, verso un’altra narrazione possibile. Arriviamoci per gradi.

Dare una definizione all’algoritmo è operazione tutto sommato pacifica: “Gli algoritmi sono una serie di passi o istruzioni che si usano per risolvere un determinato problema. In informatica queste istruzioni o passi sono espressi in codice” (European Parliament, 2018). Ma il discorso si complica se pensiamo ai campi di applicazione: gli algoritmi sono usati ovunque, dalla sanità al lavoro all’informazione. Ad esempio, “secondo il Wall Street Journal, almeno quindici stati negli Stati Uniti usano strumenti automatici di valutazione del rischio per aiutare i giudici a prendere decisioni sulla libertà condizionale” (Miller, 2018). Algoritmi sempre più complessi usati per scelte sempre più importanti.

Questa automatizzazione diffusa delle attività discrezionali non può che portarci verso un quesito logico e lecito: l’algoritmo funziona, ma come funziona? Se a lui affido le mie scelte, se a lui affido scelte che ricadono su terzi, non posso accontentarmi che esso funzioni, ma devo poterlo controllare, valutare ed eventualmente evolvere. “Is the point. It’s a heuristic. I tried it, and it seemed to work. Then I tested it, and the result looked right. I can’t say the one is true. I can only say that it passed minimum evaluation criteria. The whole algorithm is full of parameters that could have been something else. Truth is dead, there is only output” confessa uno sviluppatore in forma anonima (Miller, 2018).

Emerge così la richiesta, la necessità di trasparenza. Una partita che non può che giocarsi sul campo della politica internazionale, e che vede attori, avversari come Google, Amazon, Facebook ed Apple. “Nell’attuale fase che ci porta, grazie agli algoritmi, alla semplificazione delle procedure digitali e all’automazione delle più delicate attività discrezionali, non crediamo accettabile che questo processo si realizzi senza trasparenza, informazione e partecipazione ai suoi dispositivi di funzionamento” (L’algoritmo come tecnologia di libertà? Il Manifesto DigiDig, www.digidig.it/il-manifesto/).

Tra i primi in Italia a farsi promotori di questa istanza: i protagonisti dell’iniziativa denominata DigiDig. Siamo nel 2016, storia recente ma già storia. I promotori: uno dei più grandi esperti globali di relazioni pubbliche, Toni Muzi Falconi; un giornalista di lungo corso, tra i primi a cogliere l’importanza del tema, Michele Mezza. Il tutto parte con l’invio di un testo “a un centinaio di amici, colleghi e presumibili ‘partigiani’ che speravamo potessero essere interessati” (Muzi Falconi, 23/11/2016). Vengono poi organizzati incontri a Roma e a Milano. Viene costituito un coordinamento di cui fanno parte anche Biagio Carrano, fondatore della società di consulenza eastCom Consulting, Giampaolo Azzoni, giurista e filosofo, Annamaria Testa, nota pubblicitaria e Roberto Zangrandi, lobbista a Bruxelles. Nasce un Manifesto, una piattaforma dedicata (www.digidig.it), un forum di discussione internazionale. Il dibattito si allarga e così l’ambito di influenza, in particolare a livello europeo.

Ed è così che l’algoritmo viene ricollegato ad un’altra narrazione possibile, che fa tesoro di una delle più grandi lezioni italiane: “La pervasività della rete digitale, mentre ha accelerato l’esaurimento della rivoluzione fordista, ha anche raccolto una irrefrenabile domanda di autonomia individuale che già (alla fine degli anni ’50) Adriano Olivetti intercettava quando definiva l’informatica come «tecnologia di libertà destinata a liberare l’uomo dalla fatica e dall’umiliazione del lavoro materiale»” (Il Manifesto DigiDig).

Iniziativa straordinaria o necessaria? Temi vicini o inafferrabili? Missione possibile o impossibile? Questi i quesiti che viene da porsi oggi, riscoprendo la piattaforma digidig.it, leggendo il Manifesto, le Opinioni, la Rassegna e le Discussioni (le sezioni del sito). Sì, una riscoperta, perché l’esperienza oggi è stata dichiarata conclusa.

Abbiamo allora deciso di scoprire il perché, ma anche di approfondire alcune implicazioni tecniche attingendo dagli scritti del gruppo e parlandone direttamente con uno dei fondatori, già ospite sulle nostre pagine: Toni Muzi Falconi (Muzi Falconi, Orzati, 2018).


Prima di DigiDig: come nasce e come si sviluppa la tua relazione con il digitale?

Dalla fine degli anni 70, passando dal primo network di word processor sperimentale in Italia: era Rank Xerox installato da Paolo Pasini nei miei uffici da SCR in Foro Bonaparte a Milano come “modello” da far vedere anche ad altri potenziali utenti; poi Mac nel 1983 quando, grazie all’introduzione del grande Regis McKenna, consigliavo Steve Jobs per il lancio nel 1984; poi passato a Microsoft Desktop fino a ogni modello possibile immaginabile di mobile – dopo anni di lavoro con Tim, Omnitel e poi Vodafone. Potrei raccontare a lungo, per esempio quando dirigevo la comunicazione in Fabbri Editore nel ‘72/74: si era sparsa la voce che l’avvocato Agnelli avesse installato in auto un telefono. Dino, il più estroso dei due fratelli Fabbri fece carte false per averlo anche lui. Appena installato chiese al suo autista di chiamare il collega e di farsi passare l’Avvocato, e il suo autista rispose “mi dispiace, l’avvocato è impegnato sull’altra linea”.

Due altre mini curiosità: aderii nel 1987, su suggerimento del fondatore di Legambiente Chicco Testa, al primo network italiano della rete, quello di Agorà creato da Cicciomessere e dai Radicali nel 1987. Poi, nel 1990, in apertura della prima assemblea ufficiale della Sinistra dei Club al Capranica di Roma (che raccolse oltre 400 circoli in Italia e che era sorta per affiancare il vecchio PCI nel suo cambiamento in PDS), nella introduzione ai lavori da coordinatore, ebbi a dire:

“Riuscire oggi a superare la barriera dell’attenzione rappresenta, salvo casi del tutto eccezionali, un costo insopportabile per i più. Può apparire paradossale. Viviamo nella società della comunicazione, dove è sufficiente una telefonata alla Rai per raccontare a milioni di telespettatori i particolari più intimi della propria vita privata. L’accesso è apparentemente infinito. Mai nella storia dell’uomo è stato possibile all’individuo, con costi apparentemente nulli o bassi, mettersi in comunicazione con tanti altri individui. Eppure sentiamo tutti che c’è qualcosa di molto importante che, in questa storia, non quadra, non funziona. I canali sono più o meno ad accesso libero, ma non si riesce a conquistare l’attenzione se non con investimenti elevati. Affrontare questo tema con serietà, coinvolgendo tutti coloro che sono in qualche misura soggetti della catena di produzione dovrebbe costituire, insieme al tema ancora più urgente della forma e dei modi di una nuova forza politica, uno degli impegni prioritari del network di club che vogliamo costituire. Club che dovranno sfruttare fino in fondo le possibilità tecnologiche dell’interattività e della Rete. Non pensiamo affatto a un club centrale, ma semplicemente a una ‘centralina’: una stazione di raccolta, smistamento e consultazione”.

“Per concludere: la grande questione del diritto alla informazione e del diritto alla comunicazione ha a che fare, se ci si riflette bene, con le precondizioni di una società pienamente democratica nel 1990. Informazione e comunicazione sono oggi elementi strutturali della nostra società. L’isolamento, l’alienazione, la passività della gran parte degli individui di fronte alla società spettacolo, alla politica spettacolo, all’impresa spettacolo, al sindacato spettacolo, alla finanza spettacolo, costituisce uno dei maggiori problemi del nostro tempo. Molti ne parlano, pochi lo studiano, il fenomeno scatena sindromi anche nella nuova aristocrazia, quella costituita da coloro che per censo, risorse economiche, cooptazione, diritto o altro hanno accesso e anche peso nel sistema della comunicazione. Anche noi, promotori di questa iniziativa, e molti fra i firmatari, facciamo parte di questa aristocrazia. La sindrome più preoccupante è quella di una nuova tossicodipendenza, la ‘piombo dipendenza’, della dipendenza cioè dal numero di millimetri di colonna che si riesce a occupare quotidianamente. Una sindrome pericolosa, che dà assuefazione ed è sempre più richiedente. Si arriva al punto che ormai i giornali si scorrono soltanto per vedere chi è citato di più o di meno. Siamo, noi membri dell’aristocrazia nella nuova società della comunicazione, diventati operai di una enorme, grottesca, chapliniana fabbrica di eco della stampa?  Mentre la gran parte della gente osserva passivamente, ogni tanto telefona qualche suo guaio personale alla tv ed è protagonista per una settimana nel caseggiato. Poi tutto torna come prima. Un po’ di silenzio dice Fellini. È un invito saggio su cui riflettere” (Una Magnifica Avventura, Una centralina di relazioni al servizio della società civile – Editori Associati, febbraio 1990).

Un passo indietro… Proprio mentre iniziava la mia avventura con il digitale, mi venne a trovare un giovane assai intelligente e perspicace con una proposta di aiutarlo a dar vita ad una “radio privata che si occupasse di economia”. Era il periodo di diffusione delle prime radio private, Milano era la capitale dell’economia e dei mercati finanziari e l’idea non era completamente folle. Discutemmo a lungo e cercammo altri partner ma senza successo. Quel giovane si chiamava Michele Mezza, si fermò da noi un paio di anni a fare tutte le mattine la rassegna stampa e poi finì in Rai, fece carriera etc… molta acqua sotto i ponti.

Arriviamo così a DigiDig: chi dà vita al progetto? In quale contesto e in quali circostanze nasce?

Nel gennaio del 2016 Michele, apprezzato e innovativo giornalista che aveva inventato, tra l’altro, Rai News 24, mi chiamò e mi chiese se ero interessato a creare con lui una ‘lobby’ per la tutela dei cittadini/utenti dalla dittatura degli algoritmi, in larga parte (ma non solo) impersonata da quelli che io avevo già cominciato a chiamare i digital robber barons del XXI secolo.

I robber barons della fine del XIX e primi del XX secolo erano i Rockefeller, i Vanderbilt, i Morgan: i grandi capitalisti che utilizzarono i primissimi relatori pubblici professionisti di New York (Edward Bernays, Ivy Lee…) come ‘domatori’ dei cosiddetti muckrakers (giornalisti investigativi di allora, letteralmente “cercatori di robaccia”) e di avvocati convincenti a Washington come ‘argomentatori’ per evitare leggi ostili ai loro interessi. Da qui l’integrazione, oggi più che mai totale, fra lobbismo e relazioni pubbliche.

Anche se non sapevo neppure il significato del termine ‘algoritmi’ la cosa mi intrigò assai. L’impresa era quella di: a) capire di cosa si stava parlando; b) rendersi conto che nessuno capiva di cosa si stava parlando; c) parlarne e scriverci; d) identificare gli interlocutori essenziali per la costituzione di una ‘comunità’, direbbe il già citato Jobs, di ‘evangelisti’ relativamente competenti capaci di attirare l’attenzione e poi la collaborazione di altri segmenti della classe dirigente, degli influenzatori etc. (la premessa per pensare di poter costituire una lobby); ed e) condividere una piattaforma di lavoro che definisse il terreno della decisione pubblica (geografica, ideologica, politica) che sarebbe stata oggetto dell’azione di convincimento. Nonché la identificazione degli alleati necessari per un minimo di risultato per molti mesi di lavoro anche intenso.

Fino all’improvviso rovesciamento del fronte, al punto che la nostra iniziativa da impossibile divenne, e non per merito nostro, di fatto esaurita almeno nella fase prima, quella di sensibilizzazione. Ma il libro di Michele, Algoritmi di Libertà (Mezza, 2018), rimane una grande risultato, e in qualche modo completa l’esperienza di DigiDig. (Il libro ha un taglio originale rispetto alla saggistica divulgativa sull’argomento: innanzitutto, come recita il risvolto, affronta il tema con un obiettivo affatto pragmatico, lo stesso che animava il gruppo DigiDig; non si scaglia contro l’uso dei nostri dati quanto contro l’omologazione del nostro pensiero, “non tanto il consumo, quanto proprio il cervello è la posta in gioco”; il tutto “senza ombre di nostalgia, anzi con un’esibita e provocatoria adesione alla civiltà della rete” – ndr).

Qual era il tuo specifico interesse professionale in DigiDig? In che senso si può parlare di relazione e di qualità della relazione nei confronti di un algoritmo?

A questo tema è dedicato un post sul blog di DigiDig: Algoritmo e spazio pubblico: un altro soggetto con il quale governare le relazioni?

“Puntuale arriva la domanda: ma cosa mettereste nella vostra piattaforma negoziale? A monte vogliamo metterci anche chiarezza, trasparenza e monitoraggio della qualità della relazione fra i diversi ‘soggetti’ del digitale.

Poiché da mezzo secolo mi occupo professionalmente, culturalmente e didatticamente di relazioni (pubbliche, ma non nel senso contrario di private, ma di “con i pubblici”) vorrei esplorare su questo tema una traccia di ipotesi operativa.

Ciascuno di noi: Persona, Organizzazione e, aggiungo ora, Algoritmo, sviluppa abitualmente relazioni con altri soggetti: Persone, Organizzazioni, Algoritmi.

Se la qualità di questa relazione è valutata efficace dai soggetti che la compongono, gli obiettivi condivisi e perseguiti sono raggiunti con risultati maggiori in tempi minori. È un assioma condiviso da studiosi di molte discipline (psicologia, sociologia, management, comunicazione…).

Già, ma come faccio a sapere se la qualità della relazione è efficace? Secondo una scuola di pensiero consolidata e sviluppatasi negli ultimi trent’anni con una forte accelerazione negli ultimi 15 (effetto del digitale), alla quale penso di avere anche dato qualche contributo sia di riflessione che di attuazione, la qualità di una relazione dipende sì da tanti fattori ‘situazionali’, ma si può valutare raccogliendo il reciproco giudizio dei diversi soggetti della relazione che si vuole valutare su quattro indicatori fondamentali.

I quattro indicatori sono la fiducia nella relazione, l’impegno nella relazione, la soddisfazione nella relazione e l’equilibrio di potere nella relazione.

Non entro ora nello specifico di ciascun indicatore, mi limito a dire che l’analisi prevede che i soggetti si esprimano reciprocamente per andare a disegnare zone di equilibrio e di squilibrio nella relazione, offrendo così la possibilità ai soggetti intenzionati a migliorare la relazione in un determinato periodo di tempo, di progettare cambiamenti.

L’applicazione di questo schema è frequente e non ha prodotto particolari problemi. Ma ovviamente le complessità non mancano. Per esempio, l’analisi funziona quando la qualità della relazione viene valutata fra persone oppure fra organizzazioni e, verosimilmente, anche fra algoritmi. Invece, la relazione fra persone e organizzazioni e viceversa è leggermente più complicata perché l’organizzazione in sé, a differenza della persona, non ha una identità esplicita e così precisa… Devo immaginare che almeno altrettanto complicato sia valutare la qualità della relazione fra diversi algoritmi, fra algoritmi e persone e fra algoritmi e organizzazioni. Eppure penso che la cosa sia possibile” (Muzi Falconi, 25/11/2016).

Cosa succede a DigiDig nel giro di pochi ma intensi mesi di attività?

I promotori più attivi di DigiDig (oltre a Michele e me, Biagio Carrano, Giampaolo Azzoni, Roberto Zangrandi, Alessandro Sattanino, Adriana Ripandelli, Italo Vignoli) si trasferiscono subito su Telegram e per molti mesi si scambiano migliaia e migliaia di link, messaggi, discussioni, insulti con l’impegno che soltanto le cose più utili siano trasferite sul sito. Intanto ci sono visioni ovviamente diverse della questione, e man mano che il tema comincia a diventare di dominio pubblico le distanze tendono ad accentuarsi. Fin quando nessuno ci dava retta lasciavamo ‘passare’ tutto e il suo contrario. Quando invece si imponeva che i partecipanti prendessero posizioni in merito alle tematiche ormai pubbliche le divisioni si accentuavano. Non si trattava soltanto di posizioni ‘politiche’ diverse, ma anche ‘culturali’ e di diversi livelli di analfabetismo tecnologico. Poi siamo tutti molto presi da altri impegni di lavoro, di volontariato, di militanza e le nostre irritazioni reciproche (pur sempre con il massimo affetto e rispetto… siamo persone educate e di mondo) tendono ad affievolire la relazione. Abbiamo, insomma, sentito fra di noi le prime avvisaglie dell’incattivirsi della rete e, non avendo molte opportunità di vederci a tu per tu, abbiamo preferito, più o meno consapevolmente, diradare, scivolare e lasciar perdere. Il risultato è che continuiamo a volerci bene, a stimarci, a leggerci e a sperare che la subitanea notorietà dei nostri temi possano servire a qualcosa.

Cosa fare ora, dopo DigiDig? Come da te suggerito, chiuderei – ringraziandoti – con parole recenti di Michele Mezza…

“Più che chiedersi come ribellarsi bisogna interrogarsi su chi possa ribellarsi e negoziare. Nel mio libro faccio un ragionamento semplice. Nell’economia digitale non funziona il vecchio paradigma che vede i soggetti sociali identificati per l’unità di produzione o di servizio, ad esempio gli utenti di Facebook come gli operai della Ford. Funziona invece una contrapposizione di interessi fra soggetti che hanno possibilità concrete di interdire e danneggiare il proprio interlocutore, altrimenti nessuno si siede ad un tavolo di negoziato. Fra questi soggetti io penso ad esempio alle città, come community che abilitano, e dunque possono anche sminuire, il ruolo delle piattaforme e degli algoritmi, adottandoli per i propri servizi. Già in questa direzione si stanno muovendo i primi passi con negoziati a Milano con AirB&B sulla gestione degli algoritmi di allocazione dei turisti, oppure a Bologna con i rider e la gestione degli algoritmi di saturazione dei tempi di consegna. Altri soggetti negoziali sono le università, che producono, testano e collaudano gli algoritmi, oppure le categorie professionali, come i giornalisti o i medici, che si trovano nel pieno di un processo di automatizzazione delle proprie funzioni”.

“Io penso che la battaglia sia aperta, come lo è sempre stato al nascere di una nuova tecnologia, pensiamo al trauma del fuoco, o del bronzo, o ancora della staffa, o della stampa o infine dell’elettricità e del telefono. Sempre si è trattato di un nuovo inizio, in cui il sistema tecnologico sembrava prendere il sopravvento. Ricordiamo tutta la storia dei persuasori occulti con la pubblicità televisiva? Oggi si tratta poco più di un ricordo naïf di un mondo lontano” (Mezza, 20/06/ 2018).

 


 

TONI MUZI FALCONI. Esperto di relazioni pubbliche, ha maturato esperienze lavorative presso Stanic Industria Petrolifera, 3M Italia, l’Espresso, Fabbri Editori. Ha creato e fondato MF Communications (1974/76), SCR Associati, poi Shandwick (1976-1994), On/Off soluzioni interattive (94-96), Methodos (1996/oggi). È stato presidente di Idom (Impresa Domani) e dell’IPR (Istituto per le Relazioni Pubbliche), vice presidente e presidente della Ferpi (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana), unico membro non parlamentare del Comitato per la Comunicazione della Camera dei Deputati nel 1998-99 e Segretario Generale del Comitato 9 Giugno (per la Riforma Elettorale) nel 1992-93. Consulente Scientifico nel 2000-2001 del Progetto Finalizzato “Comunicazione Integrata per la Riforma” avviato dal Ministero della Funzione Pubblica e coordinatore nel 1999 della Conferenza Nazionale sull’Adeguamento Informatico all’anno 2000, promossa dal Governo. Presidente fondatore della Global Alliance for Public Relations and Communication Management. Oggi è docente di global relations e di public affairs all’executive Master in Public Relations and Corporate Communication della NYU (New York), di public affairs alla scuola di governo della Luiss, di relazioni pubbliche alla LUMSA.

(Fonte del profilo: www.methodos.com)

tonimuzi@gmail.com

 


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