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Giochiamo insieme? EDITORIALE NARRABILITY JOURNAL ANNO II NUMERO II

DI ALESSANDRA COSSO

 

In un mondo in cui ogni cosa è interconnessa, l’imperativo morale supremo diventa conoscere.
Yuval Noah Harari, 21 lezioni per il XXI secolo
 
Tutta l’insurrezione digitale si portava dentro l’inespressa pretesa che l’esperienza potesse diventare un gesto rotondo, bello e confortevole. Non la ricompensa a una fatica. Ma la conseguenza di un gioco.
Alessandro Baricco, The Game

 

I miei due figli appartengono a due generazioni differenti. Uno, nato alla fine del Novecento, mantiene uno sguardo affettuoso e vagamente nostalgico sul secolo breve (Hobsbawm, 1995) pur vivendo pienamente il proprio tempo. Vive la rete e i social con disinvoltura assoluta, ma scatta foto con la Polaroid oltre che con lo smartphone e quando viaggia sceglie le cartoline più buffe da mandare agli amici.

Il mio secondo figlio è nato a pochi anni di distanza, nel 2003. Nel suo immaginario oggetti come le cartoline da spedire per posta “normale” e le fotografie che impiegano tempo a sviluppare un’immagine sono archiviate nel cassetto “inutili pratiche del secolo scorso”. Le osserva con sguardo incredulo e distaccato, lo stesso che da bambino aveva quando lo portavo al Museo di Scienze Naturali. Quella roba per lui è come un fossile: interessante solo se devi fare la ricerca per la prof di scienze.  Credo che per me sia questa la prova più tangibile, evidente e concreta, potrei dire “in carne e ossa” del fatto che sta succedendo qualcosa al nostro modo di essere umani. Per me e altri genitori significa anche ripensare i propri modelli educativi per essere all’altezza dei bisogni evolutivi e di crescita di una nuova generazione di “nativi digitali”.

Ma la questione non tocca solo la genitorialità: tutte le dimensioni del vivere umano sono impattate. E il dibattito sulla Human Transformation (HT) sta crescendo di mese in mese ponendo domande importanti sulla sfida tecnologica, sociale, culturale e politica che questi cambiamenti comportano su temi-chiave come verità, educazione, giustizia, libertà, lavoro…All’inizio del 2018 le narrazioni che si incrociavano e intrecciavano nel tentativo di immaginare il nostro futuro ci sono parse tante e tali da meritare una possibile lettura. Abbiamo per questo deciso di dedicare alla HT il convegno dell’Osservatorio di Storytelling (si è tenuto a BASE Milano il 12 dicembre 2018) e un numero del Narrability Journal, questo.

Ma di cosa stiamo parlando?

Col nuovo millennio la rivoluzione digitale, combinata con le innovazioni tecnologiche, che incessantemente genera e insemina, con le scoperte in campo biogenetico e con il ripensamento di molti equilibri di potere sul nostro pianeta, sta dando vita a un salto evolutivo, una frattura spazio temporale, per cui noi siamo passati in pochi anni da mandarci le cartoline dalle località di mare a vivere immersi gran parte del tempo in un altro mondo online – qualcuno lo chiama “oltremondo” (Baricco, 2018). I social media regolano i flussi della nostra vita relazionale nelle svariate realtà sociali, professionali e personali che frequentiamo, dal gruppo dei genitori della classe dei figli, al team di progetto con i colleghi, ai compagni di scuola di 30 anni fa. Hanno già cambiato il nostro modo di relazionarci, di pensare, di pensarci.

Cosa è successo? E ancora di più perché è successo? Non è la prima volta che l’Uomo vive un salto evolutivo, ma questa volta lo stiamo facendo a velocità impressionante (Harari, 2014). Facciamo fatica a capire cosa sta succedendo perché ci siamo in mezzo e perché non è facile per il nostro cervello comprendere senza riflettere. A queste velocità, del resto, riflettere è diventano un lusso. O un intralcio – dipende dal punto di vista.

Tra gli autori che insistono sulla necessità di fermarsi ogni tanto a pensare c’è senz’altro Yuval N. Harari, docente di World History all’Università di Gerusalemme. Con oltre 12 milioni copie tradotte e vendute in tutto il mondo, sta proponendo una riflessione ricca e approfondita sul tema della HT. Ha pubblicato ad oggi tre ampi saggi[1] zeppi di rifermenti bibliografici a studi e ricerche, tutte molto aggiornate, su ciò che si pensa e si dice nell’ambito della divulgazione colta di più discipline, dalle scienze umane alle neuroscienze. La sua opera è un invito accorato alla riflessione attenta e all’impegno ad approfondire, con un approccio che potremmo dire scientifico, il nostro rapporto con la realtà. Nelle sue parole: “In un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere. In teoria chiunque può partecipare al dibattito sul futuro dell’umanità ma in pratica è molto difficile mantenere una visione chiara” (Harari, 2018). E così l’autore ci accompagna pagina dopo pagina alla scoperta della storia delle specie Sapiens e delle rivoluzioni che ha sperimentato nella propria evoluzione: dalla rivoluzione cognitiva che ci ha munito di immaginazione e ci ha fornito le storie come strumento di lettura, interpretazione del mondo, condivisione e appartenenza; alla rivoluzione agricola che ha detto stop al nostro status di nomadi cacciatori-raccoglitori, a quella industriale e scientifica, fino ad arrivare alla rivoluzione digitale e biogenetica che stiamo vivendo e che ci sta portando ad accarezzare l’idea di immortalità (2014; 2017; 2018). Ma che al tempo stesso rischia di dare origine a nuove élite di semi-dei da una parte e dall’altra a masse impotenti incapaci di cogliere la complessità di ciò che accade nel mondo e quindi tagliate fuori da qualsiasi decisione. Il suo ultimo libro finisce con alcuni moniti all’umanità perché non finisca vittima dei cambiamenti che sta attraversando: Riassumo in breve: primo, se vogliamo informazioni affidabili, paghiamo il giusto prezzo per averle – l’informazione gratuita offerta dalla rete potrebbe avere doppi fini; secondo: se qualche tema è di nostro interesse, facciamo la fatica di leggere la letteratura scientifica che è stata pubblicata a riguardo. Sebbene il mondo scientifico possa essere per certi versi vissuto come lontano dal mondo reale, spiega l’autore, di fatto il metodo che adotta per esplorare la realtà è quello al momento più protettivo per evitare di essere manipolati (e questo è anche il motivo per cui noi abbiamo dato vita a NJ e non a una rivista divulgativa qualsiasi). La terza raccomandazione la rimando a qualche riga più avanti, perché vorrei riportare qui anche un’altra autorevole voce che oggi partecipa al dibattito sulla HT.

Diversissimo per formazione e approccio, lo scrittore italiano Alessandro Baricco nel suo The Game (2018) riprende il discorso iniziato anni fa con I Barbari[2] (2006) e tenta un’interpretazione originale della HT. Il suo testo che ricorda, nello stile redazionale, una delle tante lezioni che lo scrittore negli anni ha tenuto su temi di attualità a vari pubblici, televisivi e no. A differenza dei testi di Harari, va detto che qui non troverete riferimenti bibliografici: l’autore offre le sue considerazioni come il risultato di una personale riflessione portata avanti negli anni con la sensibilità di uno scrittore più che con il rigore di uno scienziato. Una postura diversa, un modo diverso di ragionare, se pur ricco di stimoli. Come quando inscrive la genesi della HT nel progetto di insurrezione digitale che un gruppo di nerd informatici della controcultura californiana degli Anni 70 avrebbe innescato per cambiare il mondo e farlo uscire dai paradigmi di diseguaglianza, muri e rigidità culturali che avevano condannato il Novecento a una sequela di guerre, talvolta fredde. L’obiettivo era cambiarlo in meglio, ovviamente, almeno nelle intenzioni. Baricco in un certo senso identifica la mutazione in atto, il sunto della trasformazione del nostro essere, in un cambiamento di atteggiamenti, che potremmo definire esistenziali, legati al piacere del gioco. La sequenza su cui si concentra e che propone al lettore è quella calcetto/flipper/space invaders: ne osserva il cambiamento di postura fisica, di sensazioni e di percezioni. Per un essere umano intento a una partita a calcetto (calciobalilla per i puristi), o a flipper o, infine, a un videogioco sono parecchio diverse, a pensarci bene: con esse cambia la consistenza stessa dell’esperienza, che assomiglia sempre più a un gioco veloce, immateriale, semplice, fluido. Individuale. Un videogioco, insomma.

Potremmo dire, seguendo il discorso dell’autore, che il copione narrativo[3] della HT coincide di fatto con lo script di un videogioco: riproduce la realtà in un ambiente virtuale semplificato, dove le relazioni sono mediate dal sistema e rimangono a livello superficiale. Nel senso che lì ci si muove e vive un mondo veloce e con architetture narrative multidimensionali e contestuali dove è rappresentata in modo semplificato solo la superficie delle cose, la Rete. Per giocare questo gioco – ovvero per vivere pienamente l’esperienza umana contemporanea – dobbiamo distaccarci dai paradigmi novecenteschi in cui l’icona dell’Essere umano era rappresentata dalla triade uomo-cavallo-spada e abbracciare la nuova idea di Uomo intento a giocare il Game, rappresentata sequenza uomo-tastiera-schermo.

Cosa cambia? Tutto, in una parola.  Il salto evolutivo dal Novecento al nuovo millennio è un salto quantico: su questo concordano entrambi gli autori. Che evidenziano come cambiando il paradigma cambia ogni scenario. Così è per esempio per il lavoro, Harari (2018) sintetizza così: “quando sarete grandi potreste non avere un lavoro” e Baricco (2018) chiosa: “a furia di distribuire contenuti a prezzi irrisori il Game finisce per realizzare un genocidio degli autori, dei talenti, perfino delle professioni”. Il tema è noto e all’ordine del giorno: studi e ricerche sono state attivate per prevedere gli scenari futuri del mercato del lavoro: quali competenze? quale formazione ha senso immaginare? Che sbocchi per chi è già formato? Quale lavoro sarà adatto a sopravvivere nel nuovo habitat e quale scomparirà, come i dinosauri? A queste e altre domande risponde, in questo numero di NJ, l’articolo di Alessandro Giaume e Alberto Maestri, intitolato Uomini e Macchine: insieme, verso il Futuro del Lavoro.

L’articolo introduce anche uno dei temi chiave della HT, il rapporto con l’Intelligenza artificiale (AI) e i robot. Durante il recente convegno dell’Osservatorio, questo è uno dei temi affrontati che ha stimolato più dibattito: quanto abbiamo paura di robot che ci somigliano sempre di più e che nei racconti distopici di molta produzione di fiction, potrebbero un giorno ribellarsi e prendere il potere? In Nostro corpo elettrico Andrea Scarabelli si interroga proprio su questi temi, evidenziando come manchi al momento una narrazione che educhi il nostro immaginario al fatto che “automi e replicanti, robot e cyborg accompagneranno l’umanità futura”.

Trovate poi la recensione che Daniele Orzati ha scritto per un altro dei testi-chiave del dibattito già citato sulla HT: Essere una Macchina di Mark O’Connell (2018). Il giornalista irlandese indaga le vite di alcuni esponenti del Transumanesimo, un movimento culturale che sostiene l’uso delle scoperte scientifiche e tecnologiche per aumentare le capacità fisiche e cognitive e migliorare quegli aspetti della condizione umana che sono considerati indesiderabili, come la malattia e l’invecchiamento – e in questo risuona non poco con Homo, Deus di Harari (2017). Per usare le parole dello stesso Orzati: ”La narrazione di O’Connell si presenta dunque come un caso esemplare di narrazione sul Transumanesimo e al contempo come caso esemplare di narrazione sulla nostra ineffabile contemporaneità. Ineffabile se non attraverso le storie che la pervadono e le trasformano.” Capite che non potevamo lasciarcelo sfuggire questo racconto?

Così come non potevamo non farci dire da Toni Muzi Falconi di un importante esperimento, quello del gruppo DigiDig: nato in Italia nel 2016 “per aumentare consapevolezze e competenze comuni, per rendere più trasparenti, condivisi e negoziabili gli algoritmi che caratterizzano la società contemporanea” (DigiDig Manifesto). Il DigiDig non esiste più, ma forse anche per questo è un caso studio interessante su cui riflettere! La nostra relazione con gli algoritmi, il dibattito su come difenderci dalla loro pervasività, la paura di essere diventati ‘cavie’ da studiare per vendere più prodotti, sono tutti temi sempre più presenti nel nostro immaginario, dando vita a svariate discussioni.

Anche alla luce di una indicazione di attenzione che arriva un po’ da tutti gli autori impegnati nel dibattito culturale nelle HT: i cambiamenti in atto stanno di fatto creando delle nuove élite in grado di governarli (i cambiamenti) e stanno condannando le masse, meno consapevoli, a essere guidate nelle loro scelte dagli algoritmi che decidono sempre più chi sono e cosa debbano sapere di sé stessi, di fatto impedendo loro di incidere in alcun modo sul proprio futuro (Harari, 2018). E ancora: “il Game tiene buoni soprattutto i più deboli, instupidendoli quel tanto che basta per non fargli registrare la loro condizione, di fatto, servile” (Baricco, 2018). Un vago effetto narcotico, insomma, che annichilisce il nostro sentire e limita quindi la nostra lucidità. Persino la competenza narrativa, che tanto ha fatto per l’evoluzione della nostra specie negli ultimi 30 mila anni, oggi è vista con sospetto: in un’epoca definita di post-verità i racconti possono essere particolarmente ingannevoli, soprattutto in un mondo online semplificato in cui per orientare la nostra attenzione abbiamo bisogno di segnali emotivi “urlati”. Nel progettare l’insurrezione digitale e il videogame che sono diventate le nostre vite, i padri fondatori forse hanno sottovalutato che noi umani necessitiamo di relazioni e vicinanza per elaborare le nostre percezioni in identità e appartenenza. E così nell’era della mis-informazione per alcuni l’unica realtà tangibile con cui possiamo sperimentare la nostra mente di cacciatori-raccoglitori (Diamond, 1997) è il sentire. In questo senso Harari (2018) consiglia (ed è questo la terza raccomandazione cui abbiamo accennato prima) di diffidare dalle narrazioni: “se volete conoscere la verità sull’universo, sul senso della vita o sulla vostra identità, il posto migliore dove cominciare è osservare la sofferenza e capire la sua realtà. La risposta non è una storia”. L’osservazione del sentire per arrivare alla piena consapevolezza e lucidità. Può essere questa la risposta, osservare la sofferenza degli altri e la propria, in un percorso di comprensione piena di ciò che sta avvenendo attraverso l’unica realtà inequivocabile che ci appartiene davvero: il nostro corpo di mammiferi sensibili, dotati di empatia ed emotività.

Nell’articolo di Viviana Capurso, Mindfulness: il percorso dell’uomo per ritrovare sé stesso si parte proprio da qui, proponendo questa pratica meditativa, di matrice orientale, come la strada per ritrovare la presenza mentale, la propria coscienza e il ricordo di sé, veri elementi di distinzione tra l’uomo e la macchina. Su questo punto lo stesso Harari, meditatore lui stesso, insiste. Baricco dal canto suo parla di coltivare le contemporary humanities. Entrambi ad ogni modo ci ricordano di non perdere il contatto con ciò che ci rende umani: il sentire e l’arte, la bellezza.

E le storie? Sono sempre più difficili da decifrare, dicevamo. Le modalità relazionali del Game sono individuali e la gruppalità è distanziata dal mezzo, rendendo di fatto sempre più difficile l’esercizio del contatto intimo ed empatico. E in un’epoca in cui il confronto relazionale è ridotto a una dimensione virtuale in cui il sentire è fortemente limitato, le storie rischiano di essere verità non verificabili perché non accompagnate da un vissuto condiviso. Possono ancora aiutarci ad acquisire consapevolezza e lucidità a patto che ricordiamo di leggerle per quello che sono: rappresentazioni della realtà da un determinato punto di vista. E che coltiviamo la dimensione in cui sono nate: la relazione tra chi narra e chi ascolta per co-costruire una lettura della realtà.  Potremmo allora aggiungere alle raccomandazioni già riportate un altro aspetto che ci appartiene nel profondo del nostro Dna e che, diciamolo, difficilmente poteva essere parte dell’immaginario di un copione creato da un gruppo di nerd innamorati dei videogiochi: l’appartenenza, la relazione, il confronto intimo tra simili per condividere e definire insieme realtà, identità, futuri.

Consapevolezza, sensibilità, bellezza, appartenenza, relazione… Se non ci attiviamo da subito, ci dicono gli autori citati, per coltivare e salvaguardare le qualità che ci definiscono umani, rischiamo di finire spazzati via dai cambiamenti in atto perché non saremo in grado di orientarci in un mondo la cui complessità supera le nostre competenze cognitive di rappresentazione.

A pensarci, è proprio quello che questa rivista si propone.

Buona lettura!

 

 

*Illustrazione di Sara Seravalle


Bibliografia

  • Baricco A. (2018), The Game. Torino: Einaudi.
  • Cosso A. (2018), “They Say I am My Own Story. Then How Can I Change the Plot?” in Matters of Telling: the Impulse of the Story. Brill, Rodopi.
  • Diamond J. (1997), Armi acciaio e malattie. Torino: Einaudi.
  • Harari Y. N. (2014), Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità. Milano: Bompiani.
  • Harari Y. N. (2017),  Homo Deus. Breve storia del futuro. Milano: Bompiani.
  • Harari Y. N. (2018),  21 Lezioni per il XXI secolo. Milano: Bompiani.
  • Hosbawm E. (1995), Il Secolo Breve. 1914-1991: l’Era dei grandi cataclismi. Milano: Rizzoli.
  • O’Connel M. (2018), Essere una macchina. Milano: Adelphi.

 


[1] Sono: Sapiens, breve storia dell’umanità (2014); Homo Deus (2017) e 21 Lezioni per il XXI Secolo (2018), dettagli in Bibliografia

[2] I barbariSaggio sulla mutazione è un testo di Alessandro Baricco pubblicato da Fandango nel 2006 e che raccoglie trenta puntate fatte di riflessioni, consigli e citazioni sulla società moderna e i suoi innumerevoli cambiamenti pubblicate sul quotidiano La Repubblica dal 12 maggio al 21 ottobre 2006.

[3] Il racconto identitario che definisce i modi di essere delle persone e dei raggruppamenti umani – popoli, partiti, ecc. (Cosso, 2018)

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