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DigiDig, per l’algoritmo come tecnologia di libertà

TONI MUZI FALCONI
Introduzione e intervista a cura di Daniele Orzati

 

ABSTRACT Un’intervista che è anche una ricostruzione antologica di un’importante esperimento, quello del gruppo DigiDig: nato in Italia nel 2016 “per aumentare consapevolezze e competenze comuni, per rendere più trasparenti, condivisi e negoziabili gli algoritmi che caratterizzano la società contemporanea” (DigiDig Manifesto). Un esperimento recente, oggi concluso, che è già storicizzabile: il tema degli algoritmi, della loro pervasività e della loro mancanza di trasparenza, è oggi più che mai vivo nel dibattito pubblico, anche se lungi dall’essere risolto. Ce ne parla qui uno dei fondatori, che è anche uno dei più grandi protagonisti “globali” delle relazioni pubbliche per le organizzazioni: Toni Muzi Falconi.

KEYWORDS  algoritmo, lobby, trasparenza, relazioni pubbliche, spazio pubblico, Adriano Olivetti.


 

L’algoritmo nel giro di pochi anni ha visto la crescita, l’intensificarsi della propria narrazione: da termine meramente tecnico a strumento principe della Digital Transformation, da strumento della Digital Transformation a possibile chiave di volta per la Human Transformation. Segno emblematico di questa escalation, una delle tre “questioni chiave” poste dallo storico israeliano Yuval Noah Harari con la terza ed ultima parte del suo libro Homo Deus (best seller elegantemente divulgativo sul superamento dell’Homo Sapiens tramite robotica, intelligenza artificiale e ingegneria genetica). La terza parte si intitola Homo Sapiens perde il controllo. La domanda, ad sensum: e se si scoprisse che non siamo (o non siamo solo) assimilabili ad algoritmi? E se si scoprisse ciò in ritardo, dopo essere stati “sostituiti” dagli algoritmi stessi? (Harari, 2016).

Per anni questa narrazione è stata letta e alimentata dalla sola comunità scientifico-tecnologica, è poi passata nelle mani elitarie di sociologi, mediologi, psicologi, filosofi, storici ed interpreti del contemporaneo. Per dare qualche riferimento (Cazzola, 2016): il sociologo francese Dominique Cardon, autore del libro Che cosa sognano gli algoritmi (Cardon, 2015), il mediologo olandese Geert Lovink, secondo cui siamo nell’era del “platform capitalism” (Lovink, 2017), il filosofo francese Bernard Stiegler, che ha sviluppato il concetto di “governamentalità algoritmica” (Stiegler, 2016); e per l’Italia: il matematico e saggista, già amato da Italo Calvino, Paolo Zellini con il suo La dittatura del calcolo (Zellini, 2018), il letterato editore Roberto Calasso, con il suo L’innominabile attuale (Calasso, 2017).

Nel giro di pochi anni, dunque, emerge questo nuovo oggetto di potere, l’algoritmo. E la domanda delle domande prosegue la sua cavalcata verso le diverse terre integraliste (transumaniste, complottiste, neoluddiste), da un lato. E contemporaneamente emerge e si impone a livello pubblico. Con questa intervista facciamo un piccolo ma necessario passo in diagonale e all’indietro, verso un’altra narrazione possibile. Arriviamoci per gradi.

Dare una definizione all’algoritmo è operazione tutto sommato pacifica: “Gli algoritmi sono una serie di passi o istruzioni che si usano per risolvere un determinato problema. In informatica queste istruzioni o passi sono espressi in codice” (European Parliament, 2018). Ma il discorso si complica se pensiamo ai campi di applicazione: gli algoritmi sono usati ovunque, dalla sanità al lavoro all’informazione. Ad esempio, “secondo il Wall Street Journal, almeno quindici stati negli Stati Uniti usano strumenti automatici di valutazione del rischio per aiutare i giudici a prendere decisioni sulla libertà condizionale” (Miller, 2018). Algoritmi sempre più complessi usati per scelte sempre più importanti.

Questa automatizzazione diffusa delle attività discrezionali non può che portarci verso un quesito logico e lecito: l’algoritmo funziona, ma come funziona? Se a lui affido le mie scelte, se a lui affido scelte che ricadono su terzi, non posso accontentarmi che esso funzioni, ma devo poterlo controllare, valutare ed eventualmente evolvere. “Is the point. It’s a heuristic. I tried it, and it seemed to work. Then I tested it, and the result looked right. I can’t say the one is true. I can only say that it passed minimum evaluation criteria. The whole algorithm is full of parameters that could have been something else. Truth is dead, there is only output” confessa uno sviluppatore in forma anonima (Miller, 2018).

Emerge così la richiesta, la necessità di trasparenza. Una partita che non può che giocarsi sul campo della politica internazionale, e che vede attori, avversari come Google, Amazon, Facebook ed Apple. “Nell’attuale fase che ci porta, grazie agli algoritmi, alla semplificazione delle procedure digitali e all’automazione delle più delicate attività discrezionali, non crediamo accettabile che questo processo si realizzi senza trasparenza, informazione e partecipazione ai suoi dispositivi di funzionamento” (L’algoritmo come tecnologia di libertà? Il Manifesto DigiDig, www.digidig.it/il-manifesto/).

Tra i primi in Italia a farsi promotori di questa istanza: i protagonisti dell’iniziativa denominata DigiDig. Siamo nel 2016, storia recente ma già storia. I promotori: uno dei più grandi esperti globali di relazioni pubbliche, Toni Muzi Falconi; un giornalista di lungo corso, tra i primi a cogliere l’importanza del tema, Michele Mezza. Il tutto parte con l’invio di un testo “a un centinaio di amici, colleghi e presumibili ‘partigiani’ che speravamo potessero essere interessati” (Muzi Falconi, 23/11/2016). Vengono poi organizzati incontri a Roma e a Milano. Viene costituito un coordinamento di cui fanno parte anche Biagio Carrano, fondatore della società di consulenza eastCom Consulting, Giampaolo Azzoni, giurista e filosofo, Annamaria Testa, nota pubblicitaria e Roberto Zangrandi, lobbista a Bruxelles. Nasce un Manifesto, una piattaforma dedicata (www.digidig.it), un forum di discussione internazionale. Il dibattito si allarga e così l’ambito di influenza, in particolare a livello europeo.

Ed è così che l’algoritmo viene ricollegato ad un’altra narrazione possibile, che fa tesoro di una delle più grandi lezioni italiane: “La pervasività della rete digitale, mentre ha accelerato l’esaurimento della rivoluzione fordista, ha anche raccolto una irrefrenabile domanda di autonomia individuale che già (alla fine degli anni ’50) Adriano Olivetti intercettava quando definiva l’informatica come «tecnologia di libertà destinata a liberare l’uomo dalla fatica e dall’umiliazione del lavoro materiale»” (Il Manifesto DigiDig).

Iniziativa straordinaria o necessaria? Temi vicini o inafferrabili? Missione possibile o impossibile? Questi i quesiti che viene da porsi oggi, riscoprendo la piattaforma digidig.it, leggendo il Manifesto, le Opinioni, la Rassegna e le Discussioni (le sezioni del sito). Sì, una riscoperta, perché l’esperienza oggi è stata dichiarata conclusa.

Abbiamo allora deciso di scoprire il perché, ma anche di approfondire alcune implicazioni tecniche attingendo dagli scritti del gruppo e parlandone direttamente con uno dei fondatori, già ospite sulle nostre pagine: Toni Muzi Falconi (Muzi Falconi, Orzati, 2018).


Prima di DigiDig: come nasce e come si sviluppa la tua relazione con il digitale?

Dalla fine degli anni 70, passando dal primo network di word processor sperimentale in Italia: era Rank Xerox installato da Paolo Pasini nei miei uffici da SCR in Foro Bonaparte a Milano come “modello” da far vedere anche ad altri potenziali utenti; poi Mac nel 1983 quando, grazie all’introduzione del grande Regis McKenna, consigliavo Steve Jobs per il lancio nel 1984; poi passato a Microsoft Desktop fino a ogni modello possibile immaginabile di mobile – dopo anni di lavoro con Tim, Omnitel e poi Vodafone. Potrei raccontare a lungo, per esempio quando dirigevo la comunicazione in Fabbri Editore nel ‘72/74: si era sparsa la voce che l’avvocato Agnelli avesse installato in auto un telefono. Dino, il più estroso dei due fratelli Fabbri fece carte false per averlo anche lui. Appena installato chiese al suo autista di chiamare il collega e di farsi passare l’Avvocato, e il suo autista rispose “mi dispiace, l’avvocato è impegnato sull’altra linea”.

Due altre mini curiosità: aderii nel 1987, su suggerimento del fondatore di Legambiente Chicco Testa, al primo network italiano della rete, quello di Agorà creato da Cicciomessere e dai Radicali nel 1987. Poi, nel 1990, in apertura della prima assemblea ufficiale della Sinistra dei Club al Capranica di Roma (che raccolse oltre 400 circoli in Italia e che era sorta per affiancare il vecchio PCI nel suo cambiamento in PDS), nella introduzione ai lavori da coordinatore, ebbi a dire:

“Riuscire oggi a superare la barriera dell’attenzione rappresenta, salvo casi del tutto eccezionali, un costo insopportabile per i più. Può apparire paradossale. Viviamo nella società della comunicazione, dove è sufficiente una telefonata alla Rai per raccontare a milioni di telespettatori i particolari più intimi della propria vita privata. L’accesso è apparentemente infinito. Mai nella storia dell’uomo è stato possibile all’individuo, con costi apparentemente nulli o bassi, mettersi in comunicazione con tanti altri individui. Eppure sentiamo tutti che c’è qualcosa di molto importante che, in questa storia, non quadra, non funziona. I canali sono più o meno ad accesso libero, ma non si riesce a conquistare l’attenzione se non con investimenti elevati. Affrontare questo tema con serietà, coinvolgendo tutti coloro che sono in qualche misura soggetti della catena di produzione dovrebbe costituire, insieme al tema ancora più urgente della forma e dei modi di una nuova forza politica, uno degli impegni prioritari del network di club che vogliamo costituire. Club che dovranno sfruttare fino in fondo le possibilità tecnologiche dell’interattività e della Rete. Non pensiamo affatto a un club centrale, ma semplicemente a una ‘centralina’: una stazione di raccolta, smistamento e consultazione”.

“Per concludere: la grande questione del diritto alla informazione e del diritto alla comunicazione ha a che fare, se ci si riflette bene, con le precondizioni di una società pienamente democratica nel 1990. Informazione e comunicazione sono oggi elementi strutturali della nostra società. L’isolamento, l’alienazione, la passività della gran parte degli individui di fronte alla società spettacolo, alla politica spettacolo, all’impresa spettacolo, al sindacato spettacolo, alla finanza spettacolo, costituisce uno dei maggiori problemi del nostro tempo. Molti ne parlano, pochi lo studiano, il fenomeno scatena sindromi anche nella nuova aristocrazia, quella costituita da coloro che per censo, risorse economiche, cooptazione, diritto o altro hanno accesso e anche peso nel sistema della comunicazione. Anche noi, promotori di questa iniziativa, e molti fra i firmatari, facciamo parte di questa aristocrazia. La sindrome più preoccupante è quella di una nuova tossicodipendenza, la ‘piombo dipendenza’, della dipendenza cioè dal numero di millimetri di colonna che si riesce a occupare quotidianamente. Una sindrome pericolosa, che dà assuefazione ed è sempre più richiedente. Si arriva al punto che ormai i giornali si scorrono soltanto per vedere chi è citato di più o di meno. Siamo, noi membri dell’aristocrazia nella nuova società della comunicazione, diventati operai di una enorme, grottesca, chapliniana fabbrica di eco della stampa?  Mentre la gran parte della gente osserva passivamente, ogni tanto telefona qualche suo guaio personale alla tv ed è protagonista per una settimana nel caseggiato. Poi tutto torna come prima. Un po’ di silenzio dice Fellini. È un invito saggio su cui riflettere” (Una Magnifica Avventura, Una centralina di relazioni al servizio della società civile – Editori Associati, febbraio 1990).

Un passo indietro… Proprio mentre iniziava la mia avventura con il digitale, mi venne a trovare un giovane assai intelligente e perspicace con una proposta di aiutarlo a dar vita ad una “radio privata che si occupasse di economia”. Era il periodo di diffusione delle prime radio private, Milano era la capitale dell’economia e dei mercati finanziari e l’idea non era completamente folle. Discutemmo a lungo e cercammo altri partner ma senza successo. Quel giovane si chiamava Michele Mezza, si fermò da noi un paio di anni a fare tutte le mattine la rassegna stampa e poi finì in Rai, fece carriera etc… molta acqua sotto i ponti.

Arriviamo così a DigiDig: chi dà vita al progetto? In quale contesto e in quali circostanze nasce?

Nel gennaio del 2016 Michele, apprezzato e innovativo giornalista che aveva inventato, tra l’altro, Rai News 24, mi chiamò e mi chiese se ero interessato a creare con lui una ‘lobby’ per la tutela dei cittadini/utenti dalla dittatura degli algoritmi, in larga parte (ma non solo) impersonata da quelli che io avevo già cominciato a chiamare i digital robber barons del XXI secolo.

I robber barons della fine del XIX e primi del XX secolo erano i Rockefeller, i Vanderbilt, i Morgan: i grandi capitalisti che utilizzarono i primissimi relatori pubblici professionisti di New York (Edward Bernays, Ivy Lee…) come ‘domatori’ dei cosiddetti muckrakers (giornalisti investigativi di allora, letteralmente “cercatori di robaccia”) e di avvocati convincenti a Washington come ‘argomentatori’ per evitare leggi ostili ai loro interessi. Da qui l’integrazione, oggi più che mai totale, fra lobbismo e relazioni pubbliche.

Anche se non sapevo neppure il significato del termine ‘algoritmi’ la cosa mi intrigò assai. L’impresa era quella di: a) capire di cosa si stava parlando; b) rendersi conto che nessuno capiva di cosa si stava parlando; c) parlarne e scriverci; d) identificare gli interlocutori essenziali per la costituzione di una ‘comunità’, direbbe il già citato Jobs, di ‘evangelisti’ relativamente competenti capaci di attirare l’attenzione e poi la collaborazione di altri segmenti della classe dirigente, degli influenzatori etc. (la premessa per pensare di poter costituire una lobby); ed e) condividere una piattaforma di lavoro che definisse il terreno della decisione pubblica (geografica, ideologica, politica) che sarebbe stata oggetto dell’azione di convincimento. Nonché la identificazione degli alleati necessari per un minimo di risultato per molti mesi di lavoro anche intenso.

Fino all’improvviso rovesciamento del fronte, al punto che la nostra iniziativa da impossibile divenne, e non per merito nostro, di fatto esaurita almeno nella fase prima, quella di sensibilizzazione. Ma il libro di Michele, Algoritmi di Libertà (Mezza, 2018), rimane una grande risultato, e in qualche modo completa l’esperienza di DigiDig. (Il libro ha un taglio originale rispetto alla saggistica divulgativa sull’argomento: innanzitutto, come recita il risvolto, affronta il tema con un obiettivo affatto pragmatico, lo stesso che animava il gruppo DigiDig; non si scaglia contro l’uso dei nostri dati quanto contro l’omologazione del nostro pensiero, “non tanto il consumo, quanto proprio il cervello è la posta in gioco”; il tutto “senza ombre di nostalgia, anzi con un’esibita e provocatoria adesione alla civiltà della rete” – ndr).

Qual era il tuo specifico interesse professionale in DigiDig? In che senso si può parlare di relazione e di qualità della relazione nei confronti di un algoritmo?

A questo tema è dedicato un post sul blog di DigiDig: Algoritmo e spazio pubblico: un altro soggetto con il quale governare le relazioni?

“Puntuale arriva la domanda: ma cosa mettereste nella vostra piattaforma negoziale? A monte vogliamo metterci anche chiarezza, trasparenza e monitoraggio della qualità della relazione fra i diversi ‘soggetti’ del digitale.

Poiché da mezzo secolo mi occupo professionalmente, culturalmente e didatticamente di relazioni (pubbliche, ma non nel senso contrario di private, ma di “con i pubblici”) vorrei esplorare su questo tema una traccia di ipotesi operativa.

Ciascuno di noi: Persona, Organizzazione e, aggiungo ora, Algoritmo, sviluppa abitualmente relazioni con altri soggetti: Persone, Organizzazioni, Algoritmi.

Se la qualità di questa relazione è valutata efficace dai soggetti che la compongono, gli obiettivi condivisi e perseguiti sono raggiunti con risultati maggiori in tempi minori. È un assioma condiviso da studiosi di molte discipline (psicologia, sociologia, management, comunicazione…).

Già, ma come faccio a sapere se la qualità della relazione è efficace? Secondo una scuola di pensiero consolidata e sviluppatasi negli ultimi trent’anni con una forte accelerazione negli ultimi 15 (effetto del digitale), alla quale penso di avere anche dato qualche contributo sia di riflessione che di attuazione, la qualità di una relazione dipende sì da tanti fattori ‘situazionali’, ma si può valutare raccogliendo il reciproco giudizio dei diversi soggetti della relazione che si vuole valutare su quattro indicatori fondamentali.

I quattro indicatori sono la fiducia nella relazione, l’impegno nella relazione, la soddisfazione nella relazione e l’equilibrio di potere nella relazione.

Non entro ora nello specifico di ciascun indicatore, mi limito a dire che l’analisi prevede che i soggetti si esprimano reciprocamente per andare a disegnare zone di equilibrio e di squilibrio nella relazione, offrendo così la possibilità ai soggetti intenzionati a migliorare la relazione in un determinato periodo di tempo, di progettare cambiamenti.

L’applicazione di questo schema è frequente e non ha prodotto particolari problemi. Ma ovviamente le complessità non mancano. Per esempio, l’analisi funziona quando la qualità della relazione viene valutata fra persone oppure fra organizzazioni e, verosimilmente, anche fra algoritmi. Invece, la relazione fra persone e organizzazioni e viceversa è leggermente più complicata perché l’organizzazione in sé, a differenza della persona, non ha una identità esplicita e così precisa… Devo immaginare che almeno altrettanto complicato sia valutare la qualità della relazione fra diversi algoritmi, fra algoritmi e persone e fra algoritmi e organizzazioni. Eppure penso che la cosa sia possibile” (Muzi Falconi, 25/11/2016).

Cosa succede a DigiDig nel giro di pochi ma intensi mesi di attività?

I promotori più attivi di DigiDig (oltre a Michele e me, Biagio Carrano, Giampaolo Azzoni, Roberto Zangrandi, Alessandro Sattanino, Adriana Ripandelli, Italo Vignoli) si trasferiscono subito su Telegram e per molti mesi si scambiano migliaia e migliaia di link, messaggi, discussioni, insulti con l’impegno che soltanto le cose più utili siano trasferite sul sito. Intanto ci sono visioni ovviamente diverse della questione, e man mano che il tema comincia a diventare di dominio pubblico le distanze tendono ad accentuarsi. Fin quando nessuno ci dava retta lasciavamo ‘passare’ tutto e il suo contrario. Quando invece si imponeva che i partecipanti prendessero posizioni in merito alle tematiche ormai pubbliche le divisioni si accentuavano. Non si trattava soltanto di posizioni ‘politiche’ diverse, ma anche ‘culturali’ e di diversi livelli di analfabetismo tecnologico. Poi siamo tutti molto presi da altri impegni di lavoro, di volontariato, di militanza e le nostre irritazioni reciproche (pur sempre con il massimo affetto e rispetto… siamo persone educate e di mondo) tendono ad affievolire la relazione. Abbiamo, insomma, sentito fra di noi le prime avvisaglie dell’incattivirsi della rete e, non avendo molte opportunità di vederci a tu per tu, abbiamo preferito, più o meno consapevolmente, diradare, scivolare e lasciar perdere. Il risultato è che continuiamo a volerci bene, a stimarci, a leggerci e a sperare che la subitanea notorietà dei nostri temi possano servire a qualcosa.

Cosa fare ora, dopo DigiDig? Come da te suggerito, chiuderei – ringraziandoti – con parole recenti di Michele Mezza…

“Più che chiedersi come ribellarsi bisogna interrogarsi su chi possa ribellarsi e negoziare. Nel mio libro faccio un ragionamento semplice. Nell’economia digitale non funziona il vecchio paradigma che vede i soggetti sociali identificati per l’unità di produzione o di servizio, ad esempio gli utenti di Facebook come gli operai della Ford. Funziona invece una contrapposizione di interessi fra soggetti che hanno possibilità concrete di interdire e danneggiare il proprio interlocutore, altrimenti nessuno si siede ad un tavolo di negoziato. Fra questi soggetti io penso ad esempio alle città, come community che abilitano, e dunque possono anche sminuire, il ruolo delle piattaforme e degli algoritmi, adottandoli per i propri servizi. Già in questa direzione si stanno muovendo i primi passi con negoziati a Milano con AirB&B sulla gestione degli algoritmi di allocazione dei turisti, oppure a Bologna con i rider e la gestione degli algoritmi di saturazione dei tempi di consegna. Altri soggetti negoziali sono le università, che producono, testano e collaudano gli algoritmi, oppure le categorie professionali, come i giornalisti o i medici, che si trovano nel pieno di un processo di automatizzazione delle proprie funzioni”.

“Io penso che la battaglia sia aperta, come lo è sempre stato al nascere di una nuova tecnologia, pensiamo al trauma del fuoco, o del bronzo, o ancora della staffa, o della stampa o infine dell’elettricità e del telefono. Sempre si è trattato di un nuovo inizio, in cui il sistema tecnologico sembrava prendere il sopravvento. Ricordiamo tutta la storia dei persuasori occulti con la pubblicità televisiva? Oggi si tratta poco più di un ricordo naïf di un mondo lontano” (Mezza, 20/06/ 2018).

 


 

TONI MUZI FALCONI. Esperto di relazioni pubbliche, ha maturato esperienze lavorative presso Stanic Industria Petrolifera, 3M Italia, l’Espresso, Fabbri Editori. Ha creato e fondato MF Communications (1974/76), SCR Associati, poi Shandwick (1976-1994), On/Off soluzioni interattive (94-96), Methodos (1996/oggi). È stato presidente di Idom (Impresa Domani) e dell’IPR (Istituto per le Relazioni Pubbliche), vice presidente e presidente della Ferpi (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana), unico membro non parlamentare del Comitato per la Comunicazione della Camera dei Deputati nel 1998-99 e Segretario Generale del Comitato 9 Giugno (per la Riforma Elettorale) nel 1992-93. Consulente Scientifico nel 2000-2001 del Progetto Finalizzato “Comunicazione Integrata per la Riforma” avviato dal Ministero della Funzione Pubblica e coordinatore nel 1999 della Conferenza Nazionale sull’Adeguamento Informatico all’anno 2000, promossa dal Governo. Presidente fondatore della Global Alliance for Public Relations and Communication Management. Oggi è docente di global relations e di public affairs all’executive Master in Public Relations and Corporate Communication della NYU (New York), di public affairs alla scuola di governo della Luiss, di relazioni pubbliche alla LUMSA.

(Fonte del profilo: www.methodos.com)

tonimuzi@gmail.com

 


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