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Making of Love: un racconto corale

Intervista a Lucio Basadonne a cura di Daniele Orzati con la collaborazione di Antonia Arcuri, Alessia Brunello e Chiara di Coscio

ABSTRACT: Ripensare la narrazione del sesso per introdurre l’educazione al piacere nelle scuole: il progetto Making of love (www.makingoflove.it) nasce dalla collaborazione fra Lucio Basadonne e Anna Pollio, registi di Unlearning e Figli della libertà, e Paolo Mottana, Professore di filosofia dell’educazione e di ermeneutica della formazione e pratiche immaginali all’Università di Milano. La scelta di chiamare otto ragazzi in produzione è arrivata dopo un anno di lavorazione quando era chiaro che c’era bisogno del loro punto di vista: “Gli adolescenti sono stati messi fuori campo. Ma loro vogliono essere nel mondo. E noi ne abbiamo un bisogno pazzo”, spiega Basadonne. L’impresa di Making of Love ha coinvolto anche esperti della sessualità, mentori davvero speciali che accompagnino i ragazzi in questa intensa avventura.

KEYWORDS: making love, documentario, educazione sessuale, piacere, adolescenti


 

Il punto da cui partire per entrare nel mood del progetto è il Manifesto che hanno scritto i ragazzi e che contiene 8 punti esplicativi riguardo la direzione in cui si muoverà il progetto/film:

 

MANIFESTO 

Abbiamo intrapreso un viaggio che ci cambierà per sempre. Non saremo lontani dalle nostre case, dalle nostre famiglie o dalle nostre idee, ma forse sarà il più difficile e imprevedibile perché ci costringerà a esplorare il nostro lato più intimo e fragile, quello di cui forse non avremmo mai avuto il coraggio di parlare con nessuno. E perché? Perché è così complicato mettersi a nudo?

Per questo, prima di girare il nostro film, abbiamo deciso di scrivere un manifesto.

 

Creeremo un immaginario per i ragazzi diverso da quello del porno, perché è lì che oggi si impara a fare l’amore. Educare al piacere non significa trasformare gli adolescenti in un branco di pervertiti, ma a coltivare in loro la consapevolezza del proprio corpo e delle proprie emozioni in modo da essere pronti ad accettare o rifiutare un rapporto quando se ne presenta l’occasione.

 

Mostreremo i vari modi di vivere la sessualità senza discriminazioni di genere e gusto. Si può scoprire il proprio piacere attraverso pratiche che non tutti si sentono di condividere ma non per questo devono essere categorizzate come “sbagliate” o “sporche”. La scoperta del proprio corpo e del proprio piacere è sacra e dovrebbe essere incoraggiata, non ostacolata.


Guarderemo negli occhi i tabù. Per aiutare a superare i complessi, le paure, le ferite che troppo spesso gli adolescenti subiscono nel venire a contatto con la sessualità, perché possano finalmente accedervi con entusiasmo e curiosità. Conoscere e rispettare il proprio corpo è imprescindibile per avere accesso ad una conoscenza più ampia, di noi stessi e degli altri. 

Mostreremo corpi veri, rigettando i canoni di bellezza contemporanea. Riteniamo che la bellezza non sia metro di giudizio ma un qualcosa di unico che ogni individuo possiede. 

 

Racconteremo le imperfezioni. Fermarsi per andare a bere o in bagno, l’imbarazzo, le risate: tutto quello che può farci sentire strani o sbagliati durante il sesso ma che sono parte della normalità.


Contamineremo il linguaggio moderno usando l’arte erotica (poesia, pittura, scultura, cinema) che da sempre esiste e di cui raramente si parla a scuola. Per parlare di cultura della sessualità: l’arte di amare, le sue tecniche, la cosmesi, la cura di sé, la danza, il massaggio, i profumi, l’abbigliamento, l’affinamento di tutti i sensi. 


Mostreremo l’importanza della comunicazione. Che avvenga tra le lenzuola o meno, è fondamentale per capirsi e conoscersi. Chiedere per ricevere piacere, coi dovuti modi e con il consenso del (o dei) partner, non va stigmatizzato come gesto egoista in quanto è parte del “diritto al piacere” che appartiene a ognuno di noi ed è alla base di una sana relazione sessuale.

 

Gireremo un film che inviti ad una condivisione aperta e al dialogo. Per imparare a parlare di sesso, perché il rispetto e la scoperta dell’altro sono pilastri della vita e la narrazione di sé senza sessualità è un discorso incompleto. 

 

Firmato: Clode – Enri – Feel – Isa – Lorenzo – Matilde – Matteo – Pip


 Daniele Orzati: Come è nata questa idea?

Lucio Basadonne: Parte dall’incontro di 3 differenti generazioni. Inizialmente Paolo Mottana, professore della Bicocca di Milano, ci ha chiesto di fare un film per portare l’educazione al piacere nelle scuole italiane; quindi non educazione sessuale – che quando si nomina, in Italia, fa subito pensare a come si mette un preservativo, alle malattie sessualmente trasmissibili, a come sono fatti pene e vagina, se sei fortunato… E invece tutto il resto che esiste, quindi, i mille modi che esistono per provare piacere, perché esistono tante cose legate al piacere sessuale, legate ad altri sensi, al coltivare le arti, all’olfatto, alla vista, a tutto quello che ruota intorno alla sensazione del piacere, da raccontare ai ragazzi perché ogni tipo di cambiamento o rivoluzione non può esserci se il corpo stesso non è coinvolto – cosa che spesso nell’educazione, qua da noi, non esiste: il corpo resta seduto, mentre la testa ingrossa.

La sua base, quindi, è la visione sex positive legata alla storia dell’arte, perché l’erotismo è sempre esistito nell’arte, ma a scuola non se ne parla, non vengono lette poesie o ammirate opere erotiche. A questo si aggiunge una visione edonistica del piacere da trasmettere ai ragazzi come contro-cultura, una contro-educazione – conta che Paolo si definisce un ex sessantottino ancora convinto, quindi molto legato a quel tipo di cultura. Noi abbiamo iniziato a lavorarci, a dividere quelli che erano i vari temi, partendo dalla masturbazione, passando per l’orgia, passando per il sadomasochismo, tutto quello che è rappresentazione del piacere che generalmente non è argomento trattato nella scuola.

Ci siamo abbastanza impantanati con lui, nel senso che avevamo delle idee, ma non eravamo convinti al 100%; seconda cosa che ci è piaciuta come registi – noi più che altro facciamo documentari sociali – è la bellezza di raccontare qualcosa di così profondo e nascosto come può essere la tua sessualità, perché il racconto di nessuna persona si può ritenere completo se non include anche l’aspetto sessuale.

Quindi mossi da questa cosa abbiamo deciso, insieme a Michele Vaccari a cui dobbiamo il naming, di assegnare e giocare con queste formule del Making Love e del Making of.

L’idea è stata nostra, mia e di Anna, e da lì abbiamo cominciato a pensare cosa succederà: noi facciamo questo film da portare nelle scuole, poi però dovrà farsi il visto censura perché ci sarà chi dirà che “questo non si può fare”, “dovete togliere questo pene in erezione”, etc…; quindi noi vorremmo raccontare tutto quello che si può, poi la censura lo blocca e, nonostante questo, arriverà nelle scuole dove incontrerà il disappunto dei genitori che non vorranno, ma la surrealtà di tutto questo è che l’80% dei ragazzini di 12-13 anni guardano porno tutti i giorni sul loro telefonino.

Quindi se io voglio legare ad un immaginario e creare qualcosa non posso perché ho diecimila restrizioni, quando in realtà ognuno accede ad immaginari completamente distorti della sessualità – a parte il piacevole porno amatoriale, infatti, la maggior parte della visione è completamente distorta, quindi peni giganti, seni in silicone e via dicendo…

 

D.O.: Partiamo allora da qui, dall’ipocrisia …

L.B.: È un dato di fatto, tutti lo vogliono nascondere, ma è così, come confermano le tante interviste che abbiamo fatto ai ragazzi e da qui è partita l’idea.

Quindi abbiamo deciso di raccontare l’avventura di Paolo che insieme ad altri tecnici hanno girato il film, quindi che cosa significa girare delle scene erotiche in Italia, fare i provini, portare l’erotismo nelle scuole…

Per iniziare a capire se questo lavoro potesse funzionare o meno, abbiamo intervistato molti ragazzi – siamo andati a molti festival musicali – chiedendogli che cos’è per loro il piacere, se gli piace toccarsi o toccare gli altri. Una cosa che mi ha molto sorpreso è il fatto che molti ci ringraziavano dicendo che non gli era mai stata posta una domanda simile.

Era Paolo Mottana a condurre le interviste di ricerca che poi diventavano materiale narrativo per noi; il fatto di fare questo doppio lavoro, il film nelle scuole e il meta-racconto di tutto questo, ci permetteva in qualche modo, tornando sul discorso dell’ipocrisia, di eluderla perché i ragazzi gireranno le scene senza censura e senza ipocrisia e, nel caso in cui alcune scene dovessero venire considerate non idonee a tutti, rimarrebbe a disposizione il racconto del making of, quindi di tutto quello che ci sta dietro.

Un lavoro di meta-narrazione che si compone di due contenitori: uno girato/fatto per i ragazzi nelle scuole e l’altro per raccontare il sesso in Italia oggi. In che modo? Che cosa succede quando lo racconti? Di solito tutta la trama di un documentario la ricuci attraverso le interviste o tramiti pezzi filmati per caso, invece noi siamo partiti proprio con l’idea di filmare e raccontare questo; quindi anche quando abbiamo scelto i ragazzi per scrivere il film, abbiamo chiesto loro di mandarci dei video realizzati con il cellulare per raccontare una lezione di educazione sessuale a piacere nel loro mondo ideale.

Abbiamo ricevuto 150 video dai contenuti più disparati, girati nelle maniere più particolari, di cui poi sono stati selezionati gli 8 migliori, ma nel complesso ci hanno permesso di avere due ore di materiale incredibile da mettere nel making of, tra verticale, orizzontale, squadrettato, super curato. L’idea del film dei ragazzi essendo legato ad un discorso estetico del piacere, immagino che sarà una cosa molto figa, un fluido erotico a livello di concetto.

Allo stesso modo il making of è frammentario, se conosci i miei film prende un po’ di la e un po’ di qua, per arrivare a questo fluido vanno combinati tutti gli scatti per ricostruirli attraverso un altro linguaggio. L’idea di girare il documentario in una doppia versione, come si faceva con i porno, è molto divertente perché sdogana anche il nome di documentario sociale, che è già noioso solo a dirlo.

 

D.O.: E come hai affrontato la difficoltà di scegliere una storyline per tutti questi racconti?

L.B.: Inizialmente la storyline era di Paolo, questo professore che voleva rivoluzionare l’educazione, poi è diventata del gruppo di lavoro, quindi il gruppo che lavorava insieme a Paolo, poi è diventata la storia del processo.

Al momento, a livello di scrittura, noi stiamo facendo una cosa: io e Anna, marito e moglie, registi, produttori e responsabili legali di tutto, stiamo tenendo due diari in cui teniamo traccia delle emozioni, quindi una maschile e una femminile, che ci provoca lavorare a questa materia.

Io non so che cosa stia scrivendo lei e lei non sa che cosa sto scrivendo io e l’idea principale che ci aiuta a mantenere la rotta raccogliendo materiale è che lo sceneggiatore riceverà poi i nostri diari che verranno utilizzati per montare un voice over che racconta la nostra idea di registi che si scontrano con il corpo. Questa al momento è un’idea che ci guida, ma poi può essere che un ragazzo abbia una storia tanto figa da essere lui a raccontarla, non posso ancora saperlo: il documentario ha questa caratteristica, è flessibile. Io credo che, come documentarista, bisogna creare delle comfort zone, zone di sicurezza, entro cui far accadere delle cose, il set, la scuola, il gruppo di lavoro, per poi filmarle.

Questo è il nostro modo di lavorare, un modo piuttosto classico per i documentari in genere.

 

D.O.: Ci spieghi il tuo approccio no-fiction storytelling? Quanto è importante la scrittura e quanto sono importanti le intuizioni o gli aspetti che emergono durante la lavorazione?

L.B.: Noi, quando giriamo, abbiamo dei punti precisi che il nostro lavoro deve toccare, come il tone of voice, la censura, il rapporto con il corpo, il consenso, vari punti che abbiamo desunto debbano fare parte del film e ogni volta che succede lo spuntiamo con delle x, quindi più o meno capiamo il bilanciamento delle storie e poi lavoriamo sul classico tipo di narrazione al fine di creare sicurezza per chi guarda e mantenere un filo conduttore tra una scena e l’altra, aggiungendo sempre un piccolo elemento di novità.

Generalmente il film lo costruiamo durante il montaggio, non abbiamo un quintale di materiale, dei mood, dei momenti, tra cui scegliere poi in fase di montaggio, una scrittura a priori sarebbe troppo vincolante, ci sentiremmo obbligati a far accadere delle cose, ci sarebbe questo rischio.

 

D.O.: Quindi, per riassumere il vostro modus operandi: settate degli elementi, come il tono di voce, e dei temi che devono essere toccati e smarcati; poi cominciate a girare o a raccogliere il girato e capite quanto questo sia coerente, ma la vera applicazione di no-fiction storytelling la applicate in fondo, in fase di montaggio.

L.B.: Si, esatto. A volte si possono anche aggiungere dei micro-raccordi “finti” per mettere in piedi la storia. E questo potrà accadere anche per questo documentario.

Il documentarista classico non ama i nostri lavori, perché molto montati, molto manipolati, qualcuno li definisce docureality, ma a me non interessa perché questo è il nostro linguaggio e ci divertiamo a maneggiarlo, quindi, perché no? Mi piace manipolare e non me ne vergogno.

 

D.O.: Quali sono, nel vostro lavoro, gli elementi percepiti/espressi come fondanti il racconto del sesso oggi?

L.B.: Ci siamo accorti che ben tre generazioni sono coinvolte all’interno del documentario. Inizialmente c’era Paolo Mottana, quindi colui che arrivava dalla prima rivoluzione sessuale, il ’68, la fine delle relazioni monogame ecc.; poi c’è una seconda rivoluzione sessuale, che è silenziosa e nascosta, che è quella della normalizzazione, della pornografia, della pubblicità, dove tutto quello che di figo c’era nel ’68, tutto quello che è uscito da questo tipo di immaginario, è stato normalizzato e messo sotto, diventato terso anche la sua sacralità; la terza rivoluzione sessuale, è quella che usiamo come headline, ovvero quella di riappropriarsi della sessualità anche nel suo aspetto più sacro, più nascosto.

Come farlo? Principalmente con il ritorno all’arte, con l’osservazione dei sensi, la cura di sé, di tutto quello che è oltre l’atto sessuale in sé, la manipolazione dei genitali.

Per esempio i ragazzi hanno fatto un laboratorio di sessualità sacra dove si è lavorato moltissimo sui tempi, mentre di solito i laboratori erano tutti super veloci, in stile Instagram, invece in questo laboratorio l’hanno fatto mangiando una fragola, che so, in due ore e quaranta minuti.

Oppure, sempre in questo laboratorio, ognuno ha portato un oggetto che rappresentasse il sacro nella sessualità per sé, e qualcuno ha portato Il Piacere di Gabriele D’Annunzio, altri le chiavi di casa che rappresentano il proprio nido, eccetera… insomma ognuno ha cominciato a ragionare su cosa c’è di sacro nella sessualità e nessuno di loro ci aveva mai pensato. Si sono spalancati dei mondi, sicuramente, una chiave nuova, che va oltre l’aspetto medico.

Un altro esempio ha a che vedere con la sessualità non binary, ormai parte della cultura del sesso delle nuove generazioni: Elvin è un cuoco trans F to M, quindi da femmina a maschio, e lui ha fatto una lunga parte parlando di quanto il ruolo della diversità sia stato smitizzato e messo da parte; nel senso, le figure transessuali per la cultura indiana erano una volta e lo sono ancora figure chiave, figure sacre, tutto quello che era legato all’eccezionalità era considerato sacro e aveva un valore.

 

 

 

Nota della Direzione: date l’eccezionalità della testimonianza e la modalità di raccolta, così come descritte nell’introduzione all’intervista, si segnala che il testo non è stato sottoposto alle procedure di revisione a doppio cieco. La Direzione si assume pertanto, come da Regolamento per la classificazione delle riviste nelle aree non bibliometriche dell’ANVUR, la responsabilità della pubblicazione.

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