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Working self: Oriente e Occidente alla prova della narratività

DI VALENTINA CONTI

ABSTRACT
La cultura determina il grado delle emozioni e queste ultime segnano i confini della memoria autobiografica attraverso life narratives, memorie autobiografiche, testi romanzeschi, aneddoti e gossip, ma con marcate differenze tra le culture orientali (olistiche) e quelle occidentali (analitiche). Recenti studi dimostrano che il differente grado di enfasi culturale verso distinti self-goals si manifesta nelle società occidentali e orientali in modi diversi, rispettivamente in modo egocentrico nelle prime e sociocentrico nelle seconde, dando luogo a narratives che in un caso mettono al centro un individuo autonomo, nell’altro pongono l’accento sulle interazioni sociali e le regole che normano la convivenza. A propria volta, la diversa accessibilità dei primi ricordi di vita e la differenza tra occidentali e orientali hanno una retro-azione darwiniana sullo sviluppo neuro-fisiologico dell’uomo e determinano altresì un format narrativo opposto. Per questo stesso motivo Oriente e Occidente rispondono alla sbornia cattivista comunicativa contemporanea in modi totalmente diversi.

Keywords: Life Narratives; Narratologia; Interculturalismo; Oriente e Occidente; Sé indipendente; Sé interdipendente.


La ricetta segreta del Self

Come ci hanno insegnato gli psicologi sociali, il Self si costruisce attraverso lente e incessanti sedimentazioni in un contesto familiare in cui vengono di continuo scambiate informazioni seguite da commenti, riflessioni, ricordi (Wang, 2013, p. 63). Una banda larga quasi invisibile, ma che ogni giorno è attraversata da massicce quantità di byte. Ogni volta che vive una situazione specifica in un luogo e in un momento particolari, il Self diventa operativo (working self, lo chiama lo psicologo Martin A. Conway), nel senso che deve gerarchizzare degli obiettivi (goals) sulla base di motivazioni che possono risultare più o meno importanti a seconda della situazione. La macchina dell’individuo si è messa in moto e già si trova costretta a cambiare in corso d’opera, a svalutare alcuni obiettivi e a preferirne altri, o addirittura a modificare i propri ricordi, dal momento che i self-goals influenzano il contenuto e l’accessibilità dei ricordi autobiografici: un obiettivo da raggiungere inibisce il ricordo di ciò che potrebbe allontanare, oscurare o rallentare il raggiungimento di quello stesso obiettivo (Conway, 2005; Conway, Pleydell-Pearce, 2000, pp. 265 ss.).

Ora, ogni plesso culturale tende a mettere in luce solo alcuni bisogni e a promuovere soltanto specifici self-goals. Prendiamo gli euro-nordamericani. Essi mostrano maggiori benefici psicologici e migliori prestazioni cognitive quando hanno piena libertà di prendere una decisione, soddisfacendo il loro leggendario bisogno di autonomia (autonomy). Inoltre, essendo individualiste, le società occidentali approvano il perseguimento e il mantenimento di uno stato affettivo positivo verso il , al punto che gli obiettivi individuali sono rivolti all’auto-valorizzazione (self-enhancement) e che gli euro-nordamericani lavorano con più impegno a un compito dopo aver ricevuto un feedback positivo, perché ciò viene percepito come un’opportunità di identificarsi positivamente. Prendiamo adesso gli asiatici. Essi mostrano maggiore benessere quando altre persone significative (ad es. genitori o coetanei) decidono al loro posto, realizzando in questo modo il loro incessante bisogno di relazionalità (relatedness); essendo collettiviste, queste società sottolineano positivamente il cambiamento reale e il miglioramento del , al punto che, da un lato, gli individui sono maggiormente propensi al raggiungimento di obiettivi in grado di favorire l’auto-miglioramento (self-improvement), dall’altro sono propensi a ricordare eventi negativi, da cui tuttavia si trarrà un’opportunità di miglioramento (Ng, Pomerantz, Lam, 2007, pp. 1239 ss.).

Il differente grado di enfasi culturale verso distinti self-goals si manifesta nelle società occidentali e orientali in una molteplicità di contesti quotidiani, rispettivamente in modo egocentrico nelle prime e sociocentrico nelle seconde, dando luogo a narratives che in un caso mettono al centro un individuo autonomo e distinto, sia pure nello status infantile, nell’altro pongono l’accento sulle interazioni sociali e le regole che normano la convivenza. Basta una rapida ricerca sull’editoria dedicata alla prima infanzia ‒ i cosiddetti boardbooks, libri cartonati con poche parole e molte figure, legate da un micro-script breve e semplice ‒ per accorgersi di una diversità totale: i libri editi negli Stati Uniti incoraggiano i bambini a pensare positivamente a se stessi e farsi carico, coltivando delle loro caratteristiche personali uniche, come si vede dalle immagini accompagnate da frasi del tipo ‘io mi piaccio’, ‘sono bello’, ‘sono bravo’, ‘sono allegro’; al contrario, i libri per bambini editi in Cina richiamano l’attenzione sulle relazioni familiari e su condotte comportamentali adeguate, tanto che un testo cinese recita: ‘L’orso Mimi sta andando al parco con il nonno. L’orso Mimi aspetta con il nonno via libera per attraversare l’incrocio. L’orso Mimi aiuta il nonno ad attraversare la strada. Al parco, l’orso Mimi salva una farfalla che stava per annegare’ ecc. (Wang, 2013, pp. 67 ss.)
Mano a mano che trascorrono gli anni, il passato di questi bambini subirà, negli adulti che ormai avranno preso il loro posto, un processo di trasformazione inversa se osservato a Occidente o a Oriente. Gli adulti euro-nordamericani tenderanno a edulcorare tutto ciò che hanno fatto e a finzionalizzare in modo migliorativo episodi non del tutto soddisfacenti dell’infanzia, in linea con gli obiettivi di autovalorizzazione (self-enhancement); gli orientali ricorderanno gli eventi meno soddisfacenti e tenderanno a credere di aver agito in modo peggiore rispetto alle loro effettive azioni, proprio in quanto queste ultime sono particolarmente preziose – in accordo con gli obiettivi di auto-miglioramento (self-improvement) – per governare situazioni attuali e future. Così, se è vero che il modo in cui ricordiamo gli eventi condiziona in modo evidente il modo di narrarli, in Occidente e in Oriente la ricostruzione del passato e la visione del futuro sono condizionate dalle credenze e dai self-goals considerati prioritari in una determinata cultura. Eufemizzare il passato libera energie per il futuro, a Ovest; focalizzarsi su un miglioramento futuro sulla base delle esperienze vissute obbliga a radicarsi nel passato e a farne una specie di grande Codice, a Est (Oishi et al., 2007, pp. 897 ss.).

Ricordi, amnesie, accessibilità narrativa al Self

Più si scava nei segreti delle life narratives e del Self, più le differenze tra i due modelli narrativi si acuiscono. Non si tratta solo di valorizzare il passato per alcuni, e il futuro per altri, ma è la gittata temporale stessa della vita a risentirne, poiché la nostra memoria dei primi anni di vita non è uguale. Se si analizza ad esempio il cosiddetto fenomeno dell’amnesia infantile, e cioè la difficoltà a trattenere ricordi della nostra vita al di sotto dei 3 anni, facciamo una scoperta straordinaria. In Occidente l’accessibilità al ricordo di eventi specifici della primissima infanzia è molto migliore rispetto agli asiatici, per i quali l’amnesia è spesso quasi totale. Dagli USA al Giappone, dalla Cina al Canada numerosi test hanno dimostrato che rispetto agli asiatici gli occidentali richiamano (i) un maggior numero di ricordi di eventi vissuti durante il periodo dell’amnesia infantile; (ii) ricordi più elaborati, coerenti e dettagliati; (iii) un maggior numero di ricordi specifici, cioè relativi ad un luogo e tempo determinati (Wang, Conway, 2004, p. 911; Peterson, Wang, Hou, 2009, p. 509). Perché?
L’ipotesi più probabile è che il range dell’amnesia infantile e l’accessibilità ai ricordi della primissima infanzia dipendano dal costituirsi del Sé autobiografico, e in particolare da due fattori intrapersonali come la propriocezione e la comprensione delle emozioni (emotional knowledge), e da un fattore interpersonale come il reminiscing genitori-figli. La comprensione delle emozioni si riferisce alla registrazione e comprensione degli accadimenti sulla base delle emozioni ad essi legati, come ad esempio la previsione che le vacanze e le feste di compleanno susciteranno generalmente felicità e gioia, mentre la separazione o la perdita di una persona cara genereranno il più delle volte tristezza e dolore. Si tratta di ciò che gli psicologi chiamano hot cognition: leggere la realtà apponendo una sorta di flag emotivo a ciascun evento e situazione. Ebbene, se la hot cognition è culturalmente determinata in quanto da bambini apprendiamo a elaborare una teoria delle emozioni partecipando alle pratiche socio-culturali quotidiane, è del tutto evidente che si debbano riscontrare delle profonde differenze nel mondo. Nelle società occidentali, in cui individualismo e autonomia sono ampiamente enfatizzati, l’emozione è considerata una diretta espressione del e dell’affermazione dell’unicità individuale, per cui a partire dalla prima infanzia i genitori incoraggiano i figli a esprimere i propri sentimenti, discutono delle emozioni, registrano i cambiamenti emotivi dei bambini in relazione a fatti già occorsi in precedenza: così il bambino euro-nordamericano metterà in memoria più emozioni, le emozioni agiranno come un recall sulle situazioni vissute, i ricordi della primissima infanzia risorgeranno con una sistematica, benché involontaria spontaneità, in un modo di cui la celebre madeleine proustiana potrebbe forse essere un leggendario esempio (Wang, 2013, pp. 15-26).

Al contrario, nelle culture dell’Asia orientale che privilegiano il diffondersi di un’armonia sociale e degli interessi della collettività, il manifestare emozioni è spesso visto come inutile o addirittura pernicioso per le relazioni in corso, e di conseguenza deve essere rigorosamente governato: i genitori asiatici non sono tanto preoccupati di capire le emozioni dei bambini, ma di aiutarli nell’apprendere le norme comportamentali socialmente condivisibili. In questa sfera pubblica non c’è posto per le idiosincrasie dell’emotività: i valori decisivi sono denotativi, non connotativi; le motivazioni ad agire non sono legate all’emozione individuale, ma al raggiungimento di obiettivi condivisi dalla collettività e dal gruppo sociale di appartenenza. Infatti, le conversazioni familiari circa le emozioni in Cina spesso si concentrano sull’“insegnare al bambino una lezione” e aiutarlo a sviluppare un comportamento corretto attraverso l’accettazione delle norme sociali, senza alcun riferimento agli stati emotivi dei bambini (Wang, Conway, 2004, pp. 911 ss.). La cultura determina il grado delle emozioni e queste segnano i confini della memoria autobiografica: come potrebbero non esserne condizionate le life narratives, le memorie autobiografiche, i testi romanzeschi e persino il racconto di un aneddoto, la brevitas di un gossip?

Il problema della diversa accessibilità dei primissimi ricordi e la differenza tra occidentali e orientali è anche una straordinaria occasione per vedere quanto il contesto culturale riesca a condizionare darwinianamente lo sviluppo neuro-fisiologico dell’uomo. Di recente la neuroscienziata Katherine G. Akers e il suo team di ricerca hanno infatti scoperto che nel momento della neurogenesi, cioè durante il processo di formazione di nuove cellule neurali, si perdono alcune connessioni neurali e in particolare i ricordi (Akers et al., 2014, p. 600): si può ipotizzare che quando vogliamo immagazzinare nuove informazioni e necessitiamo di nuove connessioni, fondamentali per l’apprendimento, il cervello tende a dimenticarsi del passato in favore del futuro. Una delle ipotesi per spiegare l’amnesia infantile è che l’ippocampo, fondamentale per la memorizzazione, debba attraversare un periodo di maturazione prima di poter funzionare al meglio, e non c’è davvero fretta: l’esigenza della memoria aumenta con il crescere dell’età. Tutto questo fornisce una prova fondamentale dell’eventuale influenza culturale sull’anatomia cerebrale, in quanto se l’amnesia infantile è un fenomeno universale esistono tuttavia delle evidenti differenze culturali sia circa i tempi di durata di questo periodo (più brevi in Occidente, più lunghi in Oriente), sia sul ruolo delle emozioni, così essenziale per gli Occidentali e legato proprio al funzionamento dell’ippocampo (Wang, 2013, pp. 95-126).

Mondi semplici, mondi complessi: raccontare la realtà

Figura 1: Esempio di quesito utilizzato nello studio di Norenzayan, Smith, Kim e Nisbett (Nisbett, 2007, p. 135).

La semplicità preferita dagli occidentali e la complessità selezionata dagli orientali riguardano non solo il loro approccio alla causalità, ma anche i modi in cui la conoscenza è organizzata. Nello specifico, dai risultati delle ricerche condotte è emerso che il modo più naturale per organizzare il mondo per gli occidentali è farlo in termini di categorie e di regole che le definiscono, mentre gli orientali si basano più sulla somiglianza di famiglie di oggetti. Ad esempio, nel loro studio sulla percezione della similarità apparso nel 2002 nella rivista Cognitive Science, Ara Norenzayan, Edward E. Smith, Beom Jun Kim e Richard E. Nisbett hanno mostrato agli intervistati coreani, asiatici americani e americani di origine europea delle immagini schematiche come quelle riportate nella figura 1. Il compito dei partecipanti consisteva nel dire a quale gruppo l’oggetto target somigliasse di più: la maggior parte dei coreani (in media il 60% delle volte) ha ritenuto che l’oggetto target fosse più simile al gruppo a sinistra, mentre la maggior parte degli americani di origine europea (in media il 67% delle volte) al gruppo a destra. Ora, l’oggetto target possiede una somiglianza familiare più ovvia con il gruppo di sinistra, e dunque è facile capire perché i coreani abbiano pensato a tale collegamento, invece gli americani hanno applicato una regola costante che permette di connettere l’oggetto target al gruppo di destra in quanto ha lo stelo dritto (Norenzayan et al., 2002).

La propensione a organizzare il mondo in base a categorie o a relazioni sembra avere dei riscontri anche quando impariamo i verbi e i sostantivi di una lingua. A tale proposito va sottolineato come le “categorie” siano designate dai sostantivi, mentre le relazioni coinvolgono implicitamente o esplicitamente un verbo la cui comprensione implica la presenza di più oggetti e almeno un’azione, per cui sembra ovvio che un bambino apprenda più facilmente i sostantivi che non i verbi ‒ opinione sperimentalmente confermata in relazione all’Occidente dalla psicologa cognitivista Dedre Gentner (Gentner, 1981, p. 168) e altresì dalla psicologa dello sviluppo Twila Tardif e da altri ricercatori, i quali hanno però scoperto che i bambini asiatici imparano i verbi alla stessa velocità dei sostantivi (Tardif, 1996).

Non senza ragione le lingue ricalcano le differenze nel modo di concepire le “categorie”, ciò che ancora una volta mette in luce la diversità tra l’Oriente e l’Occidente. Ad esempio, in Il Tao e Aristotele. Perché asiatici e occidentali pensano in modo diverso, lo psicologo sociale Richard E. Nisbett ci mostra che (Nisbett, 2007, pp. 146 ss.):
(a) le frasi nominali sono più diffuse nei parlanti inglesi che in quelli cinesi;
(b) le lingue asiatiche sono contestuali, nel senso che i lessemi possono avere una molteplicità di significati riconoscibili solo in riferimento al contesto linguistico, mentre i lessemi inglesi sono semanticamente autonomi;
(c) le lingue occidentali determinano un’attenzione per gli oggetti focali opposti al contesto, e infatti l’inglese è una lingua subject-prominent in quanto impone la presenza di un soggetto anche in frasi impersonali quali ‘It is raining’, mentre il giapponese, il cinese e il coreano sono lingue topic-prominent in quanto all’inizio delle frasi appare in genere il tema del discorso (‘In questo posto, sciare è bello’);
(d) anche se non è obbligatorio da un punto di vista grammaticale, in giapponese all’inizio di una frase si precisano contesto e topic invece di esprimere immediatamente il soggetto, come accade in inglese.
(e) per gli occidentali è il Self che decide l’azione, mentre per gli orientali l’azione è qualcosa che viene attuato insieme agli altri o rappresenta la conseguenza del Self che opera in un campo di forze, tanto che questa diversità si riflette anche a livello linguistico: in giapponese e in cinese l’“io” è sempre in relazione a qualcuno, collega o familiare, per cui non si dice ‘Carlo’ bensì ‘Il marito di Anna’, non ‘Anna’ bensì ‘La moglie di Carlo’;
(f) la maggior parte delle lingue occidentali (a eccezione della spagnola) sono agentive, cioè precisano che è il ad agire (‘Egli lo fece cadere’), mentre le lingue orientali sono tendenzialmente non-agentive e passive invece che attive (‘Gli sfuggì dalle mani’ o ‘Cadde’).
Insomma, come sostiene Nisbett esistono molte prove del fatto che gli asiatici vedano il mondo in termini di relazioni, mentre gli occidentali sono inclini a vedere il mondo in termini di oggetti statici che possono essere raggruppati in categorie ‒ una diversità che si trasmette anche alle pratiche educative dei bambini, indotti alla decontestualizzazione e all’enfasi sull’oggetto in Occidente, all’integrazione e all’attenzione per le relazioni in Oriente.

Format narrativi: tra buonismo e cattivismo

Ma come rispondono Oriente e Occidente alla sbornia cattivista comunicativa contemporanea? In modi totalmente diversi. Basti pensare alle posizioni assunte da orientali e occidentali rispetto al silenzio e al dibattito. Ancora una volta le interazioni tra soggetti all’interno del micro-contesto familiare risultano particolarmente emblematiche per mostrare queste divergenze culturali. In The Autobiographical Self in Time and Culture (2013) la psicologa Qi Wang della Cornell University ci mostra che quando parlano ai loro figli di esperienze condivise in passato, i genitori euro-americani adottano un child-centered approach, in cui il bambino, al centro del dialogo, viene sollecitato a esprimere emozioni, interessi, opinioni e qualità personali. Detto altrimenti, nelle conversazioni tra genitori e figli il silenzio è inaccettabile: gli adulti esortano i piccoli interlocutori a “dire la loro”, a essere i protagonisti della storia, e ad avere un ruolo partecipativo nella discussione. Invece, gli asiatici orientali applicano un mother-centered (o socially-oriented) approach, dove il punto focale è la madre, che il più delle volte mette in risalto le relazioni interpersonali e le attività del “Noi” in quanto gruppo. Il bambino ascolta senza partecipare verbalmente alla conversazione, ossia viene “educato” a essere una parte integrante di un’unità sociale coordinata, in base a cui deve dosare il proprio comportamento e il modo di comunicare (Wang, 2013, pp. 8 ss.).

Prendiamo come esempio il contesto scolastico. In generale: gli occidentali attribuiscono un’accezione negativa al silenzio, dato che quest’ultimo spesso viene interpretato dagli insegnanti come un simbolo di ignoranza, incomprensione o apatia verso gli argomenti trattati da parte degli studenti, abituati a prendere la parola in classe individualmente e per propria scelta. Al contrario, gli orientali ne hanno una visione positiva, quasi celebrativa: gli alunni partecipano “attivamente” attraverso l’ascolto, rispecchiando a pieno gli ideali confuciani che collegano la comprensione e la conoscenza al silenzio, e intervengono solo se autorizzati dal gruppo. In breve, come sottolinea Nisbett, se i primi hanno fiducia nella retorica dell’argomentazione nei confronti dialettici dalla legge alla politica, alla scienza, e non solo, i secondi evitano la controversia e il dibattito, prediligendo un tipo di comunicazione più indiretto (Nisbett, 2007, pp. 79, 193 ss.).

Ora torniamo alla questione del Cattivismo. Ebbene, se intendiamo il “cattivista” come colui che rifiuta ogni mediazione, che tiene alto lo “scontro” in ambito privato e pubblico, il soggetto attivo e individualista, è evidente che possiamo riconoscerlo solamente nella tradizione comunicativa e narrativa occidentale. Sì, perché in Europa, nord America e Australia, sentendosi relativamente distaccati dal loro in-group, gli individui non fanno grandi distinzioni tra l’in-group e l’out-group, e la percezione del Self indipendente fa sì che a livello comunicativo, il “confitto” diventi il format narrativo prescelto. Ogni interlocutore si sente legittimato a esprimere la propria opinione sebbene contraria all’interlocutore/ascoltatore/lettore. Pensiamo ai dibattiti in classe; alle critiche rivolte alle istituzioni (governative, scolastiche, religiose, economiche ecc.) pubblicate su giornali, riviste, o sui social; alle “infuocate” riunioni condominiali; alle assemblee sindacali o alle cause legali che solitamente terminano con un vincitore e un perdente (Hofstede, Hofstede, Minkov, 2014, pp. 108-124; Nisbett, 2007, pp. 176-193). “Tutto di personale”, insomma.
Ciò detto, va da sé che nel caso di individui che vivono in Cina, Corea e Giappone, che definiscono il loro Self in rapporto all’in-group ‒ ossia alla famiglia, alla società, al contesto in cui vivono ‒ ci troviamo di fronte a un tipo di atteggiamento e a una modalità comunicativa totalmente contrari a quelli occidentali, per questo si potrebbe azzardare nel definirli “buonisti”. In che senso? Nel senso di remissività alla collettività e di rifiuto dello scontro verbale all’interno di una cultura in cui prevale una visione interdipendente del , perché ritenuti socialmente dannosi. Ad esempio, in Giappone i processi decisionali nei consigli di amministrazione e nelle riunioni dei dirigenti sono pianificati in modo da evitare conflitti e discordanze; spesso le riunioni sono una semplice ratifica del consenso già ottenuto dal leader in precedenza; il conflitto tra colleghi cerca di essere ovviato evitando di trovarsi in una certa situazione; nella cause in tribunale, le controversie fra individui sono gestite da mediatori, perché il fine del processo è ridurre il livello di ostilità e il risultato più probabile dell’azione legale è il compromesso (Hofstede, Hofstede, Minkov, 2014, pp. 108-124; Nisbett, 2007, pp. 176-193). “Niente di personale”, insomma. Se allarghiamo i confini dell’attuale significato di entrambi, i termini “buonismo” e “cattivismo” ‒ identificando diversi format narrativi e comunicativi ‒ potrebbero quindi rappresentare un’ulteriore opposizione particolare che articola quella generale tra Est e Ovest.

 

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Valentina Conti: dottoranda in Narratologia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. I suoi interessi di ricerca si concentrano su studi di narratologia interculturale, letterature comparate e critica letteraria, anche alla luce delle metodologie neuro-cognitiviste. Ha pubblicato Destini raccontati: quando la narratologia incontra l’interculturalismo, in «Comparatismi» (2016) e Visualstorytelling: morfologia e interculturalismo (in corso di stampa nella medesima rivista, 2017); insieme a Stefano Calabrese è autrice di Attraverso il mediterraneo. Gli arabi e la letteratura per l’infanzia pubblicato in «Liber» (aprile-giugno 2017), di Malvagità e estetica: teorie recenti, incorso di stampa su «E/C» (settembre 2017) e di alcune sezioni del volume Storie di vita. Come gli individui si raccontano nel mondo (Mimesis, in uscita nel febbraio 2018).

Valentina Conti: contivalentina89@gmail.com; valentina.conti@unimore.it

 

 

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