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Empathy for the Devil – Editoriale Narrability Journal Anno II Numero I

Illustrazione di Sara Seravalle                        

DI ALESSANDRA COSSO

Pleased to meet you

Hope you guess my name

But what’s puzzling you

Is the nature of my game.
(Rolling Stones, Decca Records, 1968)

 

Eravamo in pieno Sessantotto quando Mick Jagger, a torso nudo e con un diavolo disegnato in petto, scandalizzava i benpensanti e faceva impazzire i fan cantando Sympathy for the Devil (Decca Records, 1968): “Pleased to meet you. Hope you guess my name…”

Anno Domini 2018. Siamo orami entrati con tutte le scarpe – ma con poca testa e pochissimo cuore – nel ciclone della quarta rivoluzione della nostra specie, quella digitale, e ci stiamo muovendo scompostamente tra fake news e big data, Artificial Intelligence e influencer.

Non è un caso, ci pare, che alcuni tra i testi più interessanti usciti negli ultimi anni per riflettere sulla nostra epoca e sul futuro che ci attende siano stati scritti da storici o da evoluzionisti (Zelding, 2015; Harari, 2017 e 2017; De Biase e Pievani, 2016). Disorientati, annaspando in cerca di un futuro prevedibile, noi umani abbiamo sempre più bisogno, mentre scrutiamo l’orizzonte temporale, di confrontarci ancora una volta con i grandi temi dell’esistenza umana, quelli che settantamila anni fa abbiamo imparato ad accarezzare col pensiero quando la seconda rivoluzione, quella cognitiva, ci ha regalato l’immaginazione e le storie a fare da ponte con una realtà che superava i nostri sensi (Harari, 2017).

Per questo, cinquant’anni dopo gli Stones, pensiamo che indovinare il “nome del Diavolo” sia ancora un esercizio utile. Incuriositi dalla presenza sempre crescente negli ultimi anni di personaggi malvagi e moralmente corrotti raccontati in modo da suscitare la nostra simpatia, abbiamo voluto indagare il tema del Cattivismo per capirne meglio i confini e gli effetti, e per provare a esplorare la natura del meccanismo antropo-sociologico che negli ultimi decenni sta nutrendo il nostro immaginario con cattivi “simpatici” con cui possiamo addirittura arrivare a identificarci.

Per questo NJ ha dedicato questo numero tutto al tema del Cattivismo: per chiederci ancora una volta in cosa oggi possiamo riconoscere il demonio, Satana, Belzebu, insomma il Male… E, in fondo, anche per capire se abbia ancora senso oggi porsi questa domanda. Perché in questi cinquant’anni anni è cambiato il mondo. Oggi il racconto cattivista è grottesco, satirico, comico, ironico o piuttosto drammatico, tragico addirittura? Ha vita propria o fa da spalla al buonismo? È possibile tentare di indagare, attraverso le loro caricature, il Bene e il Male, due archetipi poco identificabili in questi tempi eticamente fluidi?

I contributi dei nostri autori ci hanno deliziato con riflessioni estremamente interessanti.

A partire da Stefano Calabrese, che ci stimola con una possibile interpretazione, secondo cui il Cattivismo altro non sarebbe che il Genocidio del Bene, ovvero il tentativo di spostare il baricentro etico verso un moral disengagement, portandoci a empatizzare con i cattivi attraverso il meccanismo narrativo del “confronto vantaggioso”. In pratica si paragona la propria azione a condotte moralmente peggiori, ridimensionando per contrasto la valenza immorale del proprio comportamento. I cattivi descritti, spiega Calabrese, compiono azioni biasimevoli per il piacere di fare del male, ma esiste sempre un fattore narrativo che permette allo spettatore di “giustificarli” fino a empatizzare con personaggi sostanzialmente negativi come Hannibal Lecter nel Silenzio degli innocenti o Tony Soprano in The Sopranos: la presenza cioè nella narrazione di personaggi moralmente inferiori che consente di mantenere un “baricentro morale”.

Stiamo imparando non solo a simpatizzare per il Diavolo, ma addirittura a provare empatia per lui, quindi. Ne parlano nei loro articoli anche Michele Martinelli e Cesare Catà. Il primo lo fa collegando i personaggi di cattivi delle serie disegnati per stimolare immedesimazione al bisogno sociale di esorcizzare la paura inconscia del male che è in noi. Il secondo facendo una distinzione tra il personaggio del cattivo shakespiriano, in qualche modo grandioso nella propria malvagità e tragico perché cattivo, ovvero “captivo”, intrappolato da forze oscure. Mentre l’eroe cattivista sarebbe una caricatura, un fake del villain autentico.

Sulla stessa scia di pensiero Federica Rondino nel suo articolo si chiede se la logica degli opposti cattivo/buono sia ancora attuale alla luce di personaggi di film per bambini come Megamind o Cattivissimo me. Questi personaggi secondo l’autrice diventano lo specchio di pulsioni interiori e il loro cattivismo non è altro che una strategia per il raggiungimento dell’obiettivo di eroi cattivi molto fragili.

Anche secondo Carlo Turati, umorista e autore televisivo, il cattivismo sarebbe una strategia. Cattivismo e buonismo, ci ricorda, sono due maschere recitative che funzionano bene solo se interagenti: la Litizzetto ha senso perché esiste Fabio Fazio. E, ci domanda, la pubblicità dissacrante del Buondì Motta farebbe ridere se per anni non fossimo stati immersi nel mondo narrativo del Mulino Bianco che proponeva un ideale di famiglia “buonista”? In questo senso il cattivismo, sostiene l’autore, serve a dire che il re del buonismo è nudo, dissacrando la realtà ne svela i risvolti ipocriti. Retorica cattivista per risvegliare coscienze atrofizzate, quindi.

Forse. Ma “Satana è sempre qualcuno” ci ricorda Andrea Fontana, che legge il cattivismo come scusa, poiché rappresenta lo spettacolo del male come fragilità mascherata. E ci invita a riflettere sul ruolo che possiamo avere noi, ciascuno di noi, nell’agire come terzo elemento dirompente che rende evidente e fa crollare la scissione del male rappresentata narrativamente dal cosiddetto Evil duo. Un ruolo sociale del lettore che criticamente svela il gioco di specchi delle narrazioni cattiviste.

Un gioco di specchi che si riflette anche nel mondo dell’economia. Valerio Malvezzi ci ricorda che anche lì è in atto una guerra tra Bene e Male, dove il cattivismo è un’arma per marchiare chi si schiera contro il credo imperante del libero mercato. Dimenticando che il primo a parlare di “mano invisibile del mercato” fu Bernard de Mandeville, un satanista francese di inizio Settecento. Diavolo di un economista, chi avrebbe detto che l’ispirazione di Adam Smith fosse così poco… liberista?

Una riflessione particolare è quella di Valentina Conti, che collega la “sbornia cattivista” nella comunicazione occidentale alla predilezione per narrazioni soggettive in contrapposizione alla tradizione culturale orientale che predilige il racconto del contesto, della collettività. Insomma come se la cultura occidentale avesse focalizzato lo sguardo sulle storie individuali piuttosto che sul senso di appartenenza.

Infine un riferimento all’intervista di Daniele Orzati a Toni Muzi Falconi, che connette le forme di cattivismo tra gli opinion leader con altri importanti fenomeni sociali e comunicazionali contemporanei: il politicamente corretto e il “nuovo” politicamente scorretto, il fenomeno ambiguo degli influencer, il calo di fiducia globale verso le forme di leadership. Citando i dati di un’analisi longitudinale e globale che analizza ogni anno le dinamiche della fiducia verso istituzioni, imprese, tecnici, scienziati, medici, giornalisti e altre leadership ci ricorda che il solo soggetto che riscuote ancora un minimo di fiducia è “una persona come me”. La dicotomia (o binomio?) buonismo-cattivismo orienta anche il sistema dei social – generando fenomeni vari, da quello delle fake news a quello delle echo rooms. Oggi l’opinion leader è un influencer che, in molte circostanze, è “in carriera” e riceve dalla sua attività benefici (materiali e non) che legittimano l’attività assai più di quella originaria, che in qualche caso non c’è neppure. Con buona pace di chi inneggia alla disintermediazione.

Con i loro contributi, gli autori di questo numero ci invitano a riflettere da molti punti di vista e a porci molte domande. Un paio sopra tutte ci sembrano attraversare tutti i testi ricevuti.

La “sbornia cattivista” ci toglie lucidità e ci lascerà con un gran mal di testa al risveglio? È davvero uno specchio che deforma le sembianze del Diavolo per rendercelo simpatico fino a farci empatizzare con lui?

È una domanda importante perché i meccanismi della simpatia e dell’empatia si differenziano per un punto fondamentale: se qualcuno mi è simpatico posso comprenderlo e sentirmi vicino, ma mantengo la mia individualità, mentre attraverso un movimento empatico possono arrivare a confondermi con l’identità altrui. Che effetti potrebbero esserci allora sulla capacità critica e il senso etico di una generazione cresciuta identificandosi con personaggi come Walter White, Frank e Claire Underwood o Tony Soprano? Se posso sentirmi tutt’uno col Diavolo guardando una serie, sarò in grado di distinguerne i contorni quando lo incontrerò in altri contesti?

Oppure, e questo è la seconda ipotesi, il cattivismo è uno strumento della ragione, una punta affilata del pensiero critico impegnata a svelare le ipocrisie della retorica buonista che punta a renderci passivi, inerti, inconsapevoli…? Proprio perché il Male oggi potrebbe essere camuffato da Bene è importante svelare il travestimento. Essere cattivisti può quindi, in questo caso, aiutarci a immaginare altri futuri economici, culturali, etici.

Due letture diverse, due riflessioni importanti. Perché in fondo poi è questo che conta: continuare a dare senso e riflettere su ciò che avviene intorno a noi. Una cosa infatti ci pare condivisa da tutti gli autori: l’invito a osservare i cambiamenti in atto con il giusto distacco ma senza illuderci di poterne rimanere fuori, perché la storia, e quindi anche il futuro, li costruiamo noi. E per farlo dovremo essere “diabolici”, cioè, letteralmente in grado di separare nel contesto che viviamo, ciò che è vitale e ciò che non lo è. Così da trovare passo dopo passo la strada verso il futuro. Così il Diavolo (letteralmente, “colui che divide”) diventa Demone, in greco daimon (spirito divino).

Dimmi una cosa, amico mio.
Danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio?

Dal film Batman di Tim Burton (UK, 1989)

 

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Bibliografia

  • De Biase L, Pievani T. (2016). Come saremo.Torino: Codice edizioni.
  • Harari Y. N. (2017). Homo Deus. Breve storia del futuro.Milano: Bompiani.
  • Harari Y. N. (2017). Sapiens. Da animali a dei.Milano: Bompiani.
  • Zeldin T (2015). Ventotto domande per affrontare il futuro.Palermo: Sellerio.

Alessandra Cosso alessandra.cosso@storytellinglab.org

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