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Geopolitica della Narrazione

DI ANDREA FONTANA

ABSTRACT

Viviamo in un tempo in cui gli scenari d’influenzamento sono sempre più governati dalla narrazione e dalle tecniche del racconto.

Pensavamo che la narrazione fosse solo una questione di interesse accademico e ultimamente commerciale ma oggi scopriamo che il racconto, il raccontare e il raccontarsi diventano asset strategici fondamentali per leggere il mondo e orientarlo.

Oggi, infatti, i nostri scenari di vita sono permeati non solo dal cosiddetto CNN Factor[1] e dai tanti e diversi media (social o deep che siano) ma anche e soprattutto dall’ormai ampiamente visibile Story-factor. Siamo incitati a raccontarci. Ma sappiamo davvero farlo? Si raggiunge il potere su un immaginario pubblico o si arriva a detenere il controllo su un’opinione pubblica sviluppando “world narrative” cioè (racconti del mondo) o anche “discorsi supremi”; narrazioni sociali che sanno generare il senso del destino di donne e uomini, di comunità e Nazioni. Oppure – peggio –lo destabilizzano agendo sulle leve economiche, sociali e psicologiche di quelle donne e di quegli uomini, di quelle comunità e Nazioni. Questo è ormai un dato scontato per le scienze politiche e militari che vedono nella narrazione un’indispensabile capacità per sostenere ed eventualmente vincere i cosiddetti conflitti di quarta e quinta generazione. La narrazione diventa allora come sostenuto negli ultimi anni dal Literary Darwinism la più potente forma di adattamento evolutivo. Ma con delle lacune e dei problemi, perché il racconto è sempre un mezzo chiuso in sé, autoriferito ed egocentrato.

Possibile andare oltre l’egocentricità delle narrazioni affinché il biopotere lascia spazio alle nostre biopoetiche?



Introduzione

Viviamo in un tempo in cui gli scenari d’influenzamento sono sempre più governati dalla narrazione e dalle tecniche del racconto (Cometa, 2017; Calabrese, 2017)

Pensavamo che la narrazione fosse solo una questione di interesse accademico e ultimamente commerciale ma oggi scopriamo che il racconto, il raccontare e il raccontarsi diventano asset strategici fondamentali per leggere il mondo e orientarlo. Di più: risorse indispensabili, come l’acqua e l’energia che devono essere possedute, coltivate e sviluppate per avere una posizione eminente nelle arene geopolitiche (Fontana-Sgreva, 2011).

Oggi, infatti, i nostri scenari di vita sono permeati non solo dal cosiddetto CNN Factor[2] e dai tanti e diversi media (social o deep che siano) ma anche e soprattutto dall’ormai ampiamente visibile Story-factor. Siamo incitati a raccontarci. Ma sappiamo davvero farlo? (Salmon, 2008, Mazzarella, 2011).

Il fattore narrativo è quello che permette di distinguersi sui mercati contemporarei: commerciali, sociali e politici.

Si raggiunge il potere su un immaginario pubblico o si arriva a detenere il controllo su un’opinione pubblica sviluppando “world narrative” cioè (racconti del mondo) o anche “discorsi supremi”; narrazioni sociali che sanno generare il senso del destino di donne e uomini, di comunità e Nazioni. Oppure – peggio –lo destabilizzano agendo sulle leve economiche, sociali e psicologiche di quelle donne e di quegli uomini, di quelle comunità e Nazioni (Rosselle, 2010; Nissen, 2015).

Questo è ormai un dato scontato per le scienze politiche e militari che vedono nella narrazione un’indispensabile capacità per sostenere ed eventualmente vincere i cosiddetti conflitti di quarta e quinta generazione (Michlin, 2010; Fontana, 2014).

I nuovi territori del conflitto

I conflitti di quarta e quinta generazione non sono necessariamente bellicosi. Non si manifestano necessariamente in guerre cinetiche dove l’uso della forza e lo spargimento del sangue sono dirette conseguenze.

A differenza dei conflitti di prima, seconda e terza generazione dove è necessario conquistare rispettivamente: territori, risorse, persone, quelle di quarta e quinta divergono (Polletta, 2006).

Lo scopo non è tanto la conquista di una Nazione o di uno spazio fisico con le sue ricchezze, che rimane comunque un obiettivo, la meta diventa:

  • per i conflitti di quarta generazione offuscare la linea tra guerra e politica, tra conflitto militare e civile (cosa avvenuta molto spesso dalla caduta del Muro di Berlino in poi) rendendo la dimensione civile un’estensione militare
  • per i conflitti di quinta generazione– generare violenza ingiustificata e paura per colpire ovunque, dove alle armi si affianca la distruzione di una cultura e l’edificazione di una nuova, che non ammette ricordi – perché viene sovrascritta; il tutto attraverso “reti” sociali, reali e virtuali in cui le narrative diventano gli strumenti della sorvra-scrittura, dell’attacco e / o della difesa.

Come ci ricorda il Generale F. Mini: “La guerra diventa decentralizzata, complessa e lunga, si combatte sui piani delle idee e delle risorse, contro obiettivi militari e civili, con attori statali e non statali, organizzazioni e Stati falliti o Stati canaglia. […] la Fifth Generation ha tolto alla guerra ogni vincolo concettuale. L’Unrestricted warfare o guerra senza limiti impiega ogni mezzo, compreso quello finanziario, per imporre al mondo i propri interessi. Il paradigma della guerra senza limiti si pone l’obiettivo di demolire la forza intellettuale di un avversario spingendolo oltre i propri limiti morali e mentali, costringendolo a scendere a compromessi […] La Quinta Generazione deve celare la propria natura bellica e non deve essere percepita come guerra: deve rendere indifferenti nei confronti della guerra (elusione, mistificazione). Richiede l’abilità di estraniarsi dal proprio sistema di pensiero e valutare gli eventi in una prospettiva multipla”[3].

In sostanza tutto si focalizza verso il cosidetto “Winning the Battle Of Narrative” (Michlin, 2010).

Molti studiosi di scienze sociali sono convinti che la narrazione sia un dispositivo di sopravvivenza e di evoluzione. Perdura e si adatta meglio chi riesce a far fronte prima alla propria narrazione (non andando in crash psicologico) e poi alle cosiddette story-wars e a convivere con le arene narrative dei nostri mercati e dei nostri scenari mediatici.

Sostenere questo, significa fondamentalmente riconoscere  – come molti esperti della recente corrente del Literary Darwinism hanno dibattuto – che il racconto è un dispositivo che serve i meccanismi adattivi della specie umana (Cometa, 2017, Calabrese, 2009).

In altre parole, la narrazione è un “necessario biologico” senza il quale non solo il nostro sviluppo evolutivo non si sarebbe dato, ma non ci sarebbe nemmeno l’accrescimento delle nostre capacità cognitive di base e superiori[4]. La narrazione sarebbe quindi la più alta forma di accomodamento bioculturale (Boyd, 2009).

Per questo conoscere oggi le scienze della narrazione significa…

 

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Bibliografia

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Andrea Fontana

Autore, saggista e sociologo della comunicazione e dei media narrativi. E’ il più rilevante esperto di Corporate Storytelling nel nostro Paese.

Ha introdotto in Italia il dibattito sulle scienze della narrazione applicate al mondo aziendale. E’ Amministratore delegato del Gruppo Storyfactory. Ha una lunga esperienza nel mondo della direzione e advisoring d’impresa e della consulenza politica. Lavora con grandi aziende e con diverse Istituzioni pubbliche e private per perfezionare i “racconti” dei loro brand, prodotti o servizi.

Insegna “Storytelling e narrazione d’impresa” all’Università degli Studi di Pavia dove è anche Direttore didattico del primo Master universitario in Italia in Scienze della Narrazione (M.U.S.T.).

E’ anche Presidente dell’Osservatorio Italiano di Storytelling.

 

Note

[1] L’effetto CNN è una particolare dinamica studiata nelle scienze comunicative – applicate alla politica – secondo la quale la CNN, ha avuto un impatto importante in molte operazioni di influenzamento sociale dell’opinione pubblica americana e non solo (anche sulla conduzione della politica estera). Per estensione il CNN factor indica ormai l’uso dei media – soprattutto televisivi – per influenzare in modo massivo un individuo o una comunità sociale.

[2] L’effetto CNN è una particolare dinamica studiata nelle scienze comunicative – applicate alla politica – secondo la quale la CNN, ha avuto un impatto importante in molte operazioni di influenzamento sociale dell’opinione pubblica americana e non solo (anche sulla conduzione della politica estera). Per estensione il CNN factor indica ormai l’uso dei media – soprattutto televisivi – per influenzare in modo massivo un individuo o una comunità sociale.

[3] Fabio Mini, (2015) “Le Guerre non scoppiano più”, in Limes 1-2015, p. 123-124.

[4] Cfr. Michele Cometa, Perché le Storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria, Cortina Editore, Milano 2016.

[5] Jonathan Gottschall, L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani, Bollati Boringhieri, Trad. It. Torino 2014, p. 185.

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