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Il sorriso di Dio – EDITORIALE NJ 1 ANNO III

DI ALESSANDRA COSSO

 

“Dio è morto”

Friedrich Nietzsche

 

“Dio ha traslocato”

Lenny Belardo

 

Paolo Sorrentino (2017) inizia la sua prefazione alla sceneggiatura di The Young Pope (intitolata Il peso di Dio) con un’affermazione che è insieme caratterizzante e programmatica: “le prefazioni sono pericolosissime”. Perché, spiega, in qualche modo costringono lo scrivente – e il lettore – a proporre e accogliere un taglio, un punto di vista, un terreno condiviso per la fruizione dell’opera. Ma questo, se permette di inquadrare l’intento autoriale con precisione, va a detrimento della possibilità per i pubblici di dare interpretazioni altre a quanto scritto, attivando personalissime risonanze tra l’opera e il proprio immaginario.

Mi sono resa conto che penso la stessa cosa degli editoriali. In particolare per questo numero di NJ dedicato a uno dei temi più complessi e sensibili del vivere umano: il senso per il sacro. Cercherò quindi, nelle prossime righe, di barcamenarmi tra prudenza e dovere.

Ricordando la profezia di Nietzsche che aveva annunciato la morte di Dio già agli inizi del secolo scorso, oggi ci troviamo nel paradosso di scoprire che forse Dio ha solo “traslocato”. La battuta è di Lenny Belardo, il giovane e bellissimo Papa, dissacrante e santo al tempo stesso, protagonista di una fortunatissima serie firmata da Sorrentino (nota per gli appassionati: pare sia in lavorazione la seconda stagione di The Young Pope). Ci tocca allora, ascoltando Lenny, ricercare nuove forme del sacro nelle pieghe delle nostre vite per riportarlo al mondo del visibile.

Questa rivista si propone di analizzare il racconto e i racconti che, in quanto processo di sense-making, ci aiutano a dare significato ai diversi aspetti della realtà intorno a noi. Così è stato anche per questo numero, che si poneva alcune domande: dove si nasconde il sacro oggi? e dove si mostra? in quali narrazioni oggi troviamo indizi della sua presenza? e quali le sono le sue metamorfosi?

Abbiamo ricevuto moltissimi contributi, segno che questo tema tocca l’immaginario di molti. Non sarà facile presentarveli degnamente in questo breve scritto. D’altra parte, come si diceva, gli editoriali sono pericolosissimi. Per andare sul sicuro, puntiamo in alto: partiamo con Joseph Campbell, dalla luna.

All’indomani dello sbarco sulla luna che noi dell’altro millennio ricordiamo in questi giorni, Campbell (1970) osservava così gli effetti dei grandi avanzamenti della scienza e della tecnologia sulla spiritualità umana:

Stiamo partecipando a uno dei più grandi balzi che lo spirito umano abbia mai fatto verso la conoscenza non solo della natura esterna, ma anche di quel mistero che riguarda la nostra più profonda interiorità. (…) Non c’è più nessuna autorità, consacrata da Dio, che noi dobbiamo riconoscere. (…) eppure la scienza non ci ha allontanato dalla divinità: ad ogni ampliamento di orizzonte, dalle caverne dei trogloditi fino ai templi buddisti e fino alla superficie della luna corrisponde una percezione dell’essenza della Natura sempre più profonda e più ampia… (Campbell, 1970)

 

L’esplorazione dell’infinito universo, partita 50 anni fa dalla luna, non è altro, secondo lo studioso di miti, che un modo “moderno” di ricercare il sacro, che con il progresso e la decadenza dei dogmi religiosi è sempre più identificato con la spiritualità insita nell’uomo.

Il tema in qualche modo è ripreso dall’articolo di Viviana Capurso Come in cielo, così in terra: il sacro dentro e fuori dall’uomo, che indaga se, come affermano alcuni neuro-scienziati, la spiritualità sia legata all’attività neuronale in alcune aree specifiche del cervello. Capurso ci ricorda che Namaste, il saluto in sanscrito, significa ‘saluto il Dio che è in te’. Ed esplora la possibilità oggi di rintracciare tracce di sacralità proprio in quanto in noi è umano, troppo umano, come i sei deliziosi tortellini confezionati da uno chef stellato.

Risolvere la dicotomia sacro e profano, ecco un tema. Che intriga anche Silvia Noera, autrice di Il sacro e l’horror, articolo che analizza il tema della violazione attraverso l’analisi della esperienza della dicotomia sacro/profano in alcuni film horror. L’autrice li divide in due categorie: quelli che utilizzano lo schema del viaggio dell’eroe, che esplorano la violazione sacra, e quelli che si rifanno alla tragedia della fanciulla, che invece descrivono la violazione del profano.

Parla di Incontri pericolosi anche l’articolo di Luca Siniscalco, dedicato all’idea del fato come espressa da Ernst Jünger, scrittore e filosofo tedesco del XX secolo, l’autore esplora il tema della fortuna come abbandono dell’uomo all’incontro con il piano dell’essere invisibile, con la grazia indice dell’incontro con il sacro insomma.

Del resto sacra è la natura umana portatrice di grazia intrinseca secondo Giorgio Piccinino, sociologo e psicoterapeuta, che nel suo articolo Da noi nemmeno le mucche sono mai state sacre cita il quadro di Tiziano, intitolato neanche a farlo apposta, Amor Sacro e Amor Profano. Lì il sacro è sorprendentemente rappresentato (nel Cinquecento!) dalla nudità femminile, non dall’altra figura di donna, pure bellissima, ma vestita da gran signora. Piccinino scorge, come Tiziano, tale valenza sacra nelle “nude” storie dei suoi pazienti e nei dolori che raccontano, dolore che non è altro che l’annuncio di una profanazione, quella della loro benedetta natura.

Una visione che ben risuona con quella che ci ha trasmesso Francesco Morace, sociologo ideatore del Festival della Crescita, nell’intervista che ci ha rilasciato: sacra è la nostra presenza nel mondo, per questo dobbiamo goderne e rispettarla. Stiamo assistendo, dice, a un cambiamento epocale nel nostro vissuto collettivo e nelle priorità esistenziali di ciascuno: anche l’Intelligenza artificiale e la rivoluzione digitale spostano il focus su una visione e una esperienza di breve respiro, su risposte veloci e benefici immediati. La definisce una tendenza Sacral Now che sottolinea il nostro essere al mondo, e che in passato era riconosciuta dallo sguardo di Dio (nelle religioni monoteiste) o della Natura (nelle religioni politeiste). Oggi, dice, si è aperta la fase in cui lo sguardo che ci definisce è solo quello dell’altro, in una assoluta reciprocità.

Torniamo a Campbell (1970) che, nella conclusione del saggio sopra citato, scrive che la nuova mitologia deve poeticamente rinnovarsi in termini non di memorie passate, né di proiezioni future, ma di presente. Parole che ricordano quelle dell’articolo di Andrea Scarabelli Raccontare l’origine in cui scrive che i miti sono metafore delle potenzialità spirituali dell’uomo, e la nostra vita e la vita del mondo sono animate dagli stessi poteri (Campbell, 1988). La funzione di collegamento dei miti, spiega Scarabelli, risorge nel cuore della modernità per ricollegarci a nuove forme di sacro.

Ci riporta allo studioso americano anche Michele Martinelli nel suo Nel tempio delle serie TV – alla ricerca del sacro in riti e cerimonie degli spettatori nell’era digitale ricordando che il mito all’interno di ogni società ha il compito di farci fare esperienza del mondo stesso, attraverso esempi e modelli (Campbell, 2004 e 2007). Il mito, ribadisce, è testimone di quel nostro bisogno primario di rendere in qualche modo leggibile il mondo che ci circonda, grazie a un linguaggio e a una semiologia facilmente riconoscibili (Ferraro, 2006). Prendendo spunto dalla recente messa in onda dell’ultima stagione della fortunatissima serie televisiva americana Game of Thrones, Martinelli propone uno spunto di riflessione su quanto e come le abitudini del pubblico davanti al piccolo schermo siano ascrivibili alla sfera del sacro. Per farlo analizza i comportamenti messi in atto durante la fruizione delle grandi narrazioni seriali televisive: la piattaforma che trasmette è un cerimoniere, il salotto di casa un tempio e i “serial mantra” come “L’inverno sta arrivando” diventano preghiere e formule di riconoscimento dell’appartenenza alla community GOT. Un rito, la serie TV, sacro e condiviso, che crea comunità: una comunione, in pratica.

Cambiano insomma i modi e i luoghi per celebrare il sacro e le maggiori confessioni religiose si adeguano. Alice Avallone ce lo racconta nel suo articolo Quando è il sacro a perdere di sacralità, dove scopriamo della Hillsong Church, che ha fatto il nido online e raccolto in pochi decenni oltre tre milioni di follower su Youtube, testimonial tra cantanti pop e influencer e ha fondato varie etichette discografiche.  O di un’app, ePuja, che permette agli Hindu di ordinare cerimonie religiose (puja) da fare eseguire per contro proprio al tempio preferito. Avallone evidenzia un cambio di narrativa del sacro fatta da queste organizzazioni religiose ambientatesi in habitat digitali, che stanno azzerando via via la distanza tra le persone da una parte – e i dogmi, i testi e le autorità dall’altra.

Stesso habitat, il digitale, per una community che è un caso studio in antropologia. Le mamme pancine, scoperte dal Signor Distruggere, alias Vincenzo Maisto (intervistato da Anna Martini nell’articolo La mamma è sacra. O no?), hanno fatto della maternità un tratto identitario sacralizzante sino all’integralismo. Condividono rituali inquietanti: confezionano gioielli con la placenta – quando non la mangiano – e dolcetti col latte materno. Vivono nei social in una echo room chiusissima esibendo la propria maternità come l’unica cosa che le possa caratterizzare e valorizzare. Colpisce il basso livello culturale e di conoscenza del proprio corpo, commentano le antropologhe Chiara Carletti e Nicoletta Landi (2017), e la grande solitudine di queste giovani donne che rivendicano un proprio spazio dove non essere giudicate.

Il sacro come difesa, come tratto caratterizzante un’identità altrimenti fragile: un racconto che deve farci pensare. Cosa avrebbe detto Lenny Belardo alle mamme pancine, lui che della possibile ambivalenza della maternità conosceva gli effetti e si sorprendeva di come una ragazza si trasformasse in madre un momento dopo aver concepito un figlio (Sorrentino,2017)? Non lo sappiamo.

Sappiamo però che Pio XIII in tutto il suo papato (in tutta la prima stagione, forse dovremmo dire) ha cercato di dare una definizione di Dio.

Chi è Dio? Si chiede parlando ai fedeli. Alla fine trova una risposta nella storia di una ragazzina, la beata Juana, che indicava la strada del sacro affermando che “Dio è una linea che si apre”.  Nessuno capiva però che cosa intendesse.

Diciottenne, in punto di morte, Juana svela il senso di questa immagine, dicendo:

 

“Dio non si fa vedere.

Dio non grida.

Dio non sussurra.

Dio non scrive.

Dio non sente.

Dio non chiacchiera. Dio non ci conforta.”

 

E allora i bambini chiesero: “Chi è Dio?”

E Juana rispose: “Dio sorride”.

Solo allora, tutti capirono. (Sorrentino, 2017)

 

Il sorriso di Dio: a qualcuno ha ricordato il sorriso del Buddha, ma cosa intenda Pio XIII quando racconta questa storia di fronte a una folla di fedeli assiepata in piazza San Marco a Venezia non è chiaro. L’ultima puntata della stagione si interrompe poco dopo il discorso e la prefazione di Paolo Sorrentino alla sceneggiatura non offre appigli interpretativi. Azzardare noi una decodifica è difficile, in tempi complessi e ricchi di ambivalenze come i nostri, davvero un terreno infido.

Così come tirare le fila di questo numero che ha mappato i territori irti e malfermi del sacro, esplorandone i sentieri narrativi. Dove ci portino forse non è dato sapere e del resto la mappa che disegnano ha contorni ancora poco chiari.

E poi gli editoriali, si sa, sono pericolosissimi. Voi comunque sorridete, non si sa mai.

Namaste.

 


Bibliografia

  • Campbell J. (1970). “La passeggiata sulla luna: il viaggio verso l’esterno” in Miti per vivere. Sulla terra e sulla luna, in guerra, in pace, in amore. Milano: Red Edizioni.
  • Campbell, J. (1988). The Power of the Myth, New York: Doubleday (trad. it. Il potere del mito. Vicenza: Neri Pozza, 2012)
  • Campbell J. (2004). Il potere del mito. Intervista di Bill Moyers [The Power of Myth]. Parma: Guanda.
  • Campbell J. (2007). Mito e modernità. Figure emblematiche di un passato antichissimo nell’esperienza quotidiana [Myths to Live By]. Milano: Red Edizioni.
  • Landi N. (2017). Il piacere non è nel programma di scienze! Educare alla sessualità oggi in Italia. Roma: Meltemi.
  • Ferraro G. (2001). Il linguaggio del mito. Roma: Meltemi.
  • Sorrentino (2017). Il peso di Dio. Il Vangelo di Lenny Belardo. Torino: Einaudi.

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