Immaginare futuri, progettare destini.

DI ALESSANDRA COSSO

ABSTRACT

Questo articolo riporta alcune riflessioni e spunti di ricerca per un approccio narrativo nella relazione con la realtà. In un’epoca in cui l’essenza stessa della verità è messa in discussione, in cui i nostri confini identitari sono confusi e cangianti e in cui le cosiddette fake news confondono i riferimenti, l’orientamento e la consapevolezza degli individui, come è possibile trovare una direzione evolutiva costruttiva per la nostra vita, per la nostra società, per la nostra epoca? A cosa possiamo fare riferimento, dove dobbiamo rivolgerci se la realtà e la verità assumono sempre più spesso la consistenza di una fata morgana, un’illusione ottica che svanisce non appena tentiamo di afferrarla? L’autrice suggerisce un approccio antichissimo e nuovo al tempo stesso: attingere alla nostra competenza di animali narranti e attivare uno sguardo narrativo sul mondo che ci offra la capacità di intravvedere nuovi modi di unire i puntini tra ciò che vediamo attorno a noi per immaginare futuri possibili che ancora non esistono. Ma che potrebbero, se noi riuscissimo a pensarli, sognarli, inseguirli. Con un’attenzione, però: non dimenticare mai che il processo di organizzazione dell’immaginario umano è in gran parte inconsapevole!

Keywords: immaginario, intimità, sguardo narrativo, copioni, libertà


Le narrazioni (…) sono dunque responsabili del dono più prezioso che l’homo sapiens conosca:
la capacità di immaginare ciò che non esiste.
(Calabrese, 2017)

Qualche mese fa ho partecipato a un ritiro di meditazione buddista di cinque giorni. Era la prima volta e non sapevo che in questi ritiri vige la regola del “nobile silenzio” ovvero non si parla con nessuno per tutto il tempo del ritiro. Pare aiuti a entrare in relazione con se stessi in modo profondo a entrare in un’ottica di ascolto intento e dedicato. Su di me ha funzionato.

L’ultima sera ci è stato dato il permesso di parlarci di nuovo. Un po’ timidamente, come quando ci si sgranchisce le gambe dopo una lunga inattività, le nostre voci hanno incrociato sussurri un po’ rochi accompagnati da sorrisi di contatti ritrovati. A tavola, prima di accomiatarci, ci siamo raccontati le vite in pochi minuti, tanto era forte la capacità di entrare in contatto profondo l’uno con l’altro dopo che avevamo ostinatamente praticato un’assoluta intimità con noi stessi per giorni.

La più anziana partecipante era una donna oltre gli ottant’anni, ancora bellissima ed elegante. Meditava da molti anni, in particolare dopo la morte del marito che le mancava terribilmente, un modo per sedere a fianco del proprio dolore e dialogarci serenamente, credo. Alla fine della cena, dopo averci raccontato il suo sgomento per come il mondo stava cambiando, per gli echi di guerra che sentiva intorno a sé, per il dolore e la profonda ingiustizia che vedeva trionfare nel mondo, quasi si preparasse una catastrofe di cui lei, per fortuna, forse non avrebbe dovuto essere testimone, alla fine con un sorriso sognante mi ha detto, come in segreto: “Ma ci pensi che in tutto questo, mai come oggi ci sono così tante persone al mondo che praticano[1]? Il nuovo si sta preparando silenziosamente, senza che lo vediamo, ma è già lì, pronto per prendere il posto di questo mondo vecchio e distruttivo”. La forchetta mi è caduta di mano con un rumore sordo.

Times are changing

Il mondo intorno a noi sta cambiando velocemente. Già da tempo ne siamo consapevoli, oggi però diventa sempre più evidente come questo cambiamento stia disorientando nuove e vecchie generazioni, mettendo in discussione il nord e il sud, l’est e l’ovest dell’immaginario novecentesco. Il millennio si è aperto con un preludio di nuovi paradigmi che lentissimamente e repentinamente stanno resettando l’immagine del pianeta, delle mappe politiche, geografiche, economiche, identitarie… Mi sembra che tutte queste riflessioni portino a una domanda fondamentale: come possiamo progettare il futuro nostro e dei nostri figli se i punti di riferimento con cui siamo cresciuti sono persi, confusi, messi in discussione?

Oggi più che mai cercare nuovi pattern, nuovi schemi di senso è una necessità per la nostra specie: che significato vogliamo dare oggi alla parola Europa? E agli Stati Uniti? E all’idea di mondo occidentale? Quale racconto veicola oggi il concetto di civiltà? La globalizzazione è una bella o una brutta storia? Le migrazioni forzate ne sono un effetto collaterale? Che cosa possiamo prevedere per il nostro futuro? Che senso ha assunto il lavoro nel mondo occidentale? E nel resto del pianeta?

Ma, soprattutto, quali storie possono offrirci l’idea di un futuro migliore? Perché siamo una specie narrante, non dimentichiamolo, e nelle storie includiamo il senso e la direzione dei destini che scegliamo (Cosso, 2013).

Se è vero, come è vero, che la nostra mente costruisce storie per mettere ordine nei miliardi di impulsi che i nostri neuroni producono rispondendo agli stimoli del mondo, tanto da fare dire ai neuroscienziati che abbiamo un cervello ‘affamato di pattern di senso’ che gli possano facilitare il lavoro e diano vita a copioni di riferimento (Bor, 2012; Cosso, 2016); se è vero, come è vero, che con 100 miliardi di neuroni corticali connessi tra di loro in un intrico di connessioni in ognuno di noi unico e originale (la nostra personalità, la nostra forma mentis..) non è possibile per noi essere consapevoli di gran parte della nostra attività cerebrale e che le storie sono i dispositivi più efficaci che abbiamo trovato per rappresentare efficacemente tali legami di senso (Dehaene, 2014; Calabrese, 2017; Cosso, 2013, 2016); se è vero, come è vero, che quando scegliamo una storia, un racconto per definire un’esperienza, chi siamo, il mondo di fronte a noi operiamo una scelta tra tanti, infiniti racconti possibili e che tale scelta di fatto definisce destini possibili e ne esclude altri, come ogni copione che si rispetti (Bor, 2012; Boyd, 2009; Cosso, 2013; 2016)… Se tutto questo è vero, io penso che lo sguardo narrativo sia non solo una life skill irrinunciabile, ma l’unica strada per noi di essere liberi di leggere il nostro immaginario e quello del mondo, per comprenderne le implicazioni e concepire anche nuovi pattern di senso, nuovi paradigmi.

Stefano Calabrese riassume molto bene la funzione creativa della capacità di narrare della specie umana:

È la vita in questa grande bolla ipotetica in cui tutto viene coniugato al congiuntivo, che ci mette in grado di progettare qualcosa, leggere la mente degli altri, fare in modo che le cose mutino muovendo dal passato al futuro. La vita richiede una full immersion nel mondo della controfattualità: un mondo inesistente, a volte lontanissimo dalla realtà storico-sociale, a volte assai prossimo alla vita quotidiana. Un mondo come se (as if). Ma è il mondo dell’uomo, ciò che ci contraddistingue dalle altre specie animali: immaginare, formulare ipotesi, configurare schemi predittivi o semplicemente fantasticare (Calabrese, 2017).

Immaginazione al potere

Esercitare un rapporto con il nostro immaginario che sia consapevole, responsabile e competente non è facile, non è da tutti. Ma se vogliamo affrontare i grandi cambiamenti culturali, politici, sociologici della nostra era senza subirli, se vogliamo integrare la rivoluzione digitale nelle nostre vite senza pagare prezzi eccessivi in termini di qualità della vita relazionale, se vogliamo pensare a un pianeta più equo, libero, pulito, se vogliamo, insomma, rendere il mondo in un luogo dove si vive meglio, diventa fondamentale coltivare la nostra capacità immaginativa e creativa e quella dei nostri figli. L’uomo lo ha fatto per millenni inconsapevolmente, oggi dovremmo decidere di fare un salto evolutivo. E ‘osservarci immaginare.

Calabrese (2017) ci ricorda che gli studi neuroscientifici sui neuroni specchio e la scoperta di una sostanziale coincidenza tra il veder fare una cosa e il farla, almeno a livello neuronale, convergono anch’essi sul ruolo prioritario dell’immaginazione. Perciò, sostiene, l’immaginazione non ha alcun bisogno di andare al potere, per la semplice ragione che non ha mai cessato di esserlo.

Ma il potere implica responsabilità. Cosa significa questo in termini di competenze narrative? Come possiamo utilizzare il potere dell’immaginazione responsabilmente, consapevoli dei destini che le storie che scegliamo di abitare implicano? Userò due esempi, due uomini secondo me dotati di uno sguardo narrativo davvero libero e sapiente, che ha permesso loro di immaginare il futuro. Il primo lo ha fatto inconsapevolmente. Il secondo lo esercita con sapienza e responsabilità da anni. Entrambi dovrebbero esserci di ispirazione.

Il mondo fluttuante

Katzushika Hokusai visse nel Giappone nell’epoca Edo (1603-1868), la sua vita si innesta alla fine di un periodo durato due secoli e mezzo che per il Giappone fu, politicamente, di immobilità e chiusura. Il governo era in mano ai Samurai che lo gestivano con ferrea disciplina militaresca, i contatti con gli stranieri erano limitati al minimo, gran parte degli occidentali erano banditi dal paese, solo gli olandesi conservarono il privilegio di un certo scambio commerciale con il Giappone dell’epoca. Un paese chiuso, isolato, regolato dal ritmo e dal rigore della tradizione Samurai: qui viveva Hokusai all’inizio del XIX secolo.

Eppure, eppure. In quella stessa epoca prese piede una forma artistica che oggi definiremmo “pop”: le Ukyo-e erano piccole stampe che introducevano la tecnica occidentale della prospettiva per la prima volta in Oriente. Rappresentavano i modi di vivere e i paesaggi della società giapponese dell’epoca che, inaspettatamente, stava scoprendo i piaceri dell’arte, del teatro, della satira, della moda… Un mondo chiuso che fiorì soprattutto nelle città di Edo (oggi Tokyo), Osaka e Kyoto, una realtà a parte.  Un mondo che all’epoca si autodefinì Ukyio, che significa “mondo fluttuante”, facendo riferimento alla cultura giovane e impetuosa che vi fiorì. La parola è anche un’allusione scherzosa al termine omofono “mondo della sofferenza”, il ciclo continuo di morte e rinascita al quale i Buddhisti cercavano di sottrarsi. Qui Hokusai nel 1820 a 60 anni, dipinge Le 36 vedute del monte Fuji [2].

In queste stampe l’artista riesce a cogliere i segnali del nuovo Giappone che vede intorno a sé e li rappresenta con grande capacità narrativa: grazie alla prospettiva (innovazione tutta occidentale che lui recupera e integra nella propria tecnica) può scegliere ogni volta un punto di vista, ma ogni volta mette sullo sfondo il monte Fuji, in un certo senso il simbolo della “giapponesità”. Non dimentica il passato ma ritrae il mondo intorno a sé da una differente prospettiva, includendo nel campo visivo scene di vita nelle città. Con uno sguardo narrativo riesce a cogliere i segnali del nuovo e a rappresentarli all’interno di un racconto che li mette in relazione col vecchio. Scrive, con le immagini, la storia del Giappone di fine Ottocento e la premonizione di quello che sarà il Giappone moderno (Calza, 2004).

Nuovi modi di ricordare il passato e immaginare il futuro

A proposito di nuovi pattern di senso, la seconda persona di cui vorrei scrivere è un maestro nel crearne. È uno storico che insegna a Oxford, coltiva rose e dipinge acquerelli e racconta una Storia intima dell’umanità (Zeldin, 1998) che ci permette di capire come la nostra specie nel tempo abbia creato sistemi sociali, di lavoro, economici, relazionali diversissimi tra loro. Theodore Zeldin è considerato una delle quaranta personalità le cui idee potranno influenzare il nuovo millennio. Presentando a Bookcity 2015 il suo libro Ventotto domande per affrontare il futuro (Zeldin, 2015) ci spiegava che oggi abbiamo un grande bisogno, per esempio, di immaginare nuovi modi di lavorare che siano stimolanti per i giovani che hanno menti diverse da quelle di cinquant’anni fa. Che l’uomo, nel passato, quando è stato necessario ha trovato nuove strade, nuove idee, nuovi paradigmi dell’essere e del vivere. Che la storia non è solo la testimonianza di ciò che è successo e del perché, ma è, soprattutto, un modo di provocare l’immaginazione. E che la conversazione intima tra esseri umani è il più potente laboratorio creativo che esista (Zeldin, 2002; 2015) e la vita privata, quando diventa un vivaio di affetti, è un catalizzatore indispensabile per raggiungere l’uguaglianza nel mondo. Essere vivi, ci ricorda, non è solo avere un cuore che batte, ma è anche essere consapevoli di come battono altri cuori e come pensano altre menti. Siamo malati di rigor vitae, ci illudiamo di essere vivi se non riusciamo a dare la luce a pensieri che non abbiamo mai avuti, se non ci facciamo ispirare da ciò che gli altri pensano (Zeldin, 2015). Ma per farlo bisogna essere capaci di intimità con il prossimo ed essere liberi di immaginare, esercitando uno sguardo narrativo consapevole, responsabile e libero. La narrazione, ricordiamolo, è prima di tutto relazione di grande intimità tra esseri umani che raccontandosi, costruiscono mondi narrativi da condividere, per creare appartenenza e identità. Riusciamo a immaginare cosa sarebbe possibile creare se la praticassimo con la cura, attenzione e consapevolezza che merita? Credo che esercitare responsabilmente il nostro sguardo narrativo sia, in ultima analisi, ciò che ci rende davvero liberi:

Io apprezzo le incompatibilità, i disaccordi e le incertezze che dividono la realtà in frammenti di verità e illusione e aprono la porta all’invenzione. Quando Humpty Dumpty cade da un muro e rompe il suo guscio d’uovo in piccoli pezzi, esiste un’alternativa al semplice incollarli insieme. È anche possibile ricavare una frittata da quel disastro, mischiando i resti con altri ingredienti, e non solo quelli ai quali siamo abituati. Il futuro è una serie infinita di esperimenti. Il disaccordo è una sfida all’immaginazione. (…) Mentre la conoscenza si espande e si frammenta appaiono delle crepe tra ciò che è predeterminato e cosa non lo è. I fatti si trasformano in misteri e le domande, invece di risposte, producono altre domande. Da questo deriva un’idea più avventurosa della libertà, che non è solo un diritto ma un’abilità da acquisire, la capacità di vedere il mondo attraverso lenti diverse e diverse dalle proprie, la capacità di immaginare ciò che nessuno ha immaginato prima, di trovare bellezza, significato o ispirazione. Ogni vita è una favola sulla libertà. (Zeldin, 2015)

A me viene da aggiungere che la nostra libertà di immaginare dipende anche dal nostro copione di vita e dalla rigidità con cui lo abbiamo costruito. Forse dovremmo considerare come prima nostra responsabilità quella di conoscerne le implicazioni e i confini. E imparare a superarli. Come la signora che meditava, anche noi dovremmo essere capaci di cogliere i segnali di bellezza nell’oscurità dell’inferno dei viventi (Calvino,1993), consapevoli che lo sguardo che posiamo sul mondo per leggerne i segreti ha il potere di cambiarlo, ma non necessariamente in meglio. Molti sostengono che l’intimità con sé stessi della meditazione in questo aiuti, e mi trovo d’accordo. Ma non credo sia sufficiente e mi ritrovo con Zeldin che sostiene che praticare conversazioni intime permette di superare i propri schemi mentali e sviluppare pensiero creativo. Penso quindi, con Amelie Nothomb, che “l’intimità, al giorno d’oggi, sia il Santo Graal”. Intimità con noi stessi, con l’altro, con la natura, con il mondo, con l’universo… forse è tempo di iniziare una nuova Ricerca, come fecero i Cavalieri di secoli fa.

 

Il numero completo della rivista in versione .pdf  è riservata ai soci sostenitori. Per informazioni segreteria@storytellinglab.org

 


 

Bibliografia

  • Boyd B.(2009), On the Origins of Stories. Cambridge (Mass.): Harvard University Press
  • Bor D. (2012), The Ravenous Brain. Basic Books 2012
  • Calabrese S. (2017), La fiction e la vita. Milano: Mimesis
  • Calvino I (1993), Palomar. Torino: Einaudi
  • Calza G.C. a cura di (2004), UKIYOE, il mondo fluttuante. Milano: Electa.
  • Cosso A, (2013), Raccontarsela. Milano: Lupetti
  • Cosso A (2016), ‘They say I am my own story. Then, how can I change the plot?’ in Matters of Telling: The Impulse of the Story, Inter-Disciplinary Press, Oxford, 2016.
  • Dehaene S (2014), Coscienza e cervello. Milano: Cortina
  • Gottschall J. (2014), L’istinto di narrare. Milano: Bollati e Boringieri
  • Munindo A (2006), Libertà inattesa. Roma: Ubaldini
  • Zeldin T. (2015), Ventotto domande per affrontare il futuro. Palermo: Sellerio
  • Zeldin T. (2002), La conversazione. Di come i discorsi possono cambiarci la vita. Palermo: Sellerio.
  • Zeldin T. (1998), An Intimate History of Humanity. London: Vintage
  • Zizeck S (2016), Che cos’è l’immaginario. Milano: Il Saggiatore
  • Wolfe M. (2008), Proust and the Squid. Iconbooks

 

 

Alessandra Cosso

Esperta di narrazione copionale, facilita l’esplorazione e l’evoluzione dei racconti identitari organizzativi, individuali e di gruppo. Ricercatrice e consulente organizzativa è Executive counselor & coach e giornalista professionista. Dal 2011 dirige l’Osservatorio di Storytelling, ha fondato e dirige la rivista Narrability Journal ed è vice direttore della Rivista Italiana di Counseling.

Al M.U.S.T di Pavia insegna Dinamiche Psicosociali dei Racconti Organizzativi ed è Presidente dell’Advisory Board del Master. È nelle Faculty di Fondazione Istud e di Scuola Holden, insegna tecniche narrative allo IULM, ai Narrability Labs dell’Osservatorio e al Centro Berne di Milano. È autrice di numerose pubblicazioni sui temi della narrazione copionale.

Alessandra Cosso alessandra.cosso@storytellinglab.org

 

Note

[1] La pratica meditativa ha per i buddisti il valore e l’effetto di una preghiera che ci mette in contatto con le l’armonia intrinseca dell’universo. Un alto numero di praticanti quindi sarebbe quindi in grado di influenzare positivamente le energie in atto nel mondo e nelle anime delle persone (Munindo, 2006)

[2] Le 36 vedute del Monte Fuji sono una raccolta di opere (in realtà sono 46, Hokusai ne aggiunse altre dieci in un secondo tempo) tra le più note dell’artista. Le immagini che illustrano questo intervento appartengono alla serie.

 

Invia un commento