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La narrazione nell’epoca della post-verità

DI ROBERTO MORDACCI

ABSTRACT
In questa intervista (che ripercorre i temi affrontati nell’intervento di apertura del Convegno Narrability – The Narrative Age il filosofo Roberto Mordacci, Preside della facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, illustra il legame tra narrazione e filosofia, sottolineando la necessità, in un’epoca che ha accettato la definizione di post-verità, di storie che abbiano la forza di rispondere al bisogno di Storia e di intellettuali che mettano il loro sapere al servizio di questo periodo che ha tutte le caratteristiche di una Nuova Modernità.


Abbiamo scelto di aprire le nostre riflessioni al Convegno The Narrative Age con il tuo intervento, per dare alla narrazione il suo pieno spessore conoscitivo. Che rapporto esiste, dal tuo punto di vista, tra pensiero narrante e pensiero argomentante? Tra narrazione e filosofia?

Narrazione e argomentazione occupano colli vicini – come Heidegger (1977) diceva di poesia e filosofia –, ma in realtà noi capiamo bene un argomento solo quando sappiamo tradurlo in una storia. Il nostro modo di apprendere una tesi, di elaborarla, specialmente se riguarda la nostra esperienza e non teoremi astratti (come in logica e in matematica), è legato alla capacità di immaginare le situazioni concrete in cui se ne vede la verità. Per questo i grandi moralisti, da Socrate a Larochefoucauld (Marchetti, 2008), si sono espressi spesso con racconti, miti, brevi immagini. Anche gli aforismi, come in Cioran (1991), sono un modo di sollecitare un pensiero narrante, perché per lo più sono sentenze fulminee che riportano un evento e ne traggono una massima, un insegnamento. Argomentare significa sempre raccontare l’avventura della nostra intelligenza alla scoperta di qualcosa di importante. Se non può essere raccontato, un argomento non ha valore che per l’intelletto astratto, mentre le nostre vite hanno bisogno di verità incarnate, di storie che dicano l’avventura che è il vero. Fra gli esempi di un pensiero argomentativo e narrante insieme vi è senza dubbio la Fenomenologia dello spirito di Hegel (1995), che non a caso è stata definita “il romanzo della coscienza”. Ma anche Kant, quando vuole rendere fino in fondo la sua idea, ricorre a una metafora che si dipana in un racconto: la verità – dice Kant nella Critica della ragion pura (2004) – è come un’isola, circondata da ghiacci e nebbie spesse; noi ci immaginiamo magnifiche terre e paesi fantastici di là dal mare, ma non sappiamo veramente che cosa vi sia laggiù; siamo attratti a diventare navigatori, eppure sappiamo che questa terra, quest’isola su cui ci troviamo, non è del tutto esplorata, ha ancora mille segreti in serbo per noi; e, soprattutto, abitarla per noi è un compito che non è solo scoperta, ma anzitutto convivenza, condivisione, sia fra noi esseri umani sia fra l’umanità tutta e la terra stessa. Uno scenario come questo potrebbe essere la base della sceneggiatura di un film (in parte vi è qualcosa del genere in Cast Away, di Robert Zemeckis, 2000). Si può certo pensare di distinguere e anche separare, quando necessario, argomentazione e narrazione. A volte serve che sia solo il sillogismo a guidare il pensiero, e altre volte è necessario e bello che il racconto si limiti a raccontare, a far rilucere gli eventi come tali. Il pensiero arriverà dopo, se richiesto, così come la narrazione può accadere dopo che il pensiero ha preso forma. Ma il massimo della potenza del pensiero si realizza quando argomentazione e narrazione vivono insieme.

La filosofia post-moderna sostiene, da diversi decenni, che questo è il tempo della fine delle Grandi Narrazioni, dei grandi racconti collettivi che hanno guidato la Storia. Ha dunque definitivamente prevalso l’epoca della post-verità?

Il Novecento ha assistito a questa grande dichiarazione di disillusione: le grandi narrazioni, la possibilità stessa di raccontare la storia dell’uomo, sono finite. Il pensiero postmodernista, come ne La condizione post-moderna di Lyotard (2014), ha diagnosticato e celebrato la fine della modernità e dei suoi sogni, interpretandoli come deliri di onnipotenza e pensando questa fine come una liberazione. Molti pensatori, come Rorty (1989), Derrida (1971), Vattimo (1985), hanno dichiarato la fine della storia, della filosofia, del soggetto, della verità e hanno considerato questo come un esito positivo, come il rovesciamento di quello che considerano la hybris del moderno, la pretesa della ragione e della scienza di coprire tutto lo scibile e di realizzare “magnifiche sorti e progressive”. Accusano la modernità di aver generato i totalitarismi e gli orrori del Novecento, e auspicano l’uscita dai progetti di progresso, di conoscenza, di libertà e di giustizia sociale. L’esito ultimo, una volta che questo gioco di intellettuali è arrivato alle masse, è che queste ultime decidono di prender per vero, anche quando è palesemente falso, ciò che asseconda le loro paure, il loro odio e i loro peggiori istinti. L’epoca della post-verità, quella in cui “fatti alternativi” consentono di crearsi un’immagine del mondo a proprio uso e consumo, è in realtà un’epoca oscurantista, dove chiunque può alimentare il proprio disagio e la propria rabbia inventandosi fandonie che diventano “vere” una volta condivise sui social network. Ma la narrazione non è questo: un racconto falso non ha alcun valore, e la falsità dipende sia dai fatti sia da come li interpretiamo.

Ma se le storie sono tuttora necessarie e la narrazione si è fatta ancor più pervasiva, di quali storie abbiamo davvero bisogno?

Abbiamo bisogno di storie perché abbiamo un disperato bisogno di Storia (Mordacci, 2015). Il postmoderno dichiarava che la storia è finita. Ma i fatti lo smentiscono, e il nuovo millennio ha portato vere e proprie rivoluzioni inattese e drammatiche. Per interpretare questo tempo abbiamo bisogno di raccontarlo, di argomentare il suo senso narrandolo e di dotarci così degli strumenti di pensiero e immaginazione per prefigurare un futuro accettabile. Abbiamo bisogno di storie che ci dicano che il futuro è possibile e che può persino essere migliore, purché noi ci si impegni a comprendere il presente. Senza una narrazione, nessun progetto politico ha presa su un popolo. Ma se la narrazione è falsa, il progetto sarà un tragico errore, un passo indietro nella storia. Perché un progetto politico sia vero e trovi una narrazione plausibile, occorre che fatti, immaginazione e interpretazione si congiungano e diano forma a qualcosa di possibile e auspicabile. E noi sappiamo bene, anche se…

 

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Bibliografia e filmografia

  • Boyle D. (2017). Trainspotting 2. Regno Unito, USA: Cloud Eight FilmsDNA FilmsDecibel Films e TriStar Pictures.
  • Cioran E. (1991). L’inconveniente di essere nati. Milano: Adelphi.
  • Derrida J. (1971). La scrittura e la differenza [L’Écriture et la différence]. Torino: Einaudi.
  • Hegel F. (1995). Fenomenologia dello spirito [Phänomenologie des Geistes]. Milano: Bompiani.
  • Heidegger M. (1997). Sentieri interrotti [Holzwege]. Firenze: La Nuova Italia.
  • Jenkins B. (2016). Moonlight. USA, Bahrain: Pastel, A24 e Plan B Entertainment.
  • Kant I. (2004). Critica della ragion pura [Kritik der reinen Vernunft]. Milano: Bompiani.
  • Lonergan K. (2016). Manchester by the sea. USA: Amazon Studios e K Period Media.
  • Lyotard P. (2014). La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere [La condition postmoderne. Rapport sur le savoir]. Milano: Feltrinelli.
  • Marchetti A., a cura di (2008). Moralisti francesi. Classici e contemporanei. Milano: Rizzoli.
  • Mordacci R. (2015). L’etica è per le persone. Milano: San Paolo.
  • Mordacci R. (2012). Rispetto. Milano: Cortina.
  • Rorty R. (1989). La filosofia dopo la filosofia: contingenza, ironia e solidarietà [Contingency, irony and solidarity]. Roma-Bari: Laterza.
  • Vattimo G. (1985). La fine della modernità [The End of Modernity: Nihilism and Hermeneutics in Postmodern Culture]. Milano: Garzanti.
  • Zemeckis R. (2000). Cast Away. USA: 20th Century Fox, Image Movers Digital, DreamWorks e Playtone.

 

Roberto Mordacci insegna Filosofia morale e Filosofia della storia presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. I temi della sua ricerca sono la nozione di rispetto, la condizione contemporanea della cultura, la normatività morale e l’identità europea. È attualmente Preside di Facoltà.

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