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Se il cattivo siamo (anche) noi. Uno sguardo attraverso i miti del nostro tempo

DI MICHELE MARTINELLI

ABSTRACT
L’immaginario collettivo è uno specchio: riflette l’idea che abbiamo di noi stessi. È un humus di emozioni, sogni, paure in continua evoluzione, da cui attingere per raccontare e capire la vita. A partire dalle osservazioni del noto storico delle religioni e studioso di mitologia Joseph Campbell e comparando queste con alcuni saggi riguardanti il mito in età contemporanea, in questo articolo viene proposta un’indagine riguardante la forma narrativa delle serie TV e la tendenza a evidenziare sempre più, nelle loro sceneggiature, il ruolo del cattivo come stimolo per la nostra empatia, compassione, comprensione e immedesimazione. A ben vedere, questa può considerarsi un’operazione positiva, perché risponde ad uno dei grandi temi socio-antropologici della nostra epoca: il bisogno e la ricerca di senso e di modelli – da seguire e da non seguire – per trovare il nostro posto nel mondo. Alla luce di ciò, la conclusione è che forse la nascita di nuove terminologie, come buonismo e cattivismo, può essere letta come una risposta sociale per esorcizzare la nostra più grande paura inconscia, per scansare un insormontabile peso ontologico: ammettere che il male è anche dentro di noi.

Keywords: cattivismo, mito contemporaneo, serie TV, Star Wars, Game of Thrones, immaginario collettivo, Joseph Campbell


Grigio. Se volessimo dare un colore ai protagonisti delle narrazioni che permeano il nostro quotidiano, sarebbe questo.

Dalle serie tv ai romanzi noir, dai videogiochi al fumetto supereroico, fino alle sue trasposizioni cinematografiche, il bianco e il nero, che hanno dipinto le nostre narrazioni collettive dall’alba dei tempi, si sono stinti e mescolati. I buoni e i cattivi, il Bene e il Male, l’eroe e l’antagonista. Le categorie che hanno reso riconoscibili i grandi racconti dell’umanità, oggi, sembrano scomparse. O diluite, meglio. Perché hanno lasciato spazio a delle impalpabili, indecifrabili, sfuocate tonalità in scala di grigi.

L’uomo, da sempre, per rappresentare la vita e farne esperienza racconta storie (Leonzi, 2009). E lo fa dotandosi di schemi riconoscibili, ripetitivi se vogliamo, che rendono decodificabile ogni elemento di ciascun racconto, per quanto diversa possa esserne la forma nel corso delle epoche. Si chiamano archetipi (Jung, 1988 e Campbell, 2007) e le storie che ne scaturiscono sono quelle che noi chiamiamo miti.

Ebbene, che lo si chiami Medusa, Darth Vader o Joker, nei racconti mitologici il Male non è mai nascosto. Perché il fine ultimo del mito è quello di fornire dei modelli di vita appropriati all’epoca che li ha prodotti, positivi e negativi, per aiutare a trovare il proprio posto nel mondo. Modelli che, come direbbe Joseph Campbell, svolgano una «funzione sociale» (Campbell, 2007) per aiutare a non smarrire la strada. Ed è forse proprio questo uno dei problemi – che si traduce in un forte bisogno, per molti inconsapevole – più grandi dei nostri tempi, cioè la difficoltà di trovare modelli che possano suggerire delle vie possibili. Se spesso non ci è chiaro quale sia il nostro ruolo in questo flusso di eventi che chiamiamo vita, purtroppo nessuno ci può aiutare a trovarlo. È un percorso di discernimento che dobbiamo fare da soli (Campbell, 2007).

Ma non dimentichiamo che, in più di un’occasione, la nostra cultura ha «ripensato i modi di rappresentazione del Male» (Ferraro e Brugo, 2008) mostrandolo come non umano, alieno, e facendone una figura concettualizzata lontana dalla dimensione quotidiana di colpa e ingiustizia. Spesso abbiamo cercato di relegare nel suo antro buio la figura del demone, imponendoci poi di non entrare, ritenendo che una virtù che tende al bene supremo potesse bastare a indirizzare le anime perse. Ne sanno qualcosa autori come Flaubert, Baudelaire o Nabokov, senza parlare della censura che ha imperversato tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento. Eppure, questa revisione culturale non ci ha impedito di produrre orrori come la caccia alle streghe, i nazionalsocialismi, l’apartheid e genocidi passati più o meno inosservati. Perché la virtù, purtroppo, non è sempre collegata alla felicità, come sosteneva Platone e come ci ha abituato una certa morale dal retrogusto religioso (Jacoby, 2013). Aristotele la pensava molto diversamente e la realtà odierna sembra dargli ragione, e lo possiamo vedere tutti i giorni sfogliando…

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Bibliografia

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Michele Martinelli (Negrar, 24 febbraio 1983) vive e lavora a Verona. È laureato in Tradizione e interpretazione dei testi letterari presso l’Università degli Studi di Verona con una tesi sui moderni linguaggi della mitologia, intitolata Mito e fantastico: Salgari, Tolkien e i supereroi, miglior tesi salgariana del 2011. Studioso di mitologia contemporanea, specializzato nell’analisi comparata dei miti antichi e dei media moderni che ne tramandano e riattivano i simboli archetipici. Crede che il mito non sia una bugia ben confezionata, ma una forza vitale e palpitante che ha davvero a che fare con la vita. Perché racconta storie i cui modelli socio-culturali sono sempre attuali e parlano a tutti, indistintamente. Attualmente lavora come copywriter, content editor e storytelling strategist presso l’agenzia di comunicazione Pensiero visibile di Verona.

Email: michele@pensierovisibile.it

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