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Nuovi paradigmi del linguaggio e del vivere nell’era digitale

DI MARIA GRAZIA MATTEI

ABSTRACT

L’era digitale ha smesso di essere il nostro prossimo futuro per trasformarsi nel quotidiano presente, ma la consapevolezza su ciò che sta accadendo è molto lontana dall’essere pienamente metabolizzata. Non è più eretico pensare alle tecnologie come a una realtà dentro cui ci muoviamo, ma cresce il bisogno di costruzione di senso rispetto alle conseguenze, alle potenzialità o agli effetti collaterali che questo nuovo status quo comporta.


Con Meet the Media Guru lavoriamo per liberare la cultura digitale dalla facile equazione che la associa al “tecnologismo”. Un copione già scritto che proviamo a scardinare da dodici anni. A procedere con noi in questa indagine abbiamo chiamato decine di ospiti internazionali che, dal 2005 ad oggi, hanno scandagliato i paradigmi emergenti a livello economico, sociale e culturale evidenziando il comune substrato digitale. Un percorso condiviso con una vasta comunità che per disseminare idee, il più possibile dirompenti e laterali. Lungo il percorso abbiamo ritracciato alcuni “Universali” della Digital Age, un possibile set di valori capaci di rispondere alle esigenze emergenti in modo più adeguato.

Se l’era digitale ha smesso (da tempo) di essere il nostro prossimo futuro per trasformarsi nel quotidiano presente, è evidente che la consapevolezza su ciò che sta accadendo è molto lontana dall’essere metabolizzata.

Nel settembre 2016, intervenendo al festival Ars Electronica[1] di Linz, il co-direttore dell’MIT Media Lab[2] di Boston Hiroshi Ishii[3] ha ricordato come «il mondo fisico e quello virtuale siano una frontiera da esplorare per spingere avanti la nostra conoscenza».

Con Meet the Media Guru[4], la piattaforma di incontri e approfondimenti dedicati all’innovazione e alla cultura digitale che dirigo dal 2005, lavoriamo in linea con questo impulso per liberare la cultura digitale dalla facile equazione che la associa al “tecnologismo”. Un copione già scritto che proviamo a scardinare da undici anni. A procedere con noi in questa indagine abbiamo chiamato decine di ospiti internazionali che, dal 2005 ad oggi, hanno scandagliato tendenze e paradigmi emergenti a livello economico, sociale e culturale evidenziando il comune substrato digitale.

Nelle pagine che seguono, riassumo (solo) alcuni spunti sui nuovi paradigmi del linguaggio e del vivere nell’era digitale raccolti in questi anni, tratteggiando una fotografia del tempo che viviamo. L’obiettivo è rintracciare alcuni “universali” della Digital Age. Per praticità ho schematizzato il nostro orizzonte in tre macro spazi che ho definito Spazi dell’Essere, Spazi del Vivere, Spazi del Comunicare.

Spazi dell’essere

Geert Lovink[5], teorico della network culture e autore, sta concentrando oggi il suo lavoro sull’indagine dell’online self. Da una parte abbiamo un orizzonte che De Kerckhove[6] ha definito Datacrazia dove Big Data e ingegneria sociale sono la regola a discapito dell’autodeterminazione personale. Dall’altro assistiamo all’emersione di forme di sé digitali diversissime ed imprevedibili, dai selfie e microvideo con i filtri di Snapchat – tanto amato dai Millennials e dai loro fratelli minori di cui, fra un attimo, parleremo – a Twitch, la piattaforma di streaming specializzata in videogames.

Quanto spazio abbiamo per progettare identità nuove in libertà? Quanto i nostri gruppi di riferimento influenzano il nostro sé? Secondo Lovink, serve un nuovo contratto sociale puntando a reti organizzate[7], gruppi di utenti mirati, capaci di operare al di fuori dell’economia del “mi piace”. Lovink arriva a proporre un rinascimento cooperativo su Internet.
Sul sé online mi piace segnalare Truth about Youth[8], la seconda edizione della ricerca condotta da McCann Truth Central  per approfondire la conoscenza dei della Generazione Z[9], quella successiva ai Millennials cui accennavo poco sopra. Parliamo di ragazze e ragazzi nati dal 1995 al 2010 per cui è inimmaginabile fare a meno della connessione digitale. Lo studio ci dice di più: questi giovani – esposti fin da neonati a Internet – hanno un legame indissolubile con la rete, percepita come lo spazio in cui costruire la propria identità in una continua ricerca di stimoli creativi e condivisione.
Attraverso il web, la Generazione Z è alla ricerca di una costruzione di senso creativa e compartecipata – non scevra di rischi e tendenze pericolose – ma certamente non è alla deriva nel mondo delle tecnologie, come vuole un certo cliché. Per questi ragazzi l’online è spazio dell’essere quanto l’offline: siamo di fronte a una visione del mondo che impatta e impatterà anche chi è nato prima del 1995.

Spazi del vivere

Qual è l’impatto del digitale sugli spazi del lavoro e quelli dell’abitare? Oggi gli architetti propongono spazi ibridi, proprio come ibrido è il nostro stile di vita, segnato da un continuo fluire di privato e pubblico, assenza e presenza, isolamento e condivisione. Lo spiega bene Carlo Ratti[10], fra i maggiori esperti mondiali di Smart Cities, in un editoriale pubblicato su Nova – Il Sole 24 Ore: «Professionisti e lavoratori autonomi scelgono sempre più spesso non il lavoro da casa  – che noia! – ma la possibilità di usufruire di spazi comuni in cui condividere servizi e idee»[11].

Al tempo della sharing economy, non è solo l’ufficio ad essere condiviso. Capita  anche con le abitazioni. Quando parliamo di casa oggi non intendiamo più un luogo, potremmo dire che casa è quello spazio personale dove ci esprimiamo liberi.

TrendLab, il laboratorio di ricerca fondato nel 2016 dal Salone del Mobile di Milano, ha recentemente presentato LivingScapes[12], un’indagine che analizza come lo spazio domestico si trasformi in base ai cambiamenti in atto nella società. La ricerca ha delineato nove trend, dalla nomadic house dedicata a chi vuole cambiare spesso città o paese, alla shared house per chi ama condividere. La più innovativa di queste tendenze è senz’altro la phygital[13] House, ovvero la casa capace di apprendere e rispondere ai desideri di chi ci vive grazie a Internet of Things e Augmented Design[14]. Praticamente un gate tra reale e virtuale.

Emerge con chiarezza che il nostro modo di abitare e quindi di vivere è sempre più mobile, diffuso, “liquido” per citare Zygmunt Bauman[15]. Ai nostri giorni il guscio protettivo nel quale ci sentiamo padroni ha pareti sempre più permeabili allo scambio dentro-fuori, alla commistione che il digitale moltiplica, permettendoci di essere qui e altrove.

Questa piccola (grande) rivoluzione parte proprio dalla cultura digitale, con le sue logiche di partecipazione, apertura e scambio di cui la rete e i social network sono le più dirette espressioni.

Spazi del comunicare

Questo è il settore nel quale, per primo si sono manifestati gli effetti dell’Era Digitale. Giornali, radio e tv hanno cambiato faccia, sono diventati piattaforme complesse.  D’altronde, come bene esplicita il volume Future Ways of Living[16] (24ORE Cultura, 2015) firmato da Meet the Media Guru e Institute Without Boundaries | George Brown College di Toronto andiamo verso un futuro dove interoperabilità, trasparenza dell’informazione, accesso globale alla connettività e sistemi di comunicazione avanzati non possono che integrarsi.

Mentre l’accesso alla connettività diventa un vero e proprio diritto fondamentale[17], la sensazione è che cresca a ritmo vertiginoso il disordine digitale. Il diluvio di informazione e di comunicazione ci spiazza, per questo servono sistemi e piattaforme avanzate sempre più avanzate, che trasformino lo user in policy maker.

Penso a modalità di raccolta e mapping di informazioni capaci di riplasmare non solo il sistema della comunicazione, ma il contesto sociale e la realtà con modalità più democratiche e inclusive. Come? Coinvolgendo i cittadini nel processo di creazione e gestione dei sistemi su cui si regge la società. Un’opportunità per ridefinire il concetto di cittadinanza che l’Era Digitale porta con sé, al netto delle storture e dei rischi ben noti – e ampiamente narrati –  riconducibili principalmente al web quali fake news; cyberbullismo e cyber risk; phishing[18], per citare i più noti.

Conclusioni

Le tre macro tendenze che ho brevemente tracciato fanno parte dell’indagine che ci sta aiutando a creare gli “imperativi” o “universali” della Digital Age[19].

Sintetizzando quanto appena scritto, penso che i prossimi 10 anni ci chiederanno di essere sempre più aperti, creativi, empatici, flessibili e  resilienti, e un po’ lo stiamo già facendo: i nostri spazi dell’essere, del vivere e del comunicare sono già mutati, probabilmente senza una vera consapevolezza di questo cambio di paradigma.

Occorre ora accelerare adottando questo nuovo set di valori e provando a farne un racconto e un progetto condivisi. Una sfida che, abbracciata con coraggio e collettivamente, ci può ispirare a pensare in modo nuovo, trascendendo i confini, promuovendo diversità e inclusione, adottando trasparenza decisionale e condivisione come strutture portanti delle nostre future ways of living digitali.

Il numero completo della rivista in versione .pdf  è riservata ai soci sostenitori. Per informazioni segreteria@storytellinglab.org

 


 

Bibliografia

  • A.A.V.V., Future Ways of Living, 24ORE Cultura 2015, 30 euro, pagg. 306
  • Zygmunt Bauman, La vita tra reale e virtuale, Egea 2014, 6.90 euro, pagg. 85
  • Alessandra Cosso, Raccontarsela. Copioni di vita e storie organizzative: l’uso della narrazione per lo sviluppo individuale e d’impresa, Lupetti 2013, 15 euro, pagg. 175
  • Derrick De Kerckhove, Psicotecnologie connettive, Egea 2014, 6.90 euro, pagg. 96
  • Joichi Ito, Whiplash: How to Survive Our Faster Future, 2016, Grand Central Publishing 2016, 18 dollari, pagg. 320 (solo versione inglese)
  • Geert Lovink, L’abisso dei Social Media. Nuove reti oltre l’economia dei Like, Egea, 2016, 25 euro, pagg. 304)
  • John Maeda, Le leggi della semplicità, Mondadori, 2006, 10 euro, pagg. 147
  • Jeffrey Schnapp, Digital Humanities, Egea 2015, 6.90 euro, pagg. 72
  • Shirley Turckle, La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale, Einaudi 2016, 22.10 euro, pagg. 447.
  • Big data e algoritmi. Il governo delle macchine, lo spettro della «datacrazia» da L’Avvenire del 12 novembre 2016
    https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-governo-delle-macchine-lo-spettro-della-datacrazia
  • Come rinascere in digitale oltre l’abisso dei social media: parla Geert Lovink da Techeconomy del 20 giugno 2016
    http://www.techeconomy.it/2016/06/20/come-rinascere-digitale-oltre-labisso-dei-social-media-parla-geert-lovink
  • Dichiarazione dei diritti in Internet emanata il 28 luglio 2015 dalla Commissione per i diritti e i doveri in Internet della Camera dei Deputati:
  • http://www.camera.it/application/xmanager/projects/leg17/commissione_internet/TESTO_ITALIANO_DEFINITVO_2015.pdf
  • Lecture di Zygmunt Bauman a Meet the Media Guru del 9 ottobre 2013: http://www.meetthemediaguru.org/lecture/zygmunt-bauman/
  • Lecture di Derrick De Kerckhove a Meet the Media Guru del  12 giugno 2015: http://www.meetthemediaguru.org/lecture/lecture-derrick-de-kerckhove-a-future-ways-of-living/

 

Maria Grazia Mattei
Giornalista, esperta di nuove tecnologie della comunicazione, Maria Grazia Mattei dal 1982 indaga i territori del digitale nelle sue declinazioni tecnologiche e sociali. Laureata in Critica d’Arte, nel 1995 ha fondato la società Mattei Digital Communication, di cui è Amministratore Unico, centro di ricerca, studio e diffusione della cultura dei nuovi media. Dal 2005 dirige Meet the Media Guru, ciclo di incontri e confronti internazionali con il gotha della cultura digitale che si è affermato nel territorio come punto di riferimento sulla cultura digitale. Attualmente è Membro della Commissione Centrale di Beneficenza della Fondazione Cariplo. Dal 2016 è membro del Consiglio di Amministrazione di Artemide. Ha organizzato numerose iniziative dedicate alla diffusione e all’approfondimento della cultura digitale in collaborazione con prestigiosi Enti e Istituzioni tra cui la Biennale di Venezia, Digifest (Toronto), Siggraph (USA) e Imagina (Francia). Nel 2011 ha curato la mostra Pixar. 25 anni di animazione, esposta presso PAC (Milano) e presso Palazzo Te (Mantova).

 

 

Note

[1]   Ars Electronica  è un festival, un premio, un centro museale, una piattaforma permanente e un laboratorio di sperimentazione permanente su arte, tecnologia, società con sede a Linz, in Austria. È attivo dal 1979:  nato come festival delle arti digitali, le nuove tecnologie e le innovazioni nelle società contemporanee, oggi è un vero centro permanente di ricerca la cui fama è riconosciuta in tutto il mondo.

[2]   L’MIT Media Lab è il centro di ricerca interdisciplinare dell’MIT dedicato a progetti che vedono la convergenza fra tecnologia, media, scienze, arte e design. È stato fondato nel 1985 da Nicholas Negroponte e dall’allora presidente del MIT Jerome Wiesner. Dal 2011 è diretto ds Joichi Ito. La fama del  Media Lab è esplosa negli anni Novanta a seguito di una serie di ricerche operative e iinvenzioni nell’ambito del rete wireless, dei sensori e dei web browser.

[3]   Hiroshi Ishii Hiroshi Ishii è professore di Media Arts e Sciences al MIT Media Lab, dove è alla guida del gruppo Tangible Media. La sua ricerca è focalizzata sul design delle interfacce che mettono in relazioni informazioni digitali, esseri umani e ambiente.

[4]   Meet the Media Guru (MtMG) è nato a Milano nel 2005 da un’idea di Maria Grazia Mattei e organizzato da Mattei Digital Communication,MtMG produce con continuità appuntamenti con il gotha internazionale dell’innovazione e dei new media. Oggi è un punto di riferimento per la Digital Culture dissemination sulla scena nazionale grazie a una modalità comunicativa interattiva e immersiva che vuole favorire la libera diffusione delle idee e della cultura digitale. Fra gli ospiti di MtMG ci sono Zygmunt Bauman, Francis Ford Coppola, John Lasseter, Edgar Morin, Joichi Ito, Hiroshi Ishii, Don Norman e molti altri. http://www.meetthemediaguru.org/

[5]   Geert Lovink è un teorico dei media, saggista e scrittore olandese. Dal 2004 ha fondato e dirige l’Institute of network cultures di Amsterdam le cui attività si concentrano sull’analisi dell’interazione fra le nuove forme dei media e i loro utilizzatori.

[6]   Derrick De Kerckhove è sociologo direttore scientifico della rivista italiana Media2000 e dell’Osservatorio TuttiMedia all’Internet Forum di Pechino, ha guidato il McLuhan Program dell’Università di Toronto dal 1983 al 2008. In occasione del premio Nostalgia di futuro-Giovanni Giovannini del 14 novembre 2016 a Roma a cui De Kerkhove è intervenuto, il quotidiano L’avvenire ha pubblicato parte del suo intervento (https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-governo-delle-macchine-lo-spettro-della-datacrazia).

[7]   Intervistato nel giugno 2016 da Techeconomy (http://www.techeconomy.it/2016/06/20/come-rinascere-digitale-oltre-labisso-dei-social-media-parla-geert-lovink/), Lovink ha dichiarato: «Se il diciannovesimo e ventesimo secolo si sono occupati della Social Question e recentemente abbiamo avuto a che fare con la Media Question, il ventunesimo secolo sarà dominato dalla Organization Question (…). Organizzare non significa mediare. I gruppi possono lavorare offline, coordinandosi, discutendo insieme senza che per forza finiscano registrati da qualche parte. La soluzione che propongo sta in gruppi di utenti mirati, network organizzati che operino oltre l’economia dei Like e le sue connessioni deboli. Che condividano oltre Airbnb e Uber. Un rinascimento cooperativo su internet è possibile».

[8]   La ricerca Truth about Youth  2016 di  McCann Truth Central (https://issuu.com/mccanntruthcentral/docs/truthaboutyouth2016publicexecutives) raccoglie più di 30mila interviste da 18 paesi per esplorare il multiforme e dinamico scenario della Youth Culture. L’obiettivo è fornire a chi fa marketing strumenti utili a coinvolgere e interagire con la cosiddetta Generazione Z.

[9]   La definizione Generazione Z è nata nel 2012 grazie a un contest online lanciato da USA Today per scegliere il nome della generazione successiva ai Millennials. È piuttosto diffuso anche il termine Centennials, che si riferisce ai nati dal 1997 in avanti.

[10] Architetto e ingegnere, Carlo Ratti insegna all’MIT di Boston, dove dirige il Senseable City Lab, ed è fondatore dello studio di progettazione e consulenza Carlo Ratti Associati. Per Expo 2015 ha curato il padiglione Future Food District.

[11] L’articolo citato è stato pubblicato su Nova – Il Sole 24 Ore del 5 luglio 2015 intitolato Il co-working che crea relazioni.

[12] LivingScapes si focalizza sul «mondo-casa come luogo oggettuale abitato da persone con bisogni personali e relazionali che evolvono al cambiare della società, dell’immaginario, degli stili di vita e del contesto socio-economico». (http://www.salonemilano.it/trendlab/intro-trendlab/livingScape/livingscapes-trend-research.html)

[13] Phygital è il neologismo che nasce dalla crasi fra le parole physic e digital ovvero la commistione fra

ecosistema digitale e mondo fisico.

[14] Con Internet of Things intendiamo la possibilità degli oggetti di connettersi a Internet e mettersi in rete condividendo informazioni utili. Con Augmented Design intendiamo la progettazione di mobili e arredi le cui prestazioni possono essere “aumentate” da tecnologie e funzionalità digitali.

[15] Zygmunt Bauman è il maggior teorico della postmodernità e della cosiddetta “società liquida”. Con questa perifrasi intende un contesto nel quale l’esperienza individuale e le relazioni sociali segnate da caratteristiche e strutture che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente, in modo incerto, fluido e volatile.

[16] Il libro Future Ways of Living (24ORE Cultura, 2015, 30 euro, pagg. 306) nasce dalla collaborazione di Meet the Media Guru con  Institute Without Boundaries | George Brown College di Toronto in occasione dei 10 anni di attività di Meet the Media Guru. Il volume risponde alla domanda “Come vivremo nei prossimi dieci anni?” con una serie di inquadramenti teorici e soluzioni possibili. A tenerle insieme è una visione condivisa del digitale e della sua relazione con la tecnologia. Parafrasando la celebre affermazione del designer John Maeda che nel 1999 decretò «The computer is a material, not a tool», Future Ways of Living è un invito ad approcciare il Digitale come un materiale e non come un semplice strumento.

17 A sancire l’accesso alla connettività come diritto era stato dapprima l’ONU nel 2011 con il Report sul  diritto alla libertà di espressione e di opinione firmato da Frank La Rue (https://www.scribd.com/document/56634085/Report-of-the-Special-Rapporteur-on-the-promotion-and-protection-of-the-right-to-freedom-of-opinion-and-expression-Frank-La-Rue). In Italia l’accesso ad internet è riconosciuto come “diritto fondamentale della persona e condizione per il suo pieno sviluppo individuale e sociale” dall’articolo 2 della Dichiarazione dei diritti in Internet (http://www.camera.it/application/xmanager/projects/leg17/commissione_internet/TESTO_ITALIANO_DEFINITVO_2015.pdf) emanata il 28 luglio 2015 dalla Commissione per i diritti e i doveri in Internet della Camera dei Deputati.

[18] Con Phishing si intende un tipo di truffa effettuata su Internet attraverso la quale un malintenzionato cerca di ingannare la vittima convincendola a fornire informazioni personali, dati finanziari o codici di accesso, fingendosi un ente affidabile.

[19] La definizione di Universali della Digital Age è tratta dal già citato libro Future Ways of  Living. Gli imperativi sono cinque: nell’Era Digitale serve sempre maggiore creatività; resilienza; apertura; flessibilità; empatia. Di contro occorre fare a meno di rigidità; pessimismo; egoismo; avidità; tendenza alla critica.

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