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Storie, realtà, persone. Narrazione e prospettiva antropologica.

DI LEONARDO MENEGOLA

ABSTRACT

L’articolo indaga la narrazione come schema ricorrente e distintivo del genere homo: analizza il narrare nelle sue molteplici declinazioni, in quanto atto fondante lo stato di cultura, sia a livello filogenetico, che negli schemi relazionali e cognitivi del singolo individuo (livello ontogenetico). Lo fa attraverso una sequenza di micro-storie, inanellate a mostrare risvolti antropologici della narrazione rispetto a tre livelli di senso – narratologico, ontologico e identitario – e a quattro livelli di funzionamento della mente e del fenomeno narratologico – creativo, interpretativo, metaforico e tassonomico.

Nella prima parte dell’articolo, si discute innanzitutto l’atto narratologico in quanto azione performativa e logica: un fenomeno sociale, relazionale, un atto agito in circostanze di esplicita messa in narrazione, o invocato dagli attori sociali per riuscire a dare un senso al reale. Si analizza poi il processo primordiale del meaning-making, pulsione all’elaborazione significante, tramite la quale un soggetto, immerso in una rete di relazioni, cerca di unire i puntini e mettere in forma porzioni di realtà. Si tratta infine di come i meccanismi del meaning-making e della narrazione possono diventare meccanismi antropologici fondativi e fattori costitutivi dell’identità. Nella seconda parte, si osserva come la creatività del narrare configuri ogni significato come “opera”, in una cornice comunicazionale che tanto in generale nella storia dell’umanità, quanto più in particolare nella contemporaneità, è quella del many-to-many. Si rammenta che, spesso, narrare è rappresentare interpretativamente storie d’altri. Si getta uno sguardo sulla natura metaforica delle narrazioni, esplorando ad esempio il potenziale rivelatore di una musica rispetto allo spirito del proprio tempo. Si conclude riprendendo l’idea di narrazione come atto performativo e logico che mette (un determinato, particolare) ordine nelle cose. Unendo i tasselli del mosaico, emerge come il fare narrazione muova da una pulsione umana, e costruendo la realtà, definisca scampoli di identità proprie e altrui, consegnando in questo modo orizzonti di libertà e chiavi di responsabilità nelle mani di ogni individuo, in quanto artefice di senso e di storie.


Antropologia: la “storia delle storie”

Questo articolo presenta una prospettiva antropologica sul tema della narrazione. L’antropologia culturale, per antonomasia disciplina dell’incontro e della differenza, ha un’alta ambizione conoscitiva: mira a studiare l’umanità in quanto tale, l’identità e l’alterità, la natura culturale e sociale dell’essere umano. La sua branca più impalpabile, l’antropologia psicologica, si concentra sui sistemi di senso, sull’organizzazione cognitiva e simbolica che i gruppi umani attribuiscono alle proprie esperienze, alle proprie percezioni e rappresentazioni della realtà, alla propria “mappa del mondo” (Bateson, 1984). I metodi utilizzati per tracciare i profili e penetrare i misteri di temi tanto complessi sono i più umili: uno studio empirico basato sull’“osservazione partecipante” (Malinowski, 1922); il ricercatore che va a stare per mesi o anni nei luoghi e nelle pieghe della vita vissuta di coloro i cui usi e costumi, i cui pensieri e sogni, le cui storie e realtà pretende di descrivere e analizzare.

Il sapere dell’antropologia, di quella psicologica in particolare, è quindi il risultato di un’analisi accurata e metodica, sinestesica e multimediale, in grado di tradurre mutualmente linguaggi e forme di vita tra loro persino incommensurabili, per immaginare, forse comprendere sistemi di senso altrui. È un’analisi ora complicata, ora facilitata da segni ed indizi da decifrare, che l’etnografo rinviene per strada: radici di un paradigma indiziario (Ginzburg, 1986) che parte da contesti di vita “altri”, particolari e concreti, per gettare, attraverso le inferenze dell’antropologo, nuova luce su ordini simbolici e sistemi di comportamento “nostri”. E se i contesti, le circostanze versicolori e plurime di tutta l’alterità di questo mondo possono essere immaginati come altrettante, infinite storie – le innumerevoli narrazioni dell’umanità – allora per questo, dal punto di vista di una scienza dello Storytelling, possiamo definire l’antropologia come la “storia delle storie”: una rete per pescare all’infinito storie… e la rete, diventa una storia essa stessa.

In obbedienza a questa natura dell’antropologia, questo contributo consisterà in un’aggregazione di brevi storie: come un mosaico di tessere culturali (Wagner, 1992), o come un testo formato da citazioni, da cose messe tra virgolette, da affabulazioni allogene, da narrazioni altre (Benjamin, 1986).

Tre livelli di esistenza dello Storytelling: narrazione, ontologia, identità

Propongo di pensare la narrazione su tre livelli di esistenza. Il primo è quello del narrare come atto in sé e per sé: un atto performativo, un atto a volte illocutorio (Austin, 1962), ma che implica, come vedremo nella seconda parte di questo articolo, un corrispondente atto logico, di pensiero. Quella particolare azione cognitiva che per l’essere umano è il dare senso al mondo assume uno status culturale e sociale, acquisisce una valenza simbolica di particolare impatto, allorquando i soggetti coinvolti sono consapevoli dell’atto narratologico che stanno compiendo. Sanno che, conchiuso ora, finalmente, in una cornice delimitante, un determinato grappolo di vissuti, oggetti ed eventi, interazioni e comportamenti si accinge ad essere abbracciato in uno sguardo umano che lo comprenda, in una narrazione che lo esprima e che di esso restituisca un senso compiuto. Qualche “cosa” – qualsiasi cosa – diventa così narrata, diventa narrazione. Il narrare, per raggiungere il pieno potenziale del proprio significare per le persone, per influenzare di più la capacità di comprensione e di elaborazione di senso degli individui, ha bisogno di essere consapevole: magari giocato ritualmente sul palco di una mise en scène sociale; o magari…

 

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BIBLIOGRAFIA

  • Augé M. (1993). Nonluoghi: introduzione ad una antropologia della surmodernità [Non-Places: an introduction to supermodernity]. Milano: Elèuthera.
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Leonardo Menegola

Docente di Antropologia psicologica e medica presso IES Milano (Università Cattolica), e presso le Scuole di Specializzazione post lauream in Psicoterapia di ANEB Milano e del CRIFU Milano. Formatore AFOL in Scienze della Comunicazione.
Borsista di Ricerca presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Verona, con un progetto sulle dinamiche comunicativo-relazionali e i meccanismi di efficacia clinico-educativa in un centro diurno per minori, nell’ambito neuropsichiatrico ed educativo.
Coordinatore del Settore Terapie Espressive di SOLARIS cooperativa sociale.
Membro Formatore dell’Associazione professionale italiana di musicoterapia, l’AIM.

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