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Da noi nemmeno le mucche sono mai state sacre

DI GIORGIO PICCININO 

 

ABSTRACT

Prendendo spunto da due storie vere, raccolte nel proprio studio di psicoterapeuta, l’autore propone una visione del Sacro come un elemento che rimane invariato nel tempo, in un tempo millenario, che sopravvive da sempre nonostante le incurie, le profanazioni, le volgarizzazioni. Ciò che è Sacro non può essere un concetto astratto e dunque non è sacra la libertà o la famiglia, né Dio e né l’infanzia, troppo facile vederne i cambiamenti e i deterioramenti nei secoli, troppo semplice modificarli a piacimento per le culture dominanti. Sacro è ciò che è intoccabile, o dovrebbe esserlo, che pure può essere svalutato e sporcato, ma senza che la sua essenza possa essere infangata mai. Ciò che è Sacro è invulnerabile, non perché è onnipotente, ma perché resiste ad ogni attacco, a ogni tentativo di volgarizzazione, a ogni manipolazione.

Per l’autore Sacra è dunque la natura umana, presente in ogni neonato con le sue caratteristiche essenziali. Deteriorabile e fragile sì, ma sempre pronta a rinascere uguale a se stessa nei milioni di anni della sua evoluzione.

KEYWORDS: sacro, natura umana, pulsioni, dolore, stato di grazia, physis.

 

Ma cos’è questo Sacro? E c’è ancora qualcosa di Sacro? Mi auguro che molti articoli ce lo spieghino.

Li leggerò con molta attenzione, certo, ma a me sembrano domande mal poste. A me piacerebbe rispondere a una domanda diversa, qualcosa del tipo: “ma c’è finalmente qualcosa di veramente Sacro?”

Dalle mie parti sacramentare voleva dire quasi bestemmiare, ma era un inveire benevolo, senza odio, aveva più a che fare con il brontolare o mandare al diavolo. Chi sacramentava aveva anche quasi sempre ragione, se la prendeva con un Dio a cui credeva poco, o con la sfortuna, ma lo faceva per avvenimenti non proprio drammatici perché, invece, quando succedeva qualcosa di veramente grave, sempre dalle mie parti, si chinava il capo e si sopportava senza fare troppe tragedie.

La civiltà contadina era un po’ così, senza voler troppo generalizzare, nel Veneto del dopo guerra.

Per chi aveva vissuto la guerra che cosa pensate gli importasse del Sacro?

E anche prima, chi lo definiva il Sacro? Il Sacro è sempre stata un’etichetta, qualche volta un’aspirazione, spesso una Legge, ma un limite disatteso proprio da chi l’aveva promulgata.

Non voglio liquidare un tema così rilevante per la vita di tutti noi, lo vorrei piuttosto, se ci riesco in questo scritto, riformulare. La vita umana è mai stata sacra? E la libertà? L’arte è sacra, ma quale e perché? E i bambini sono mai stati sacri? La verità? La giustizia? Il lavoro? La famiglia?

Ma quando mai, abbiate pazienza!

Da noi nemmeno le mucche sono mai state sacre.

C’è finalmente qualcosa di veramente Sacro? Mi piacerebbe.

Io ascolto narrazioni tutti i giorni da tanti anni, sono uno psicoterapeuta, ascolto i racconti delle persone, è il prodotto di quello che hanno creduto di vivere e che hanno pensato di essere, quello che col tempo è diventato inconsciamente un Copione, lo script con cui poi hanno messo in scena la loro vita, proprio come un attore che rappresenta sempre la stessa commedia, o tragedia (Cosso, 2013). Sono storie di vite deteriorate spesso fin dall’inizio, dolorose, in cui ciò che c’è di più santo e venerabile al mondo (sarà questo il Sacro?) è stato deviato o compresso o svuotato.

Trascrivo spesso le narrazioni dei miei pazienti perché voglio ricordare i deterioramenti della loro purezza e documentare ciò che accade durante le loro trasformazioni. Non sono noiosi e freddi casi di studio, sono le parole esattamente come mi sono state dette.

Ne propongo due in questo scritto fra le tante che ho raccolto (Piccinino, 2013) perché mi sembra il modo più semplice e chiaro per capire veramente cosa c’è di più sacro al mondo.

Mi raccontano come uno sguardo depresso o sprezzante può trasformarsi, attraverso un nuovo racconto del dramma, nella contemplazione della delicata natura umana. E hanno lo stesso impatto, credo, di un documentario che mostra il salvataggio di un naufrago, il recupero di un tesoro in fondo al mare, la liberazione di un condannato innocente. Non è finzione è realtà documentata. Per compassione.

“Il narratore di sé procede trasformando la propria storia in un disegno vocazionalmente coerente; il percorso esistenziale – fatto emergere da un insieme caotico – viene allora ripensato e organizzato così da poter essere ricondotto all’interno di una trama significativa” (Demetrio, 1992).

Ma è poi grazie alla riflessione, all’ascolto accurato e al ripensamento di quanto è avvenuto che le storie possono essere modificate, non perché viene cambiato il passato, ma perché ora lo sguardo non è più lo stesso del bambino o del giovane che ha vissuto quelle esperienze drammatiche e che in qualche modo ha capito o creduto di capire.

Le trame delle nostre vite le scriviamo presto, sempre da piccoli.

E da quel racconto di sé inizia il nostro lavoro: terapeuta e paziente riscrivono insieme le storie con un nuovo sguardo, adulto, competente, accogliente, non giudicante, esperto di vite. Ampliamo i ricordi, scopriamo antefatti, comprendiamo l’inevitabilità delle difese e delle limitazioni, accettiamo e perdoniamo, spieghiamo e troviamo le alternative allora impraticabili. Vediamo bene cosa è stato compromesso e riattiviamo, per quanto è ancora possibile, quella natura umana, sacra.

Le storie aiutano a crescere non quando ci consolidano giustificando i nostri limiti, ma quando ci permettono di andare oltre l’esistente, ci mostrano nuove possibili vie.

 

Questa storia, si chiama “Per grazia conquistata”:

 Sii graziosa, sii bella, un brillante che illumini la nostra vita, che nasconda la morte e il dolore passato.

Così son dovuta essere, appena nata, un gioiello da ostentare alle feste.

Un premio, una medaglia, il coronamento perfetto di una vita a due.

Sii graziosa, sii bella, sii forte. Non sentire la fatica, non evocare la paura.

Sorridi, rendici orgogliosi di te.

Ho perso la mia vita, l’ho regalata per amore.

Graziosa per gli altri, per colmare un vuoto ed esorcizzare un’angoscia silenziosa.

A essere amata immensamente, ma solo per dover essere così ostentata, la bambolina perde il filo del sentire, il senso di sé. È durata anche troppo, quattro decenni.

Lo splendore dei vent’anni, la forza dei trenta, hanno ingannato tutti, proprio tutti, anche me.

Poi d’improvviso, il richiamo è tornato, inflessibile, per l’urgenza del tempo che passa, per la potenza della mia natura. Quasi non credevo più a quell’altra mia bellezza.

Nascosta da sempre, intuita solo in piccoli lampi di luce, in attimi rivelatori di incontri.

Una certa speranza mai rinnegata, riposta in un angolo di me.

Poi una volta d’improvviso ho scelto di lasciarmi vedere tutta, senza ritegno, con una favola di un re nudo.

Sulla verità appunto, durante un corso.

Mi bastava già il piacere di essere me, in quel momento proprio come sentivo io, e chissenefrega se mi capiscono, se mi intuiscono.

Non me l’aspettavo.

Non mi aspettavo lo sguardo di fuoco, in fondo alla sala, di quell’insegnante che mi fissava concentrato.

E poi le sue parole a commentare la mia presentazione, oddio, solo per me, come un microscopio che mi centra, mentre mi isola dal resto. Che silenzio, che fiato sospeso!

Ecco, io sono così, pensavo.

Non me l’aspettavo mi si potesse scorgere così, fino in fondo, senza mezzi termini, in questo modo suo, spudorato e autorevole. In stato di grazia, ha detto.

Ha detto che ero in stato di grazia! Allora si vede?

Allora quello che mi rende felice, che mi fa risuonare di me, con gioia completa, è vero anche per qualcun altro. Così, come sono io. Non più sola col mio dubbio.

C’è una certezza di me: non sono graziosa, io! L’ho sempre saputo.

Troppe sensazioni, troppe sbavature, troppe imperfezioni. Troppo dolore.

Bella lo stesso, ma di un’altra bellezza, densa e determinata, finalmente la mia.

Non sono graziosa, ma in me c’è grazia, che buffo gioco di parole, ora lo so.

E mi riprendo la vita e i miei stati di grazia, negati dalla miopia di chi la grazia, avendola perduta, non la poteva certo vedere in me. Mi chiedeva solo di recitarla. Mi riprendo me.

Per grazia conquistata. E poi, riconosciuta.

 

Ci sono momenti nella vita, capitano dovunque, durante un corso, assistendo un malato, seguendo un funerale, a cena con un vecchio amico, giocando con un bambino, amando e facendo l’amore, in gentilezza per lo più, in cui noi tutti siamo la grazia stessa.

Un bagliore che improvvisamente illumina un essere umano e ne mostra la bellezza. Ma cos’è la bellezza di un essere umano? La nudità, verrebbe da dire, ma non esposta, semplicemente posseduta, con dignità, senza i punti esclamativi dell’ostentazione e della vana gloria.

E poi una nudità che esprime, che valorizza un essere al mondo, in modo puro.

È il quadro di Tiziano, Amor Sacro e Amor Profano, dove il Sacro è sorprendentemente rappresentato (nel cinquecento!) proprio dalla nudità femminile, non dall’altra figura di donna, pure bellissima, ma vestita da gran signora. Ma ci arriviamo.

Lo stato di grazia è l’attimo del riconoscimento dell’essenza di un essere umano.

Mentre il mondo per un po’ se ne va per conto suo, il Sé si ferma a respirare e a sentire ciò che veramente è. È la scoperta di come si è, e se ne è felici. È la consapevolezza, inebriante e anche un po’ pericolosa, della responsabilità di essere valore, e di non volerlo sprecare più.

Quale opera d’arte può essere più grande di quella che possiamo fare di noi, realizzando la nostra natura?

Lo sguardo che riconosce una bellezza ha poi la sua potenza, ma deve essere veramente autorevole per dare la consacrazione finale, allora sì che illumina davvero il punto fermo dove quel Sé, fra tanti, riluce.

Ma anche lo sguardo che riconosce, in quello stesso istante, sarà in stato di grazia, pervaso dalla gioia di aver visto un bruco finalmente orgoglioso di essere bruco, consapevole di ciò che sta avvenendo di sé proprio in quell’attimo. E a cui non importa nulla delle farfalle. È questo stato di grazia che celebra e descrive ciò che è Sacro. Che sia bruco o farfalla, o una giovane donna, o un vecchio decrepito, è lo stesso.

Sono uno psicoterapeuta, come dicevo, che da molto tempo vede cos’è sacro in questa nostre piccole vite di esseri umani. Si io lo so, lo vedo spesso, l’ho imparato, sono un uomo fortunato perché conosco il Sacro.

È Sacro ogni essere umano quando realizza la sua natura millenaria, quando la porta a compimento anche solo in un attimo o negli anni prima di morire.

Già, perché Sacro può essere un gesto, un’emozione ma anche l’appagamento per una vita intera.

Vediamo con calma.

Sacro è ciò che è intoccabile, o dovrebbe esserlo, è ciò che resiste nei millenni, che può essere anche comunicato senza fargli perdere il valore universale, che pure può essere svalutato e sporcato senza che la sua essenza possa essere infangata mai. Ciò che è Sacro è invulnerabile, non perché è onnipotente, ma perché resiste ad ogni attacco, a ogni tentativo di volgarizzazione, a ogni manipolazione.

Il Sacro lascia fare, non se ne cura, non ha crociati per difendersi. Semplicemente riemerge sempre, per rifulgere più gioioso e felice che mai. È così che dimostra la sua sacralità.

Sacra è la natura umana, ormai da 50.000 o 100.000 anni (Cavalli Sforza, Pievani 2011, Pievani 2014), ma forse anche da prima.

 

Ma ora ci vuole anche un’altra storia, per differenza, questa si chiama “Buona per poco”:

Non riesco proprio a immaginare che sguardo avesse mio padre, mentre mi accarezzava.

Non riesco proprio a immaginare lo sguardo di mia madre, mentre spiava di nascosto i nostri gesti. Invidiosa di me e gelosa di lui.  Pentita, alla fine, di avermi messa al mondo per fare un dono proprio a lui.

Mi ha messa al mondo apposta per lui, ero un regalo, per farlo contento, me l’ha confidato un giorno, ecco!

Così ho imparato a lasciarlo fare, a sorridere con gli occhi e mostrare condiscendenza.

Ho imparato molto presto che agli uomini piace lasciar fare, io lo so da sempre.

E mi piaceva e lo volevo, era il mio papà che mi stava amando, credevo così, ero contenta, mi toglieva dall’indifferenza di mia madre. Mi voleva per sé e solo per sé, ero la sua principessa da accarezzare.

Ne ero fiera, ma il mio, allora, era solo bisogno d’amore, che ne sapevo del resto!

Ho imparato a vincere sugli uomini e a farli impazzire, a dominarli leggiadra.

Mi lasciavo conquistare facilmente, e scopare, e poi legare, schiaffeggiare, prendere e piantare.

Me la ridevo trionfante, adoravo sentirmi una preda desiderata e conquistata, tanto non ero di nessuno, mai, stavo nascosta sotto il mio vestito di eccitazione e civetteria.

Ho sempre riso troppo, anche ora, ma senza gioia.

E’ la risata sulla forca, di chi si lascia impiccare, tutto contento perché molti lo stanno a guardare.

Tutta un’apparenza la mia vita, ingannavo anche me, io che mi credevo così furba e vittoriosa. 

Volevo essere voluta, ma io non volevo nessuno, l’ho capito tardi che era mia madre che avrei dovuto desiderare.

Mio padre e tutti gli uomini erano solo la mia rivalsa, il vuoto colmato del primo e più tragico rifiuto.

Era lei che mi doveva consacrare alla vita. Bisogna essere amati al principio, per amare poi senza la paura del rifiuto. A fare sesso si va sul sicuro. Come facevo a rifiutarlo, se mi piaceva e mi colmava?

Non era colpa mia, se mia madre, per non contrariarlo taceva, e poi, irritata dalla mia bellezza, mi disprezzava, e verso di lui, così, di nuovo, mi ricacciava.

Ero anche temuta, perché capivo bene che si doveva tacere.

Sì, quella bambina, per qualche strano pensiero, lo sapeva che non era da fare.

Confusa e allegra, ho vissuto vincendo spesso, perdendo sempre.

Finché non si è spenta la luce una mattina. L’hanno chiamata depressione.

Mi ha sfiancata nel letto e impedito di uscire, mi ha messo a tacere e spento il sorriso.

Mi ci sono voluti tutti quegli anni in scena per spegnere i riflettori su quella commedia degli errori e guardarmi dentro col favore del silenzio e del buio delle persiane abbassate.

Solo allora ho sentito il dolore e la solitudine di una bambina che era stata una merce di scambio, buona solo per poco. Mi aveva voluto per lui. Non era per me il suo amore.

Ma io, io, non sono mai stata una poco di buono. Solo una buona per poco.

A cinquant’anni mi sono ritrovata adulta d’improvviso e mamma anch’io.

Così ho smesso di giocare, e ho fatto sul serio, spogliandomi del riso ho cominciato a capire.

Ho capito la trappola e svelato la colpa, sono io adesso a spiare lo sguardo desolato di mia madre, è ancora lo stesso di allora, di me non sapeva che farsene, e mi fa pena, adesso, anche più di me.

Così d’improvviso mi sono ricordata mio padre quando si faceva accompagnare a tradire mia madre, ho capito cosa ci facevo, lì da sola in qualche stanza, per ore ad aspettarlo in quei suoi appuntamenti, di pomeriggio, in qualche casa del lungomare.

Mi portava spesso con sé, ma ero solo una scusa per uscire, altro che la sua principessa da accarezzare. Eppure allora, tornando a casa con lui, mi mostravo ridente, come una stella che appare lucente anche se è morta da anni. No, non è stata depressione, ma che depressione e depressione!

Viveteci voi tutti quegli anni a fare moine e gentilezze, viveteci voi a guadagnarvi la vita compiacendo col corpo e la mente, viveteci voi senza sentirvi mai voluti per quello che siete.

Viveteci voi senza l’innocenza di essere …me.

Ma mia figlia l’ho amata, l’ho amata, l’ho amata e l’amo davvero, e so che ha ragione quando mi prende in giro e si diverte a scimmiottare il mio fare quando, ogni tanto, è ancora da bambolina. Quando mi invita ad allungare le gonne e a truccarmi di meno. Quando mi guarda dritto negli occhi e mi vuole più ferma, più adulta e più mamma che mai.

Con lei sto imparando a sentire prima di sorridere, a pensare prima di capire, a parlare da adulta, e, finalmente, proprio con lei, a dire sempre la verità.

Solo una cosa non le dirò, perché coi nonni non l’ho lasciata sola, mai.

 

Stati di grazia e di disgrazia, insomma, dove il Sacro c’è se viene accolto e riconosciuto.

Ci sarà finalmente qualcosa di veramente Sacro? Ecco adesso forse…

 

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Bibliografia 

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Biografia

Giorgio Piccinino

Sociologo, psicologo e psicoterapeuta, è supervisor e trainer Counselor.  È psicoterapeuta individuale, di coppia e di gruppo, è partner del centro Berne di Milano dove dirige e opera assieme ai colleghi come formatore e supervisore per la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia e per il Corso triennale di Counseling. Collabora inoltre come esperto di comportamento organizzativo con società, associazioni no profit, enti pubblici e privati. Ha pubblicato numerosi articoli e diversi libri fra fra cui: “Il piacere di lavorare”2006, Erickson, Trento. “Amore limpido” 2010, Erickson, Trento. “Le buone pratiche del counseling”, Franco Angeli 2015. “Nati per amare. Deterioramento e riattivazione della pulsione affettiva” 2016, Mimesis, Milano.

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