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Essere una macchina

Mark O’Connell, Adelphi 2018

Recensione di Daniele Orzati

 

L’uploading della mente, il radicale allungamento della vita, la crionica, la Singolarità – non sono forse semplici appendici della narrazione più antica? Annoto sul taccuino: “Tutte le storie hanno inizio dalla nostra fine”.
Mark O’Connell, Essere una Macchina

 

Il compito di Narrability Journal, espressione editoriale dell’Osservatorio di Storytelling, sta nel contribuire alla lettura del mondo mentre viene narrato. Una lettura del mondo che non è mai diretta, disintermediata, ma che anzi trova la sua raison d’être nella mediazione stessa. Una mediazione narrativa. In altre parole, il nostro compito non è l’osservazione diretta del mondo, ma l’osservazione e lo studio dei racconti del mondo sul mondo. Racconti politici, economici, giornalistici, aziendali, scientifici, sociali, che passano attraverso tutti i mezzi disponibili, tra cui i libri. È quindi naturale che Nj possa ospitare delle recensioni di libri, non solo pubblicazioni sulle scienze della narrazione, quindi dal valore narratologico, ma anche libri che offrono una lettura sul racconto del presente.

Essere una macchina (titolo originale: To be a machine, Doubleday 2017) è un libro del giornalista dublinese Mark O’Connell. “Un viaggio straordinario,” recita l’attento risvolto Adelphi “proprio nel senso in cui lo erano quelli di Jules Verne. Tutto quanto O’Connell racconta sembra frutto di una fantasia vagamente allucinata. Solo che non lo è”. Siamo di fronte a un caso di nonfiction storytelling in riferimento all’area tematica della human transformation. L’autore ci parla infatti di transumanesimo, e lo fa andando a interrogare de visu i più importanti portavoce di questa confessione.

Nei recenti cataloghi editoriali non mancano di certo titoli ascrivibili all’alveo della human transformation. Testi di divulgazione scientifica, studi di previsione sociale e socio-tecnologica, saggi filosofici, di sensibilizzazione, di presa di posizione rispetto al tema. Rispetto alla mole di pubblicazioni, l’opera giornalistica qui presentata svetta per due motivi: innanzitutto per il suo valore letterario (non a caso in Italia esce per Adelphi, casa editrice vocata alla saggistica letteraria). In secondo luogo per il suo valore narrativo, cioè per quella capacità di cogliere le narrazioni più rilevanti – non solo i “fatti” – rispetto al tema di cui si occupa (non a caso esce per Adelphi ne La collana dei casi, che già ha presentato importanti letture sulle narrazioni del presente – in tal senso La vita segreta di Andrew O’Hagan e Storie dal mondo nuovo di Daniele Rielli).

Tra valore letterario e valore narrativo di questo libro, quello più rilevante nel contesto Nj è ovviamente il secondo. Circoscritto così il nostro interesse, possiamo entrare nel merito di questo valore concentrandoci su 4 qualità che lo determinano.

 

1. Back-story. Come si diventa transumanisti? Quando e come è avvenuta, nella storia di vita dei protagonisti incontrati, la chiamata del destino? O’Connell presenta i suoi personaggi con l’abilità del grande narratore, ne descrive il carattere, lo stile, la fisionomia. E al pari di questi aspetti pone particolari secondari (il singolo gesto, il tic, l’espressione, la smorfia) che poi si rivelano indizi rilevanti per una piena comprensione della loro personalità. Li osserva mentre non sanno di essere osservati, cerca insomma di coglierli nella loro verità oggettiva, quella che arriva prima della narrazione che loro stessi fanno di loro stessi.

Accanto a questo valore letterario pone però un grande valore narrativo: indaga nelle loro biografie il momento di chiamata del destino, e da lì l’agnizione: il riconoscimento di sé in quanto transumanisti. L’età della vita in cui il riconoscimento avviene varia da personaggio a personaggio: chi in età adulta, chi preadolescenziale, più d’uno in età infantile. “Una volta, quando avevo otto anni, è venuta a trovarci mia nonna, e ricordo che volevo giocare con lei, ma vedevo che non riusciva a correre. Ricordo anche di aver intuito che nel suo corpo doveva esserci qualcosa – diciamo – di rotto. E ho pensato che qualcuno di sicuro stava lavorando per una cura per la malattia della nonna. A un certo punto, però, ho capito che in realtà nessuno stava cercando una cura, perché quello che aveva la nonna non era considerata una malattia. Anzi, per gli altri la nonna non aveva niente. Ho pianto per tre giorni di fila, credo” ricorda Laura Deming, iscritta a soli quattordici anni alla facoltà di biologia del MIT e a diciassette borsista della Thiel Foundation Fellowship con il progetto di estensione della vita umana Longevity Found.

Come avviene per ogni personaggio degno di essere narrato, vero o verosimile che sia: l’impresa, la destinazione, si intravede attraverso la ferita, quella ferita dalla quale zampilla il destino. Per ricordarci quanto sia umano il transumanista, non esiste modo migliore che far luce su specifici momenti della sua back-story. Né basta, il transumanista è umano, e in quanto umano è preda del proprio copione. Sa che la sua missione è grande, è eroica, sa che ci saranno ostacoli, e a volte sa addirittura che il frutto stesso della sua impresa potrà tragicamente annientarlo. Niente, però, potrà cambiare il suo destino.

 

2.Formazione. Cosa leggevano i giovani transumanisti? Di quali narrazioni si sono nutriti? O’Connell non scorda di far emergere il quadro delle narrazioni che hanno costruito l’immaginario dei suoi protagonisti. Max More, autoproclamato fondatore del movimento transumanista, presidente e amministratore delegato della Alcor, fondazione proprietaria del più grande impianto di crioconservazione al mondo (Phoenix, Arizona) “è rimasto ben presto affascinato dallo spazio e dall’idea di colonizzare altri mondi. «Avevo cinque anni,» dice «quando ho visto l’allunaggio dell’Apollo. E sono tra i pochi che l’hanno guardato dall’inizio alla fine. Da quella volta non me ne sono perso neanche uno. L’idea di poter abbandonare questo pianeta mi attirava». Un’altra sua passione era la serie televisiva per bambini The tomorrow People… su un gruppo di adolescenti dotati di poteri straordinari… Nelle loro imprese di salvataggio del mondo i protagonisti erano aiutati da un’intelligenza artificiale chiamata TIM”. Poi, ricorda Max, la sua presenza fissa nelle librerie e biblioteche di Bristol, il fascino per l’Iron Man di Stan Lee, “con la sua fantastica idea di un corpo umano potenziato dalla tecnologia”. Poi a tredici anni l’esoterismo rosacrociano e cabalistico. Intorno ai sedici il passaggio all’idea libertaria della trilogia degli Illuminati (The Illuminatus! Trilogy) di Robert Shea e Robert Anton Wilson. Infine l’incontro con la crionica nel libro di Wilson Max Cosmic Trigger I: The Final Secret of the Illuminati.

Per ricordarci quanto sia profonda la nostra immersione nelle storie e quanto queste possano essere al contempo causa ed effetto della nostra formazione e trasformazione, nulla di meglio che trovare nella “personalissima biografia” di ognuno di noi quella che è la nostra personalissima mitogonia.

 

3.Mondo narrativo. Come l’immaginario diventa logos? Come si esprime il transumanista? O’Connell torna spesso sul modo di esprimersi dei suoi protagonisti, ne coglie il “gergo”, il “registro”, il “linguaggio strano e perturbante”, la “terminologia meccanicistica”, le “metafore informatiche”, il vezzo “retorico” delle “frequenti allusioni alla savana”, l’uso del verbo “risolvere” in rapporto alla tecnologia. Ne coglie l’effetto e la “pericolosità”, e dietro il logos riconosce l’ethos: “un’estrapolazione talmente radicale della classica fiducia americana nel miglioramento di sé che l’idea del sé diventa marginale. È una versione dell’umanismo liberale proiettata verso le più gelide ed estreme frontiere delle sue implicazioni più paradossali… Se vogliamo essere qualcosa di più che semplici animali, dobbiamo affidarci alla tecnologia: diventare, a nostra volta, macchine”.

Ma quello dei transumanisti non è un mondo semplicemente anaffettivo, non è un mondo che rifiuta il meraviglioso né le emozioni. La grande assenza in questo mondo è invece la bellezza, quella corporea, legata al “format obsoleto” del corpo, che il narratore ricorda osservando la moglie che gioca con il loro figlio.

Un mondo narrativo, quello dei transumanisti, con le sue specifiche convenzioni culturali, con i suoi capisaldi strutturali. E O’Connell non dimentica di portarli alla luce. L’ethos, come senso e valori di appartenenza dei protagonisti, e il logos, come linguaggio particolare attraverso cui l’immaginario culturale si manifesta.

 

4.Archetipo. Dove origina la narrazione transumanista? C’è una presenza che percorre l’intero libro, una presenza che non manca di manifestarsi con nettezza. È la presenza della religione: “il “messaggio religioso implicito nel transumanesimo”, quella fede nella scienza che trascende la scienza stessa, quell’escatologismo diffuso, quell’aspirazione redentiva. Religione ma non solo: mito come eterna variazione sulla stessa storia, magia come “razionalismo magico”, rito come “teurgia prometeica”. Scrive O’Connell: “Non c’è futuro utopico che non sia, in un modo o nell’altro, una lettura revisionistica di un passato mitico”.

Memorabili in riferimento all’archetipo religioso le pagine sul transumanesimo come forma contemporanea dello gnosticismo (capitolo dedicato alla “emulazione integrale”, ovvero all’uploading del cervello su un sostrato artificiale). Come nella “definizione tecno-dualista dell’essere umano, una specie di software che gira sull’hardware del corpo”, per “gli gnostici noi umani siamo spiriti divini intrappolati nella carne, che è la materia stessa del male… Nel Vangelo gnostico di Tommaso, si attribuisce a Gesù il seguente detto: «Se lo spirito è pervenuto all’esistenza a motivo del corpo, è una meraviglia delle meraviglie. Ma io mi stupisco che tale ricchezza abbia preso dimora in questa povertà»”.

L’archetipo del transumanesimo, insomma, ci appare con sempre maggiore evidenza ravvisabile nella forma di narrazione suprema, quella religiosa.

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La narrazione di O’Connell si presenta dunque come un caso esemplare di narrazione sul transumanesimo e al contempo come caso esemplare di narrazione sulla nostra ineffabile contemporaneità. Ineffabile se non attraverso le storie che la pervadono e le trasformano.

Per concludere con le parole dell’autore: “Potrei dirvi che ho visto questo futuro, che reco notizie di una grande convergenza o dissoluzione che ci attende. In fin dei conti, però, l’unica cosa vera che posso dire e di aver visto il presente, e farci i conti e già abbastanza strano. È pieno di strani individui, di strane idee, di strane macchine. È esso stesso inconoscibile o inafferrabile, ma se ne può essere testimoni, lo si può scorgere per brevi lampi, prima che sfumi. Ed è un posto avveniristico, il presente, così come il passato, in fondo. O almeno lo era, quando io l’ho vissuto… ma sta già recedendo nell’oblio, nel ricordo. Quel che mi è parso di capire, alla fine, è che il futuro non esiste o esiste solo come simulacro allucinatorio del presente, una favola consolatoria, o una terrificante storia dell’orrore, che ci raccontiamo per giustificare o condannare il mondo in cui viviamo, il mondo costruito intorno a noi, mossi dai nostri desideri, a dispetto della nostra ragionevolezza”.

 

 

 

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