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I buoni e i cattivi dell’economia

DI VALERIO MALVEZZI 

ABSTRACT
L’economia non è affatto una scienza matematica, certa, oggettiva. Al contrario, nella storia del pensiero economico, si susseguono narrazioni di pensiero di opposta visione, cioè storytelling del bene e del male. In questa eterna fiaba, scritta da pensatori di opposta visione, si sposta la ricchezza del mondo da una parte all’altra, rendendo gli uni più ricchi, gli altri più poveri. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con una pretesa oggettività di analisi e imparzialità di prospettiva, ma è invece correlato alla nostra parte animale, spirituale, che l’economista John Maynard Keynes definiva “animal spirits”. Il testo esamina alcuni passaggi fondamentali del pensiero economico, che discende dal pensiero filosofico, dai grandi pensatori della Grecia antica, fino all’immagine dell’anziano greco, disperato e piangente a terra, vicino al bancomat. Eppure, coloro che hanno imposto senza alcun voto popolare l’Europa Unita parlavano di bene e interesse comune, e sono gli stessi che condannano l’operato dell’economista greco Varoufakis. Ma allora, come distinguere i buoni e i cattivi? Il credo religioso è stato sostituito, in economia, da una religione ancora più intransigente e assiomatica, e cioè nella fiducia cieca del liberismo del mercato. Tutto questo ci sta portando a chiedere se sia ancora sostenibile o se non sia un lusso il Welfare State, cioè una delle più grandi conquiste culturali del XX Secolo. Tutto questo, per non tornare alla visione dell’etica al di sopra dell’economia, come è stato per Secoli. Ma allora, chi sono i buoni e chi, invece, i cattivi?

Keywords: liberismo, capitalismo, etica, economia, morale


Ci fanno credere che l’economia siano curve d’indifferenza, derivate, punti di ottimo. Così facendo, hanno aperto la strada alla libertà. Alla loro, libertà. Per la precisione, quella del neoliberismo. Ma andiamo con ordine.
Robert Shiller e George Akerlof (2009), due economisti, hanno scritto che la mente umana è progettata in termini narrativi. Lo storytelling è più importante di quanto si creda, al punto che numerosi leader politici, se analizziamo i loro discorsi, altro non fanno che storytelling. Ma dove ci hanno condotto, alcuni di loro, negli ultimi decenni? Dietro il paravento dei modelli matematici, nascosti da curve di indifferenza, ci portavano ad essere indifferenti alla lenta e inesorabile distruzione del più importante modello di civiltà del XX secolo: il Welfare State. Con il sorriso sulle labbra, molti di loro, dicendoci che avremmo vissuto in un mondo migliore, nel quale avremmo lavorato un giorno in meno e guadagnato come se avessimo lavorato un giorno in più, ci hanno condotto in un racconto fiabesco fatto di una moneta senza stato, e tutti ci abbiamo creduto. I pifferai magici sono stati più suadenti di coloro che, dipinti come il male in assoluto, sono rappresentati dagli organi d’informazione (in larga parte detenuti dal potere finanziario internazionale) come pericolosi individui, perché non indossano la cravatta giusta, perché non hanno studiato nelle scuole giuste o perché vanno ad un Consiglio dei Ministri in moto e giacca di pelle. I cattivi, insomma.

L’economia è così niente altro che una millenaria lotta tra due fiabe scritte da opposti narratori: quelli del bene, e quelli del male (Sedlacek, 2012). Le parabole dell’economia sono curve, equazioni, modelli matematici. Quando li insegniamo agli studenti premettiamo cose come: “i limiti di questo modello sono la sua configurazione in un ambito di media e varianza”. Oppure, mettiamo le mani avanti con frasi del tipo: “questo modello presuppone che gli individui siano razionali” (Ruozi, 2006). Orbene, ma cosa significa razionali? Surrettiziamente, facciamo credere ai giovani che le scelte che noi abbiamo compiuto nella nostra vita, di tipo amoroso, politico, amicale, affettivo o lavorativo siano state sempre dettate dalla ragione. Sappiamo benissimo, in cuor nostro, che le cose non sono andate affatto così, per la più parte. E poi, diciamolo chiaro: quell’uomo razionale è un parente stretto dell’homo oeconomicus, concetto fondamentale che si fa, arbitrariamente, risalire all’economia classica, a giustificazione di un modello neoliberista moderno (De Simone, 2011). Dato che tutti agiscono in un mercato denominato borsa, dato che tutti hanno le stesse informazioni, dato che tutti pensano egoisticamente al proprio bene, allora le conseguenze non possono che essere razionali. Sappiamo benissimo, quando affermiamo queste scempiaggini, che la borsa nel nostro Paese praticamente non esiste, che le informazioni sono asimmetriche, e che le ragioni per le quali gli uomini e le donne fanno delle cose non sono dettate solo dall’egoismo. Eppure, questi sono i buoni dell’economia; coloro che criticano questo sistema sono gli sciocchi, i populisti, i demagoghi: i cattivi, insomma (Sedlacek, 2012).

La stessa pretesa dei sedicenti buoni, come Milton Friedman (1966), ci racconta un’altra fiaba suadente: l’economia dovrebbe essere una scienza positiva, che descrive il mondo così come esso è. Salvo che, solo dicendo che l’economia “dovrebbe essere”, significa già ammettere che così non è; infatti, l’economia non è affatto una scienza positiva. Paradossale poi, che chi lo crede pensi anche all’esistenza di una mano invisibile del mercato. L’economia non è affatto quella scienza priva di valori, asettica, matematica, imparziale ed oggettiva. Al contrario, essa sposta la ricchezza da alcuni esseri umani ad altri, e nel farlo l’uomo decide sulla base di parametri che sono totalmente soggettivi, parziali e motivati da proprie convincimenti che, sostanzialmente, hanno a che fare o con la morale o con l’assenza di morale (in rari casi, con l’immoralità) (Sen, 2010). I finti buoni dell’economia, quando parlano dei grandi padri, come Adam Smith, lo rappresentano come un cattivo, come se il suo contributo alla scienza fosse stato aver ideato il concetto di homo oeconomicus, cioè l’essere umano egoista, egocentrico per natura. Al contrario, dimenticano di dire che Smith era un filosofo morale, prima di tutto. Oppure, quando si sforzano di dipingere Karl Marx come un cattivo, reo di aver rallentato il processo del mondo per oltre un secolo, costituendo due blocchi di pensiero, quello socialista e quello capitalista, nel quale – implicitamente – la storia viene letta dalla parte di chi ha vinto, i suoi detrattori dimenticano di elencare i numerosi meriti di questo “cattivo”: non ultimo, quello di averci ammonito del rischio di diventare robot (Giesz, 1998). L’uomo operaio è – de facto – un robot. Inizialmente, l’autore Ceco Karel Capec nel suo dramma fantascientifico intendeva chiamarli “labori”, cioè lavoratori, ma fu il fratello, un artista, a coniare il termine che oggi conosciamo. È trascorso quasi un secolo da quel 1920 nel quale tale termine fu inventato, e molti di più dal pensiero del cattivo Marx. Eppure, in tutte le Università di Economia del mondo miei colleghi continuano, in organizzazione aziendale e altre discipline, a considerare l’uomo “human resources” e a disegnare la curva “L” sulle lavagne, come se gli esseri umani fossero ancora una risorsa, non differentemente dal petrolio o dal capitale finanziario delle banche. Eppure, il cattivo resta Marx.

Oppure, basti pensare allo sforzo del pensiero unico neoliberista, che ha occupato la stragrande maggioranza degli organi di informazione, di dipingere Keynes come un signore d’altri tempi, reo di aver creato un sistema (il Welfare State) che costituisce, a detta loro, una zavorra sullo sviluppo economico attuale. Ce lo possiamo ancora permettere? – è la folle domanda dei neoliberisti, dei monetaristi e dei feticisti della curva d’indifferenza. Come se il benessere del popolo fosse un lusso, sacrificabile all’altare del pareggio di bilancio. Questa logica matematica, contabile, che nasconde in realtà ben altre premure di accumulazione del capitale dai poveri ai ricchi, ha tutto l’interesse a bollare come un pazzo idealista uno che parlava, al contrario, di “animal spirits”, e scriveva nella Teoria generale dell’occupazione (Keynes, 2017): “Se quindi lo spirito vitale si estingue, e se l’ottimismo spontaneo svanisce, lasciandoci dipendere da una speranza matematica, l’intraprendenza languidisce e muore.”
Ma è chiaro che quando la cura dell’anima è sostituita dalla cura dell’esteriorità, allora l’economista come Paul Samuelson o Milton Friedman diventa il nuovo profeta del benessere. Di taluni, e non di tutti, ovviamente, dato che le curve d’indifferenza disegneranno punti di ottimo paretiano non modificabili, con buona pace del povero. L’efficienza diventa un valore superiore alla giustizia. Così, per venire ai tempi più recenti, si proclamano come indifferibili politiche di austerità, che di fatto sono manovre pro cicliche, facendo apparire Keynes (e le sue manovre fiscali anticicliche) come il cattivo assoluto, laddove basterebbe leggere nella Genesi il sogno del faraone e la storia di Giuseppe e del primo ciclo economico, per comprendere come, anticipando i problemi, quegli stessi problemi non si verificheranno affatto (Sedlacek, 2012).

Basta, oggi, andare a vedere qualsiasi sito internet per cogliere come i cattivi dell’economia siano per antonomasia i banchieri. Tutti, indifferentemente, come se la gente non sapesse – e probabilmente, non sa – che esistono grandissime differenze tra loro, tra le banche d’affari e quelle d’investimento. Cosa, che, sia chiaro, ai grandi potenti della finanza internazionale fa gioco. Ogni qual volta un giornalista diversamente intelligente o alternativamente indipendente scrive un articolo sul malaffare di una banca popolare o di una cassa rurale o di una banca di credito cooperativo, il cattivo di turno, sistematicamente il politico e l’amministratore locale, diventa il capro espiatorio. Così, il grande capitale ha buon gioco a scrivere, con propri direttori non eletti dal popolo – come la Danièle Nouy, a capo della vigilanza bancaria europea – che le piccole banche debbano fondersi, essere comprate o morire. Così, come se la distruzione del credito a famiglie e imprese fosse una legge darwiniana; e poi, per essere sicura che le aspettative adattive si realizzino, scrive una norma per obbligare le banche italiane a svendere al capitale finanziario i crediti in sofferenza, dimenticandosi di occuparsi dei miliardi di titoli tossici e derivati negli asset delle banche tedesche e francesi. Davvero, viviamo in un mondo in cui quelli con il cappello nero e quelli con il cappello bianco sono difficili da individuare, a differenza di quanto succedeva nei Western di Sergio Leone.

Ai tempi di Shakespeare era più semplice: il cattivo nel Mercante di Venezia era Shylock, l’ebreo, che pretende una libbra di carne del debitore insolvente. Invece, il buono era Antonio, un “brav’uomo”, non per qualità morali, ma per la sua capacità di rimborsare il debito. Strano, sono passati solo quindici secoli da quando nel Vangelo si legge di “rimettere a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”; in quei tempi, proprio a Venezia nascevano le prime banche, e i “banci” erano i banchetti su cui sedevano gli usurai ebrei. Ironia della sorte, il detto evangelico è stato nuovamente applicato, di recente, solo alle banche: sono gli unici soggetti economici che hanno avuto, da diversi Stati, la remissione del debito, dopo il 2009 (Gotti Tedeschi, 2010; Malvezzi, 2017; Giustiniani, 2012). Non così è stato trattato il vecchietto greco disperato, piangente ai piedi di un bancomat, dopo che il cattivo Gianīs Varoufakīs, l’economista e ministro greco, aveva offeso la Troika. Il cattivo, quello che andava in giacca di pelle al consiglio dei Ministri, arrivando in moto, è stato stigmatizzato da tutti i media del mondo e fatto oggetto di scherno da parte degli organi d’informazione schierati, primi tra tutti i quotidiani economici. Utopia, è stata definita la sua posizione. In realtà, se solo la leggiamo, scopriamo che egli dice semplicemente: “L’Europa è un continente in cui i numeri parlano di ripresa e prosperità, mentre la gente soffre e ha paura del futuro”. E aggiunge, intervistato recentemente al festival Internazionale di Ferrara, dando la soluzione: “L’unico modo per salvare un’economia sociale diversificata in crisi è democratizzarla, ma sfortunatamente l’Unione europea ha lasciato il popolo fuori dalla democrazia”. Francamente, un cattivo che invoca la democrazia contro i buoni della dittatura finanziaria è quanto meno una lettura originale della storia, diciamo così.

Non a caso, la Grecia, culla della civiltà, invoca quel demos che è stato dimenticato volutamente da coloro che si professano progrediti. Il Mahatma Gandi diceva che sarebbe bello se fosse mai esistita una civiltà inglese, ricorda il cattivo Gianīs Varoufakīs: per poi aggiungere che sarebbe bello, se fosse mai esistita una Unione Europea. Proprio un greco ci ricorda cosa sia la civiltà, nata dall’economia ma sulle spalle della filosofia, ai tempi del commerciante Talete, o del matematico Pitagora (Giesz, 1998). Per millenni, da quando scriveva Sulle entrate l’ateniese Senofonte fino ad Adam Smith, l’economia era solo un’ancella della filosofia, e della morale, per di più, come ci ricorda il premio nobel per l’Economia Amartya Sen, laddove ci dice che si insegnava nell’Università di Cambridge in quel campo di scienza (Sen, 2010). Oggi, l’inversione del ruolo dell’Economia è dato dal fatto che la filosofia, in particolare per il ruolo dell’etica, è considerata solo un po’ di glassa superflua sulla torta. Per il diabetico liberista, quel dolce è non solo superfluo, ma financo dannoso (Giustiniani, 2012; Giesz, 1998; Biggeri, 2014).

Insomma, in questo mondo rovesciato, i buoni e i cattivi sono dipinti a rovescio, solo perché si è truccata l’interpretazione del bene e del male. Se la natura dell’uomo è essere malvagio, allora serve un Leviatano, come vuole Hobbes, che riporti all’ordine la comunità. Se viceversa l’uomo è ontologicamente buono, viva il Laissez-faire, tanto caro agli amanti del libero mercato. I quali, ponendosi come i buoni, predicano la libertà, perché il dio mercato si regola da sé, conducendo alla piena occupazione. Il manuale di Economia forse più famoso, quello di Paul Samuelson (1983), promette “una conoscenza” scientifica, “libera dal dubbio, da ogni metafisica e da ogni convinzione morale e personale”. E così, lentamente, il credo religioso viene sostituito da un presunto credo scientifico, mai dimostrato, dato che l’economia è una scienza non positiva, né matematica, ma sociale (Gotti Tedeschi e Cammilleri, 2010). Dietro a equazioni ridicole come quella dell’economista americano Irwing Fisher – che sostiene che un incremento della quantità di moneta determini un proporzionale aumento dei prezzi e per ciò una diminuzione del potere d’acquisto – negli ultimi anni si sono sostenute politiche espansive della BCE comprando centinaia di miliardi di titoli pubblici, senza che (ovviamente) l’inflazione si sia alzata di una virgola; ma lasciando morire di fame milioni di persone nella sola Europa.
Si è fatto credere che il cattivo fosse Adam Smith, quando parlava nella Ricchezza delle Nazioni del birraio o del macellaio e del suo presunto egoismo o interesse, mentre si nascondeva agli occhi del popolo che il vero cattivo era colui che, per primo, aveva teorizzato la “mano invisibile del mercato”, che oggi è dato come un concetto indiscusso. Si tratta di Bernard Mandeville (2008), nella Favola delle api: ovvero, vizi privati e pubbliche virtù, il primo a scrivere che non c’è commercio senza frode in una vera e propria apologia del vizio. Probabilmente, per il neoliberista era scomodo e imbarazzante scegliere un satanista dei primi del XVIII secolo come propria bandiera: certamente, arruolare a forza il ben noto economista di Edimburgo – al ruolo di liberista era più comodo. Non senza – si badi bene – aver fatto chiare accuse sulla sua vita privata, priva di ogni donna (a parte la madre), perfino da parte di Shumpeter, uno dei massimi esperti di storia del pensiero economico. Eppure, nella Teoria dei sentimenti morali, Smith (1995) scrive, di Mandeville: “sebbene le tesi di questo autore siano erronee quasi sotto ogni riguardo…”. Eppure, non era opportuno rivelare che il cattivo Smith non fosse né seguace di Hobbes, con la sua idea del tutti contro tutti, né di Herbert Spencer, il difensore della concezione darwinistica del mercato, ancora tanto in voga nei palazzi della Banca Centrale Europea, come s’è visto.

Così, stuoli di neoliberisti invocano il laissez faire, laissez passer, come se fosse ascrivibile al ben noto Smith, e non al più oscuro e dimenticato fisiocratico francese Vincent de Gournay, che ne aveva già trattato una generazione prima del nostro Adam. Così il buon Milton Friedman, secoli dopo, novello predicatore del capitalismo, dirà che se le persone prevedono aumenti dei prezzi, pretenderanno aumenti salariali per poter continuare a comperare la stessa quantità di beni, così la domanda di beni non cambierà e la disoccupazione rimarrà costante. Parteciperà alla discussione contro il Welfare State due volte, nel 1962 con Capitalismo e libertà (Friedman, 2010) e nel 1980 con Liberi di scegliere (Friedman, 2013), sostenendo che le persone che partecipano a un sistema capitalista chiederanno sul piano politico la stessa libertà di cui godono sul piano economico, e che il capitalismo è un sistema per creare ricchezza più efficiente di qualsiasi altra forma di organizzazione economica. Ci piacerebbe chiedere a Milton cosa ne pensi del cattivo Varoufakis, quando ci ricorda che il capitalismo, pure presente nell’Unione Europea, non ha affatto creato una libertà politica, se entrambi intendiamo che la libertà, in politica, sia espressa dalla democrazia, del tutto mancante nel sistema Europeo. E ancora, ci piacerebbe chiedergli se il monetarismo voglia avere, come immagine simbolo, quella del vecchio greco piangente a terra, vicino al bancomat, immagine che resterà nella storia, come quella della bambina nuda vietnamita, in fuga dal villaggio in fiamme bombardato dagli americani (Storelli, 2011).
Insomma, secondo la scuola di Chicago, i cattivi sono quelli che vogliono l’intervento dello stato in economia, che pensano – pazzi! – di contrastare i cicli economici e stimolare la crescita e la creazione di posti di lavoro. Costoro sono – per Friedman – pericolosi facinorosi, comunisti impenitenti, populisti sobillatori dell’ordine pubblico, per il quale si intende uno stabile sistema economico ancorato al modello capitalista e al ruolo di una banca centrale come mera stabilizzatrice dei prezzi, in una società libera. Per società libera si intende per Friedman una nella quale occorre porre fine ai sussidi in agricoltura, abolire gli istituti professionali, abolire le leggi sui salari minimi, abrogare la sicurezza sociale, rimettendo ai cittadini la decisione di cosa fare liberamente dei propri risparmi. Una società libera è per costoro una contraria alle imposte proporzionali, la cui giustificazione è la redistribuzione del reddito, perché negano le libertà individuali di disporre di ciò che si è guadagnato pacificamente. I cattivi siamo noi, insomma.

Oggi, si citano sovente i miracolosi effetti delle politiche che più hanno influenzato quelle dei decenni successive, cioè di ridurre il danno fatto dai cattivi, che per decenni avevano raccomandato il modello keynesiano di intervento dello stato in economia. Tra i più virtuosi esempi dei politici che adottarono le nuove politiche virtuose alla Friedman si citano spesso Margaret Thatcher, ricordando che l’inflazione scese dal 13,4% al 4,6% in quattro anni; ci si dimentica, generalmente, di ricordare anche che la disoccupazione aumentò dal 4,7% al 11,1%. Si ricorda anche che la Tatcher ridusse le tasse; si trascura il dettaglio della diminuzione dal 83% al 60% nella fascia di reddito più alta, e dolo dal 33% al 30% in quella più bassa. Parimenti, si citano le virtuose politiche di tagli delle tasse di Ronald Reagan, dimenticando di dire che scesero dal 70% al 50% nella fascia più alta e solo dal 14% al 11% in quella più bassa. Ma si sa; noi non comprendiamo solo perché non vediamo, alla Samuelson (1983), che l’economia sia “una conoscenza” scientifica, “libera dal dubbio, da ogni metafisica e da ogni convinzione morale e personale”.
Mentre i buoni pensano al pareggio di bilancio, inserendolo in Costituzione, convinti che i cittadini siano felici di vivere in uno Stato di pance vuote e conti in equilibrio, con una Banca Centrale Europea che interviene a salvare l’Italia in cambio delle riforme neoliberiste – ma non dovrebbe essere libero di scegliere, l’uomo liberista? – i cattivi si dilettano ancora di cose stupide, superflue, di sprechi sui quali ci si interroga, perfino, se siano ancora sostenibili. Ci riferiamo ad esempio alla posizione dell’economista bengalese Amartya Sen, che addirittura propone che il nuovo Welfare consenta di: vivere a lungo, ridurre la mortalità evitabile, nutrirsi in modo adeguato, saper leggere, scrivere e comunicare, godere dei successi letterari e scientifici (Sen, 2010). Un lusso inconcepibile, per il neoliberista, se il bilancio non lo consente. Che poi quel bilancio sia così fatto per via di interessi pagati a società private che stampano moneta, appare un dettaglio trascurabile. Del resto, su Wikipedia è ancora possibile prendere in giro, come opera di un pazzo – di un cattivo, insomma – il lavoro del prof. Giacinto Auriti, derubricato a ridicolo tentativo di denigrare l’operato indiscusso dell’allora Banca d’Italia. In realtà, Auriti giunse nell’”Ordinamento internazionale del sistema monetario” all’inaudita conclusione per cui il valore della moneta è dato dalla mente delle persone: “acquistare consapevolezza di questa verità significa scoprire l’enorme potenzialità di valore della nostra attività mentale di gruppo, tanto è vero che il valore monetario sussiste anche quando il simbolo monetario è di costo nullo” (Auriti, 2013).
Come anche Max Weber aveva previsto, il rifiuto di regole generali che siano al di sopra dell’economia, ha portato al collasso del capitalismo. L’errore del capitalismo non consiste nel vedere il valore e i vantaggi del mercato, ma nel ritenere che tutto sia mercato. Così facendo, confondendo i buoni e i cattivi, ritenendo populisti coloro che invocano maggiore giustizia, demagoghi coloro che osservano che un punto di ottimo non sia soddisfacente se il popolo soffre e disfattisti coloro che (avanzando un dubbio) negano che la certezza in economia sia un valore, non si costruisce nulla. Forse, per costruire, bisogna distruggere e ricostruire, come dice il cattivo Varoufakis, le fondamenta delle civiltà. Che, almeno dall’epoca dell’antica Grecia, si basano su una visione etica del mondo in cui viviamo e nella sua pratica applicazione con uno strumento di cui abbiamo dimenticato il senso, sull’altare sacrificale del mercato: il potere del popolo sovrano.

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Bibliografia

  • Akerlof G. A. e Shiller R. J. (2009). Animal Spirits: How Human Psychology Drives the Economy and Why It Matters for Global Capitalism. Grand Haven: Brilliance Audio.
  • Auriti G. (2013). L’ordinamento internazionale del sistema monetario. Chieti: Solfanelli.
  • Biggeri U. (2014). Il valore dei soldi. Milano: Edizioni San Paolo.
  • De Simone E. (2011). Moneta e banche attraverso i secoli. Milano: Franco Angeli.
  • Friedman N. (1966). Essays in Positive Economics. SLO: Phoenix Books.
  • Friedman M. (2010). Capitalismo e libertà. Milano: IBL Libri.
  • Friedman M. e Friedman R. (2013). Liberi di scegliere. Una prospettiva personale. Milano: IBL Libri.
  • Giesz L. (1998). Quattro passi con i filosofi. Milano: Nuova Pratiche Editrice.
  • Giustiniani E. (2012). Finanza, Etica e Religione. Torino: Marco Valerio Editore.
  • Gotti Tedeschi E. e Cammilleri R. (2010). Denaro e Paradiso. Torino: Lindau.
  • Keynes J. (2017). Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta. Torino: Utet.
  • Lenoci F. e Peola S. (2010). Nuovo merito creditizio. Milano: Wolters Kluwert Italia.
  • Malvezzi V. (2017). Come e perché la Chiesa Cattolica deve ancora intervenire nel dibattito economico. In Lima B., a cura di, L’ordine sacro e altri aspetti del munus sanctificandi della chiesa. Roma: Aracne editrice.
  • Mendeville B. (2008). La favola delle api ovvero, vizi privati pubblici benefici. Con un saggio sulla carità e le scuole di carità e un’indagine sulla natura della società. Roma-Bari: Editori Laterza.
  • Ruozi R. (2006). Economia e gestione della banca. Milano: Egea.
  • Samuelson P. A. (1983). Economia. Bologna: Zanichelli.
  • Sedlacek T. (2012). L’economia del bene e del male. Milano: Garzanti.
  • Sen A. (2010). Etica ed economia. Roma: Laterza.
  • Smith A. (1995). Teoria dei sentimenti morali. Milano: Rizzoli.
  • Storelli D. (2015). Alchemy. Roma: Sovera Edizioni.

 

Valerio Malvezzi. Già Deputato al Parlamento Italiano, membro della Commissione Finanze, delega di gruppo in materia bancaria. Già consulente dell’AD di Invitalia, poi Presidente di Garanzia Italia. È professore a contratto di Comunicazione Finanziaria presso il Collegio Universitario Griziotti, Università di Pavia. È’ inoltre professore a contratto di Bank Management, Università di Roma Tre. Insegna inoltre al Master Universitario MUST, Università di Pavia, dove è anche membro dell’Advisory Board con la sua società, Win The Bank. Cura la rubrica “Convinci la Banca” su Panorama nonché la rubrica di Win The Bank su Panorama Economy. È intervistato su diversi media nazionali e internazionali.

Commento ( 1 )

  1. Reply
    Francesco De feudisdice

    Vorrei evidenziare quello che, a mio modesto parere, rappresenta un altro errore dei neoliberisti, anche se faccio fatica a credere che si tratti per davvero di un errore. Tra le tante cose da eliminare o liberalizzare si sono “dimenticati” di rendere libera anche la moneta. Al contrario, vogliono che resti monopolio di una banca centrale che ne controlli emissione e distribuzione. È evidente che solo quest’ulteriore passaggio permetterebbe ad una società capitalista di funzionare così come teorizzato dai neoliberisti. Che poi gli effetti siano esattamente quelli previsti resterebbe tutto da dimostrare.
    Monopolizzando la moneta sanno bene di poter vincolare i mercati, nonostante siano i paladini della loro totale libertà.

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