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Il chiaroscuro dei film di animazione. Il cattivismo entra nei film per i più piccoli e definisce un nuovo eroe

DI FEDERICA RONDINO

ABSTRACT
I film di animazione contemporanei hanno iniziato a porre l’accento su eroi cattivi. Abbandonato il lungo periodo del buonismo sembra che anche la cinematografia per i più piccoli stia abbracciando il cattivismo. Questo articolo analizza come si sia giunti a questa scelta e i motivi di carattere psicologico che fanno sì che un bambino sia attratto da eroi cattivi. Inoltre ci si chiede se la logica degli opposti cattivo/buono sia ancora attuale o se non sia invece giunto il momento di riscriverla alla luce dei mutamenti della postmodernità. In una società i cui colori sono in chiaroscuro (Michael Maffesoli) personaggi come Megamind e Cattivissimo Me diventano lo specchio delle pulsioni interiori. Cattivismo e buonismo non sono più i due lati di una stessa medaglia, ma si compenetrano. Cushman (2008) sostiene che grandi e piccoli giudicano le azioni in base alle intenzioni, allo scopo. Gli eroi cattivi hanno come scopo reale l’essere accettati, vogliono esistere per la società o per il genitore. Il cattivismo è una strategia per il raggiungimento dell’obiettivo in eroi cattivi che sono estremamente fragili. Come sostiene la Bender (1953): «i comportamenti oppositivi sono spesso determinati da paura, angoscia, frustrazione».

Keywords: cattivismo, cattivismo e animazione, eroi cattivi, psicologia dell’eroe cattivo, bambini ed eroi cattivi, cattivismo contro buonismo.


Cattivismo e buonismo, termini legati al concetto di morale, acquistano un significato nuovo nella postmodernità in cui, come evidenziato anche da Michel Maffesoli, sta riemergendo l’animalità sopita. Nella postmodernità, infatti, la morale è stata sostituita dall’etica che a differenza della prima non è razionale e universale, ma appartiene ai gruppi in cui le tribù, un insieme di individui, si oppone a codici prestabiliti.

In quest’ottica si può vedere come i concetti di buono e di cattivo perdano il loro valore universale, razionale per entrare nella sfera del personale. Cos’è il buonismo e cos’è il cattivismo? Sono forse termini da ripensare nella loro universalità. Buono e cattivo possono essere viste come singole strategie da mettere in atto per arrivare a quello che è il fine ultimo ossia il raggiungimento di un obiettivo. Una ricerca condotta da Gertrud Nunner-Winkler (2013) del Max-Planck-Institut per la ricerca psicologica di Monaco, per esempio, ha scoperto che il bambino in età prescolare ha una doppia moralità. I bambini intervistati sanno che rubare la merenda è una cosa brutta e cattiva, ma l’80%, dopo averlo fatto, ha risposto che si sentiva «benissimo, i dolci sono proprio buoni».

Se, come scrive testualmente Michael Maffesoli (2008), “l’eroe moderno è la sublimazione dell’uomo senza qualità” e per questo ne siamo così affascinati, allora un eroe può essere cattivo o meglio avere l’ombra che esce e la luce che rimane nascosta perché non si parla più di bianco o nero, ma di chiaroscuro.

I due poli eroe/villain, buono e cattivo su cui si è poggiata per decenni la costruzione delle sceneggiature anche dei film di animazione cade nella postmodernità dove il villain ha molte più sfaccettature. L’audience, come messo in evidenza dalla ricerca Perceptions of Moral Violations and Personality Traits Among Heroes and Villains, ha una complessa percezione della moralità degli eroi e dei villains, molto più sfaccettata dell’assunto dei passati studi del white hat=black hat (Eden et al., 2015).
I film, le serie televisive da tempo hanno immesso nel nostro immaginario eroi cattivi, solo la cinematografia dedicata ai più piccoli ne era rimasta indenne fino all’arrivo di Megamind.

Il cattivismo entra così nella sfera filmica delle nuove generazioni e loro ne rimangono attratte perché, nella realtà, il loro mondo di giochi è fatto di cattiverie. I bambini sempre e solo buoni sono solo l’immagine che i genitori vogliono regalare all’esterno.
A differenza della dialettica politica in cui il cattivismo è presente come fine a se stesso, il cattivismo nei film di animazione porta in sé una profonda analisi sul perché l’eroe si comporti come “non ci si dovrebbe comportare”.
Un cattivo può essere tale per la necessità primordiale di avere un ruolo nella società, di crearsi un suo personaggio se non accettato, almeno riconosciuto. Megamind (DreamWorks, 2010) in questo è perfetto. Sin dalla nascita la sua vita è stata dettata dalla separazione e dalla delusione. Cerca in tutti i modi di farsi degli amici, ma “nonostante i miei sforzi io ero sempre l’escluso, la pecora nera, il bambino cattivo”. Fino a quando non gli viene l’idea che se era vero che era cattivo allora sarebbe stato il più cattivo di tutti e sarebbe così diventato importante. Alsford parla del giorno in cui tutto è cambiato, il punto zero, il motivo per cui si è scelto di essere cattivi (2006).

Il cattivista ha bisogno del buonista per esistere. Un cattivo non sarebbe tale senza un buono. Megamind, come ogni villain che si rispetti, è deforme fisicamente: il suo colore blu e la sua testa deformata lo collocano perfettamente nell’estetica del cattivo. Chi gli si contrappone non può che essere un bello, dunque un buono, il suo nome è Metro Man. Egli diventa il nemico di Megamind, il suo unico scopo. Tutto l’impianto relazionale crolla quando Megamind riesce veramente a sconfiggere Metro Man. Essere cattivo non ha più un senso. Megamind conosce solo il modo cattivo per relazionarsi e anche quando non si comporta da cattivo finge di esserlo perché è il solo modo che conosce per comunicare. Qui il rapporto con quanto teorizzato da de Ajuriaguerra (1976) secondo cui “l’aggressività non è solo una pulsione fisiologica, ma anche un modo di comunicazione” appare evidente.

Se Megamind fosse andato da uno psicologo/psicoterapeuta gli sarebbe stato probabilmente diagnosticato il disturbo oppositivo-provocatorio. Quel disturbo per cui il bambino è sempre collerico, irritabile e vendicativo. La Bender (1953) sostiene che questi comportamenti siano determinati da paura, angoscia, frustrazione e carenza a meno che non siano sostenute da una condizione di ritardo mentale.
Lasciamo però da parte il disturbo oppositivo-provocatorio per domandarci cosa affascini tanto i bambini degli eroi cattivi.

Perché i bambini subiscono il fascino dell’eroe cattivo

Secondo Cushman (2013) gli individui giudicano le azioni di una persona in base alla qualità delle sue intenzioni. Dunque nel dire che qualcuno è buono o è cattivo, le persone considerano se l’individuo voleva fare del male e poi prendono in esame le conseguenze. Nel caso di Megamind, come anche in quello di Cattivissimo Me (Universal Pictures, Illumination Entertainment, 2010), il fine è l’accettazione, il sentirsi apprezzato: nulla di più condivisibile per adulti e bambini.

I risultati dello studio di Eden, Oliver, Tamborini, Limperos e Woolley (2015) indicano che nella percezione che il pubblico ha di un personaggio come eroe il dominio morale della cure è molto rilevante. In Cattivissimo Me, Gru si prende cura dei Minions e poi delle tre orfanelle; Megamind, a modo suo, si preoccupa di Roxanne e di Minion. Inoltre nei villains la violazione del dominio purity è stato visto come elemento importante nei tratti di carattere warmth e duplicity. Questo è un elemento decisivo per definire un villain come buono o cattivo. Inoltre, secondo i risultati della ricerca, le variabili warmth e duplicity sono quelle che maggiormente definiscono un personaggio come eroe o villain. Megamind e Gru hanno anche comportamenti amichevoli, gentili e affettuosi. Sia Megamind che Gru, infatti, nel momento in cui scoprono il potere dell’amore mettono in atto comportamenti in controtendenza a quelli dello stereotipo del cattivo (Marriner, 2006). Questo potrebbe spiegare l’affezione del giovane pubblico verso personaggi inizialmente mostrati come villains. Non solo Gru e Megamind scoprono l’amore, ma si accorgono che essere buoni non è poi così brutto, e, cito testualmente la Marriner, le loro trasformazioni lasciano intendere che eroi si diventa, non si nasce.

Un eroe che pur non essendo un super eroe può salvare il mondo o solo tre bambine (Cattivissimo Me 1) fa in modo che i bambini e anche agli adulti si sentano meglio perché hanno anche loro la possibilità di essere eroi.
Nel Dizionario di Psicologia, Galimberti (1994) definisce l’aggressività come la “tendenza che può essere presente in ogni comportamento ed in ogni fantasia volta all’etero o auto discriminazione o all’autoaffermazione”. Autoaffermazione è proprio quello che muove gli eroi cattivi dei recenti film di animazione.

Il dettame “sii buono”, “non essere cattivo” risuona nelle orecchie dei bambini fin dai primi attivi di vita. Il bambino cerca costantemente l’approvazione del genitore per sentirsi amato, ma dentro di sé ha la necessità di conquistare il mondo e sperimentare. Da questo, l’appropriarsi di oggetti da “non toccare” o l’addentrarsi in luoghi “vietati”. Una continua frustrazione tra ciò che dovrebbe fare e ciò che vuole fare.
Come non essere pertanto affascinati da Gru, l’eroe cattivo di Cattivissimo Me? Gru diventa cattivo per cercare l’affetto della madre, il suo scopo è quello di conquistare la luna per dimostrare alla mamma di esserne capace. Il bambino ritrova così in questo personaggio sia il lato marachella sia l’amore verso il genitore. Il cattivismo messo in atto da Gru è un meccanismo per trovare l’amore materno. Inoltre Gru diventa buono nell’attimo in cui diventa padre: i bambini sono capaci di rendere un cattivo buono.
Inoltre, quando un personaggio che inizialmente è percepito come cattivo attua un comportamento ritenuto moralmente positivo diventa agli occhi del pubblico più morale che se lo stesso comportamento lo avesse messo in atto un personaggio percepito, pima delle azioni, come buono (Grizzard et al., 2016).

In un articolo del 2000 di Omar Calabrese, pubblicato sulla Terza Pagina del Corriere della Sera, dal titolo Simpson e South Park: I sogni di Snoopy sepolti dal cattivismo televisivo, Calabrese ha analizzato il mondo dei cartoon televisivi dai Peanuts a South Park. Il giornalista scriveva che quella dei Peanuts era “una ferocia senza il gesto violento, una critica che aveva come obiettivo la testa più che la carne del lettore”; mentre con South Park il cattivismo è solo un fine per il successo. Questo nei recenti film d’animazione non sta accadendo. I sogni non sono sepolti dal cattivismo, ma esso è solo una strategia per raggiungerli. E sono desideri condivisibili da tutti.

Gli eroi cattivi si pongono come un nuovo parametro sociale che rispecchia la necessità di non vedere più in bianco e in nero. Megamind ha superato il tabù dell’eroe cattivo divenendo il protagonista di un mondo interiore più simile a quello degli spettatori che a quello di come i genitori vorrebbero i loro figli.
Gli eroi postmoderni presuppongono un maggiore coinvolgimento cognitivo da parte degli spettatori. Lo sviluppo del plot, come Hooti e Shooshtarian (2011) testualmente dicono, sebbene sembri essere logico, gradualmente diventa disorientante. Dal momento che ci sono numerosi significati contraddittori nell’opera, la responsabilità dell’interpretazione e del significato dipende dal lettore.
Come testualmente scriveva Vogler in Il viaggio dell’eroe (1992), un cattivo che sia per certi aspetti eroico e per altri spregevole può risultare molto più affascinante. In teoria ogni personaggio ben costruito dovrebbe rivelare un tratto di ogni archetipo, perché ciascuno di questi è espressione delle sfaccettature che formano una personalità compiuta.

“Non sono cattiva è che mi disegnano così”: pronunciava Jessica Rabbit nel film Chi ha incastrato Roger Rabbit? (Walt Disney, 1988). Molto tempo prima Arthur Rimbaud (1871) scriveva: “Io è un altro. Se l’ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua. Per me è evidente: assisto allo schiudersi del mio pensiero: lo osservo, lo ascolto: lancio una nota sull’archetto: la sinfonia fa il suo sommovimento in profondità, oppure d’un balzo è sulla scena”.
Siamo dunque frutto di una società che ci disegna, di una vita che ci fa crescere in un modo o in un altro, di accadimenti che ci sommergono e in tutto questo dobbiamo trovare delle strategie di sopravvivenza che non sempre possono essere solo buone (nel concetto più tradizionale), ma possono anche diventare non universalmente buone senza però fare di noi degli esseri malefici.
Il film Disney Maleficient (2014) inizia con “lei si chiamava Malefica”, ma quello che faceva era buono.

 

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Bibliografia

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Federica Rondino è giornalista pubblicista. Laureata in Scienze della Comunicazione e da sempre interessata alle dinamiche sociali, ha lavorato come giornalista freelance occupandosi prevalentemente di cultura e società. Dal 2007 lavora nella comunicazione passando da quella aziendale più tradizionale a quella legata al mondo dei social media. Nel 2017, insieme a un gruppo di colleghi, lancia un podcast dal titolo Storybizz.

Federica Rondino federica.rondino@gmail.com

 

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