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Cattivissimo eroe: quando il cattivismo fa bene all’anima

DI CARLO TURATI

ABSTRACT
Cattivismo e buonismo sono contrapposti “caratterialmente”: se il cattivismo si confonde con il bullismo goduto, il buonismo termina la sua corsa nel pappamollismo. Ideologicamente il buonismo è veltroniano, il cattivismo percorre le schiene dal centrodestra alla destra estrema, ma anche della sinistra sociale. In termini retorici, cattivismo e buonismo sono due maschere recitative che funzionano bene solo se interagenti. Può esistere una retorica sana del cattivismo? Può – a certe condizioni – il cattivismo avere una funzione sociale? A questa domanda si può rispondere identificando due possibili estremi: cattivismo utile e cattivismo inutile.
In ultima analisi possiamo sostenere che la funzione sociale del cattivismo utile è definire il limite interno del buonismo o del cattivismo stesso quando essi si esauriscono in un puro esercizio retorico di potere dialettico e sociale. Nel paper vengono forniti esempi di cattivismo utile e inutile, contrapponendolo fra l’altro al suo opposto logico buonista.

Keywords: insult comedy, roast, narrazione comica, storydoing, vergogna e colpa


Cattivo senza buono che gusto c’è?
Alcuni associano il cattivismo a personaggi come Trump, altri al Kevin Spacey di House of Cards, altri all’insultismo gratuito di Gordon Ramsey. Io, per il lavoro che faccio, associo naturalmente il cattivismo all’insult comedy o al cosiddetto “roast”, format in cui una persona viene rosolata al fuoco lento di battute senza pietà. Penso alla ferocia verbale del suo papà, Don Rickles, ribattezzato alla morte “equal opportunity offender”, il cui manifesto si riassume nella frase: “Io non sono razzista. Non faccio differenze di sesso, religione o colore della pelle, insulto tutti allo stesso modo” (Keepnews e Severo, 2017). Questo per me è il cattivismo: esibizionista, estremo, intenzionale, goduto. Ma lo dico in modo ignorante, molto ignorante. E da ignorante, ho deciso che – per dire qualcosa di sensato sul cattivismo – fosse giusto partire dal significato della parola.
Per prima cosa, cattivismo è un derivato di cattivo, di recente adozione linguistica, ma non è un sinonimo di cattiveria. Il termine cattivismo entra nello Zingarelli nel 2017 e alla data attuale non è ancora riconosciuto dall’Accademia della Crusca. Il cattivismo ha l’anima sadica del bullismo, del sessismo, del nonnismo, ma non è né bullismo, né sessismo, né nonnismo. È piuttosto narrazione e teoria degli stessi fenomeni. Li antecede concettualmente e in un qualche modo li giustifica. È una forma raffinatamente grossolana di sadismo, in cui il sadico dice quel che dice e fa quel che fa, ma su una base di argomentazioni razionali non simboliche e rituali. Per dirla in maniera colta, mentre il sadismo è una patologia che ha bisogno di ruoli e di una specifica narrazione per giustificarsi, il cattivismo è in malafede ed è narrazione in sé. (La narrazione del sadismo è fatta di ruoli e di un racconto mentale: non c’è dolore fine a se stesso, ma un’ambientazione del dolore, in cui l’azione sadica permette alla vittima di compiere un proprio privato viaggio dell’eroe. In questo quadro, il sadico non agisce per il proprio piacere, ma come strumento di redenzione della vittima. )

Questa la principale differenza: il cattivismo è storytelling, è retorica, è “incitazione a delinquere” ma non è mai delinquere in senso stretto, al più è territorio di “grandi vecchi” e di “cattivi maestri”. La cattiveria – o se vogliamo il bullismo, nonnismo, sadismo ecc. – è storydoing: una narrazione fatta con le azioni. Il cattivismo non fa veramente male, al più crea le premesse per la cattiveria (o per la discriminazione o per la sopraffazione). È retorico e probabilmente non gode nemmeno del dolore potenzialmente inflitto. La cattiveria viceversa gode della sofferenza, non ha senso senza e può essere fine a se stessa. Ma se è giustificata da una retorica del male si vive meglio. Fine della prima osservazione.

In secondo luogo, se cercherete cattivismo in altre lingue cascarete malissimo. Non come buonismo che c’è per i francesi dove angelisme prevale con qualche bien-pensant ogni tanto; per gli spagnoli c’è compassion, ma compare ogni tanto anche actitud angelical; è blauäugigkeit in tedesco, דביקה in ebraico e おなじみ in giapponese. C’è in russo, cinese, fiammingo. E ovviamente in inglese, dove si va da do-goodism a bleeding heart, passando per naive optimism a politically correct, da touchly feely al mirabolante wearing rose-coloured spectacles. Cattivismo, invece, non l’ho trovato in nessuna lingua (per l’inglese, invero, potrebbe essere una buona traduzione nastiness che qualcuno traduce cattiveria dilaniante. Anche being bad può essere un buon proxy). Non che manchino elementi di cattivismo in altri contesti culturali, anzi.
Tuttavia, questa assenza vocabolaristica fa riflettere: e se il cattivismo non esistesse davvero? Se fosse solo un’espressione retorica nata per compensarne un’altra, per altro a sua volta, recentissima? In fondo, le traduzioni dall’inglese dicono sfumature molto diverse per uno stesso concetto (e dunque per il suo opposto): il buonismo è sostanzialmente ottimismo ingenuo, condito da una modalità narrativa così equilibrata da risultare melensa. Di conseguenza, il cattivismo potrebbe essere solo un modo come un altro per dichiarare che il re del buonismo è nudo. Se è, è una religione del male fine a se stesso che ha ragion d’essere solo nell’esistenza di una religione del bene fine a se stesso. Non è quindi così estremo affermare che il cattivismo ha contemporaneamente senso e si comprende solo comprendendo l’essenza del buonismo. Questo è particolarmente vistoso nel territorio della comicità, dove il cattivismo sfrutta il comune senso di educazione creato da fenomeni di correttezza, educazione e, più in generale, buonismo.
Il destino incrociato e complementare delle due parole traspare sia da tratti condivisi, sia dai modi con cui il cattivismo vampirizza il buonismo e se ne nutre. Cattivismo e buonismo condividono la necessità mediatica, poiché senza pubblico, senza ostentazione, senza un indice d’ascolto, entrambi evaporano.
Se il buonismo senza pubblico è solo bontà senza secondi fini (dunque utile, ma non utilitaristica), il cattivismo senza pubblico è solo cattiveria motivata (il “niente di personale” della cosanostra cinematografica).
Entrambi godono di una compiaciuta retorica di genere: il buonismo è sottovoce, è mieloso, è nostalgico (Anima mia di Fabio Fazio), è celebrativo (il buonismo di Paolo Limiti) e ha radici nell’ottimismo della volontà e nell’America buona di John Kennedy (il buonismo veltroniano). Il cattivismo è gridato, tradizionalista e ha radici nel pessimismo della ragione. Entrambi sono compiaciuti ed entrambi sono narrazione: né buonismo, né cattivismo implicano azione, men che meno coerenza.
Entrambi, infine, si nascondono dietro un velo di bonarietà paternalistica. Nel buonismo il velo è necessario complemento alla diffusione del meme dei buoni sentimenti. Sul fronte cattivista, serve a nascondere i propri istinti egoistici e la vergogna per l’insostenibile difesa di privilegi senza base. Osserva Brené Brown: “C’è un’enorme differenza tra vergogna e colpa. Ed è questo ciò che dovete sapere. La vergogna è altamente associata a dipendenza, depressione, violenza, aggressività, bullismo, suicidio, disordini dell’alimentazione” (Brown, 2014). E, per estensione, anche al cattivismo.
Nello stesso tempo, buonismo e cattivismo sono complementari sia come linguaggi, sia come modelli culturali. Si rinforzano reciprocamente in una danza rituale e precisa, fatta di azione (o storydoing), narrazione (o storytelling) e retorica narrativa (i due ismi realizzati). Il cattivismo crea le premesse culturali della sopraffazione (homo homini lupus, business is business, la legge del più forte, ecc.) che viene agita (razzismo, discriminazione, sessismo, bullismo, ecc.).
La sopraffazione genera ribellione, dunque re-azione che si consolida con una narrazione di un nuovo galateo sociale (buonismo, politicamente corretto, ecc.).
La retorica del buonismo produce nuova retorica negativa fondata su principi di senso comune e scienze altamente inesatte (le razze, il disegno intelligente, il siamo arrivati prima noi, ecc.). E via così per omnia saecula et saeculorum.
Cattivismo e buonismo sono contrapposti “caratterialmente”: se il cattivismo si confonde con il bullismo goduto, il buonismo termina la sua corsa nel pappamollismo. Ideologicamente il buonismo è veltroniano, il cattivismo percorre le schiene dal centrodestra alla destra estrema, ma anche della sinistra sociale. Culturalmente, il buonismo è cosa da fighette, il cattivismo è una sorta di castigat loquendo (et aliquando agendo) mores, dove il mos-moris da castigare è spesso solo il buonismo in sé e per sé.
In termini retorici, cattivismo e buonismo sono due maschere recitative che funzionano bene solo se interagenti. Ad esempio, Luciana Littizzetto, manifesto del cattivismo, fa ridere solo se rompe lo schema di censura politically correct di Fabio Fazio, a sua volta manifesto di buonismo. Senza contrapposizione, senza rottura, senza conflitto il cattivismo cade nel vuoto, non ha senso, non ha nemmeno benzina. Ha bisogno del buonismo, come una chiave ha bisogno della serratura.
Infine, in termini psicologici, cattivismo e buonismo sono due risposte possibili a sentimenti di vergogna. Ad esempio, se parliamo di problemi di immigrazione (dove il cattivismo si esprime al massimo come risposta ad un presunto buonismo), non possiamo non mettere in campo il tema dei privilegi. E se mettiamo in campo il tema dei privilegi, non possiamo non provare vergogna.
Il buonismo la prevarica mettendo in campo la tolleranza – non l’accettazione, ma l’atto regale del concedere – filosofica (siamo tutti uguali, siamo tutti fratelli, ecc.), semantica (il politicamente corretto) e fattuale (le pari opportunità). Ma, parimenti possiamo prevaricare la stessa vergogna accendendo il motore del cattivismo, inteso sia come risposta al buonismo, sia come mal disegnato buon senso pratico.

Dottor Jeckyll e Mr Wilde

Questo è un tempo in cui il cattivismo è più spesso descritto come “un rumore di fondo, un rombo sottotraccia, e contiene parole, frasi, espressioni, minacce che solo fino a qualche tempo fa parevano inimmaginabili” (Robecchi, 2015) o anche “il nuovo olio di ricino dello squadrismo mediatico shakerato con un po’ di analfabetismo civile” (Erroi, 2018). Ma, domanda non pleonastica, può esistere una retorica sana del cattivismo? Può – a certe condizioni – il cattivismo avere una funzione sociale? Azzardo, addirittura di redenzione sociale? Risposta: dipende, ma forse sì.
Come abbiamo sostenuto nelle pagine precedenti, il cattivismo è retorica narrativa antagonista al buonismo e che esiste con molte nuances: becero come certi titoli di Libero, ignorante come certe affermazioni più comiche che razziste di Donald Trump o il mai dimenticato maiale antimoschee di Borghezio, gigantemente incattivito come le dichiarazioni patriottiche di Forza Nuova, razionalmente malvagio come le argomentazioni razziste di Salvini o Grillo, inutile e grossolano come certe offese di Sgarbi e Cruciani, e persino morbidamente buonista come certe parole anti ius soli dell’italico centro-sinistra. Questo spettro di narrazione, però, a mio parere può essere riassunto in due estremi: cattivismo utile e cattivismo inutile.
È cattivismo inutile ogni manifestazione di cattivismo che si riassume nella definizione “atteggiamento di chi, rifiutando per principio ogni ipotesi di mediazione, mira a tenere alto il livello dello scontro politico e ad alimentare i contrasti sociali” (Treccani). È cattivismo utile quando dialetticamente ispirato al classico di Wilde “Se dici qualcosa che non offende nessuno non hai detto niente” (Wilde, 2015). È, quindi, cattivismo utile ogni manifestazione di cattivismo che metta a nudo la vacuità di una retorica buonista o un modello di comportamento fondato su retoriche narrative, se buoniste o cattiviste è irrilevante.
Ho sempre adorato Oscar Wilde. E uso il verbo adorare, perché significa fare dichiaratamente professione di idolatria. E se idolatria deve essere, tanto vale ammetterla per un dio della religione del cattivismo, come antiretorica del buonismo, del galateo e della tolleranza. Questi aforismi, pescati un po’ di fretta, ne sono un buon esempio:

  • La bigamia è avere una moglie di troppo. La monogamia lo stesso.
  • I poeti immaturi imitano; i maturi rubano.
  • I libri che gli uomini chiamano immorali sono semplicemente libri che mostrano al mondo la sua vergogna.

Cos’hanno in comune queste tre frasi: dissacrando la realtà, la svelano. E contemporaneamente sono maliziosamente cattiviste. È un cattivismo utile, si capisce, ampiamente costruito sul buonismo dei principi (la monogamia, l’onestà intellettuale e la decenza) e sull’urgenza di denudarli, sbeffeggiandoli. È un cattivismo che fa bene alla ragione e alla pancia. Alla ragione perché argomenta con parole lucide le contraddizioni del buonismo. Alla pancia perché sfrutta le emozioni per parlare alla testa. Wilde trasforma il cattivismo in indignazione divertente e sdogana l’urgenza della narrazione cattivista come strumento per raccontare la favola dei vestiti nuovi dell’imperatore con sintesi e lucida modernità.
Tuttavia, sarebbe ingiusto disconoscere chi prima e chi dopo Wilde ha usato la frusta del cattivismo utile. Da Marziale a Dante, da Rabelais a George Carlin. Questo ruolo – e non da oggi – è in generale associato al concetto di satira e di comicità (castigat ridendo mores), cattivismo spesso utile che in ogni caso fa bene all’anima. Come spiegano gli esperti del ramo, la risata nasce da due ingredienti: un po’ di sorpresa e una sana dose di sadismo. Nella sua forma primigenia la risata nostra nasce dalla disgrazia altrui: una torta in faccia, un vaso in testa, una buccia di banana assassina. D’altro canto, la comicità è una forma di cattivismo che non fa tanto male, perché è riconoscibile e perché i suoi confini sono ben riconoscibili, una sorta di riserva indiana dello sberleffo.

Entro certi limiti, comicità e satira sono manifestazioni protette di cattivismo in cui raramente il giullare rischia la testa. Rammentano quello strano stato di sospensione dei Baccanali e del Carnevale. Ma sono anche cattivismo utile, che fa socialmente bene, perché mostrano i limiti morali, culturali, narrativi e intellettuali delle regole di convivenza e, laddove presente, del buonismo. La comicità cattivista funziona perché esistono i buoni e la retorica del buonismo, la correttezza, il galateo e la normalità. Prendiamo il caso recente della pubblicità del Buondì Motta: farebbe ridere se non esistesse il mondo del Mulino Bianco? Probabilmente sì, ma sarebbe una risatina. Invece, violando con cattiveria il codice buono della famiglia buona, lo stesso schema ottiene risate e viralità.

Storie di buon cattivismo: Buondì, Papalagi e la bontà del cattivissimo eroe

Nel suo meraviglioso monologo su squali e nazisti, Ricky Gervais dice: “Gli squali hanno l’olfatto sviluppatissimo. Se ci fossero stati loro al posto dei nazisti, Anna Frank non sarebbe durata un giorno” (https://www.youtube.com/watch?v=3Ytl5_CPGDg). Pessimo gusto? Forse sì. Eppure il comico inglese non ha fatto altro che associare due concetti in sé innocenti: l’olfatto degli squali e la soffitta di Anna Frank. Forse un po’ gratuito, ma per ragioni misteriose la gente ride. Prima ride e poi si vergogna d’aver riso. Però prima ride. Ed è questo strano meccanismo di liberazione-vergogna e di nuovo liberazione che aiuta ad entrare nel mondo bizzarro del cattivismo che può aiutare. Ride perché è spiazzata, si vergogna per aver riso di una circostanza con implicazioni riprovevoli. E vive con liberazione la circostanza di non sentirsi colpevole di averlo pensato in prima persona. Non vale per tutti, ovviamente, perché ciò che è liberatorio per taluni, è becero e fuori luogo per altri.
D’altro canto, credo sarebbe molto scorretto affermare che il cattivismo è solo nelle orecchie di chi ascolta. Credo che questo assolverebbe molte coscienze consciamente sporche. Però, nel caso specifico del cattivismo utile, credo che questo possa essere vero. Ad esempio, Louis C.K. è uno dei nomi scolpiti nel Monte Rushmore della comicità. Uno dei suoi pezzi più celebri si trova cliccando Faggot su Youtube (https://www.youtube.com/watch?v=JZ2sFMIFGDs). È un pezzo apparentemente molto sessista (cfr. la citazione in corsivo appena sopra) ma la cui funzione vera è svelare la relazione morbosa tra buonismo verbale (il politicamente corretto) e ipocrisia fattuale. E, come diceva Oscar Wilde, l’unico modo buono per farlo è offendere. Pinker scrive nel suo Fatti di parole (2009) che la bestemmia e la parolaccia possono essere uno strumento per risvegliare spettatori assopiti. Parallelamente, la retorica cattivista può essere una chiave per risvegliare coscienze atrofizzate. La vicenda artistica di molti comici si gioca su questo filo sottile. Billy Hicks, ad esempio, amava confrontare John Fix inventore del jogging (e morto d’infarto mentre correva) con Keith Richards sopravvissuto ad una vita di stravizi. E raccontava (metto nomi italiani così ci capiamo al volo):

“Da ragazzo mi dicevano che la droga fa male. Allora mi sono chiesto chi conosco che non si droga? Fabio Frizzi, Don Matteo, Mattarella… Chi conosco che si droga? Keith Richards, Vasco Rossi, Maradona… Che ti devo dire?, inizio a drogarmi anch’io!”

Nella tradizione americana, il cattivismo comico ha trovato il suo apogeo nel roast, un format in cui un protagonista famoso viene sbeffeggiato in modo non necessariamente educato. L’idea di fondo è semplicemente togliere il velo dell’ipocrisia e mostrare le “pubenda” della vittima, cose che tutti sanno o che tutti pensano, ma che non si possono dire. Una sorta di Dagospia in pillole. Il grande maestro del genere è stato Don Rickles. Il giorno della festa del suo ottantottesimo compleanno, il comico americano Jerry Seinfeild disse: “Perché celebrare un uomo che ha passato 55 anni a insultare tutti noi? È un po’ come rintracciare il bullo che ti picchiava in quinta elementare e dirgli: ehi, tiravi dei gran pugni!”.
Non bisogna però confondere la risata cattivista con l’insulto gratuito. La risata cattivista entra ampiamente nel territorio del sarcasmo ma, di nuovo, è utile se propone un punto di vista, becera se si limita a coltivare compiacimento nell’umiliare il prossimo. Per essere vera ha bisogno di cogliere senso di realtà. Alcuni esempi di narrazione condita da utile cattivismo comico: la recente pubblicità del Buondì Motta, gli spot sulle disabilità gravi di Checco Zalone e l’intera saga di Borat di Sacha Baron Cohen.
Il Buondì Motta, in primo luogo, vincitore cattivista della battaglia realista contro le famiglie da favola di altri biscotti. E’ cattivismo far cadere un asteroide in testa a una mamma? Probabilmente sì, ma la risata non nasce dal meteorite assassino, bensì dalla combinazione di ricordi mediatici (altre pubblicità bucoliche) e pensieri malvagi che tutti abbiamo fatto prima o poi su quella famiglia da cartolina (Sommella, 2017). È cattivismo gratuito o è utile? Se io fossi il concorrente lo considererei utilissimo, perché il suo successo è una finestra che si spalanca sul senso comune. Ogni volta che un comico prende sadicamente in giro un meccanismo di relazione, di comunicazione, un atteggiamento; offre loro un’opportunità di riflessione e una possibile direzione di cambiamento.

E dopo il Buondì, Borat, la splendida maschera che Sascha Baron Cohen ha inventato per raccontare l’America, come un moderno Papalagi. Ma se il Papalagi originale era una sorta di eco del mito del buon selvaggio, un omaggio al pre-modernismo, un richiamo all’età dell’Arcadia; il Papalagi di Borat è l’ostentazione dei peggiori difetti del mondo che vuole raccontare: sessismo, omofobia, razzismo, antisemitismo e tutto ciò che il bon-ton delle democrazie condanna. In questo caso, l’ostentazione cattivista corre sul filo sottile dello spaesamento e del relativismo culturale e lo scopo è di nuovo dare visibilità a modi, pensieri e azioni che non possono essere raccontate se non per via metaforica, poiché troppo cariche di vergogna e senso di colpa per chi le sta osservando da spettatore.
E, infine, Checco Zalone e i suoi spot sulle disabilità gravi (Campagna annuale di raccolta fondi di Famiglie SMA), sovraccarichi di ostentazione di eccesso cattivista: ambizione, egoismo, superficialità, ignoranza, sicumera (https://www.youtube.com/watch?v=ytHVBvSzKsY). E nello stesso tempo assolutamente assolutori. Cattivismo utile? Sì, ma soprattutto vincente – in termini di comunicazione – proprio perché contrapposto al buonismo zuccheroso della retorica della solidarietà. È cattivismo buono perché non fa sconti a ciò che spesso pensiamo e perché, contemporaneamente, ci assolve dei nostri cattivi pensieri. Ed è cattivismo utile perché chiarisce i termini della solidarietà senza fare sconti. Lo dice bene Sergio Talamo sul Corriere della Sera (Talamo, 2016): “Il cattivismo zaloniano ti libera da un peso, fa buon sangue e soprattutto fa comunità: ma sì, siamo davvero tutti un po’ così, la recita dei nobili sentimenti lasciamola a quelli in tv. Morale: per aiutare la ricerca medica uno deve scoprire che… gli conviene. È l’unica via per evitare i fastidi che gli possono derivare dai malati”.
Ho lasciato Checco Zalone per ultimo, perché le parole di Sergio Talamo sono double-face come la risata di Checco Zalone: con una faccia, Checco Zalone punge e affonda; con l’altra faccia, ci giustifica, ci perdona e ci assolve. E questo è un po’ il limite del cattivismo utile della comicità: l’assoluzione dei comportamenti cattivi attraverso la risata liberatoria. Le maschere crozziane di Feltri o Berlusconi, estremizzando il carattere goliardico dei protagonisti, li rendono simpatici e, parafasando Twain, dovendo scegliere se uscire a cena con John Kennedy presidente buono e saggio o con John Kennedy amico dei mafiosi e uomo di mondo, preferiremmo probabilmente il secondo. Idem per Ochetto vs Berlusconi, Bersani vs Renzi, Hillary Clinton vs Trump. Vergassola che demolisce i potenti a colpi di battute al vetriolo, li demonizza o li salva? Secondo la teoria del re è nudo, ogni volta che lo sberleffo diventa istituzionale, è il re che ne beneficia e prolunga il suo regno. Quindi, uno dei rischi della comicità come strumento di critica, è che essa stessa a sua volta si trasformi in retorica e macchietta del cattivismo che condanna il buonismo. Nel caso nostrano di Checco Zalone o dell’ultimo Alberto Sordi, il salvagente dell’Italiani brava gente, la convinzione che da queste parti “anche i vizi hanno spesso un sottofondo di leggerezza, di simpatia, di voglia di vivere” (Talamo, 2016).

Il limite del cattivismo buono è il cattivismo buonista?

Il cattivismo è un po’ come il colesterolo: c’è quello cattivo che intasa le arterie e c’è quello buono che le lubrifica. Può sembrare complicato ma sappiamo distinguerlo ad istinto. Il cattivismo è cattivo quando la sua narrazione mira solo a distruggere e a mantenere alto il livello dello scontro, alimentando contrasti e rifiutando ad ogni ipotesi di mediazione. È cattivo quando si aggrappa a motivazioni fintamente ideologiche come business is business o fintamente scientifiche come la razza o il diritto di primogenitura. È cattivo quando confonde la difesa dei principi e dei diritti con vano sentimentalismo, pappamollismo e paternalistica bonarietà.
Ma il cattivismo può essere buono quando smaschera la retorica del buonismo, come nel caso di Louis C.K. o Checco Zalone. Può esserlo perché, come una parolaccia piazzata in mezzo a un discorso, la provocazione sveglia la platea dal torpore dei buoni sentimenti, come nel caso del Buondì Motta. E può anche esserlo perché racconta le nudità del re, senza appesantire la coscienza né del re, né dei sudditi, come nel caso di Borat. Certo, rischia di trasformare i propri bersagli da carnefici in vittime (come nel caso di Vergassola o di Crozza), ma credo sia un prezzo ragionevole da pagare nella battaglie tra retoriche.
Questo è anche il ruolo della narrazione comica, principale se non esclusiva grammatica del cattivismo utile. Non esiste e non può esistere comicità senza malanimo, senza ferite e senza sale. Fin dalle origini, i meccanismi comici del sarcasmo, dell’ironia, dello sberleffo, dell’insulto hanno creato una terra franca in cui è possibile enfatizzare e castigare i costumi. Ai legislatori il compito di scegliere i costumi più adatti alla convivenza. Al cattivismo buono quello di ricordare quando i costumi più adatti alla convivenza sono diventati o rischiano di diventare una pura maschera retorica fatta di zucchero, miele e parole vuote. Il più cattivo dei buonismi. Anche quando si traveste da cattivismo utile.

 

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Bibliografia

  • Brown B. (2014). Credevo fosse colpa mia (ma non era vero). Come sconfiggere la cultura della vergogna e riprendersi la propria vita. Roma: Ultra.
  • Erroi L. (2018). Razzismo e buonismo. Con la scusa di combattere il politically correct, si rischia di sdoganare anche il razzismo puro e semplice. La Regione, 18.02.2018. Retrieved from: https://www.laregione.ch/opinioni/commento/1241467/razzismo-e-buonismo
  • Keepnews P. e Severo R. (2017). Don Rickles, Comedy’s Equal Opportunity Offender, Dies at 90. The New York Times, April 6, 2017. Retrieved from: https://www.nytimes.com/2017/04/06/arts/television/don-rickles-dead-comedian.html
  • Pinker S. (2009). Fatti di parole. La natura umana svelata dal linguaggio. Milano: Mondadori.
  • Robecchi A. (2015). Hate speech e cattivismo: ‘Sono un italiano, così umano che quasi quasi li amazzerei tutti’. Il fatto quotidiano, Media & Regime | 22 maggio 2015. Retrieved from: https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/22/hate-speech-e-cattivismo-sono-un-italiano-cosi-umano-che-quasi-quasi-li-amazzerei-tutti/1704843/
  • Sommella M. (2017). Abbiamo incontrato gli ideatori della campagna di Buondì Motta. Ninja Marketing, 07 settembre 2017.
  • Retrieved from: http://www.ninjamarketing.it/2017/09/07/abbiamo-incontrato-gli-ideatori-dellultima-campagna-di-buondi-motta/
  • Talamo S. (2016). Viva il cattivismo firmato Zalone. Corriere del Mezzogiorno, 30 settembre 2016. Retrieved from: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/politica/16_settembre_30/viva-cattivismo-firmato-zalone-5e2af358-86e4-11e6-ab01-47135e367c80.shtml
  • Wilde O. (2015). Aforismi. Milano: Feltrinelli.

Carlo Turati. Autore teatrale e televisivo con un passato da professore universitario (Organizzazione Aziendale presso l’Università Bocconi e l’Università del Salento) e un presente da storyteller nei processi di apprendimento e di innovazione organizzativa.
Esordisce come autore a fianco di Giacomo Poretti (oggi membro del trio Aldo, Giovanni e Giacomo) e Marina Massironi, allora marito e moglie. Tra gli altri, inventa il personaggio Tafazzi. Nel 1992 approda a Zelig con la produzione “Ritorno al Gerundio” e nel 1997 a Facciamo cabaret, di cui segue la storia fino all’edizione del 2016.

Carlo Turati carlo.turati@gmail.com

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